04 giugno 2008

"Uso perverso della legalità"

Sull’ultimo numero di Panorama c’è una frase di Giuliano Ferrara, nella rubrica l’arcitaliano, su cui varrebbe la pena di soffermarsi: “Che la magistratura sappia talvolta fare un uso perverso della legalità è in questo Paese da tempo un vecchio sospetto di minoranze liberali”. Il riferimento di Ferrara è alla tempestività della magistratura nel porre ostacoli allo sviluppo di attività amministrative e politiche. Come se ci fosse un partito dei giudici interessato a mantenere il paese in uno stato di conflittualità politica e sociale.
Ancora una volta - fa notare Ferrara - è quella campana e napoletana ad intervenire col rigore della legge, sebbene resti il dubbio che sia stato ben posto, per frammettere ulteriori difficoltà nello svolgimento di attività e provvedimenti dei servizi dello Stato e delle istituzioni.
Tanti in Italia e soprattutto a Napoli ed in Campania sperano che questa volta i provvedimenti adottati dalle autorità politiche siano utili al ripristino di una sufficiente normalità. C’è una volontà diffusa che siano respinti gli ostacoli dell’affarismo e della camorra e che siano respinte le strumentalizzazioni di una sinistra antagonista per definizione e, spesso, contro ogni ragione. C’è l’auspicio che siano portati al dialogo ed alla collaborazione i campanilismi trasversali di cittadini legittimamente preoccupati per tutte quelle emergenze che introducono tutti quei provvedimenti che, enunciati come provvisori, nel tempo si trasformano in stati di fatto permanenti.
Dal caso Tortora in poi non si può certo dire che i giudici a Napoli abbiano contribuito a rendere giustizia. E questa constatazione non è certo retorica, e quanto meno può sembrare un’opinabile vis polemica. I risultati, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti.
C’è stato anche chi ha provato a porre ordine e disciplina in una Procura che - traendo spunto dalla immondizia di Napoli - può essere definita come un pantano maleodorante. Il Procuratore Cordova, però, è stato posto nelle condizioni di lasciare. Il magistrato, noto per la sua inflessibilità e per la sua trasparenza ed impermeabilità politica, pretendeva legalità e disciplina tanto da sembrare in quella realtà un pesce fuor d’acqua e, soprattutto, un uomo inadeguato per essere accettato in uno stagno in cui da tempo sono abituati a sguazzare, indisturbati e senza decenza e limiti, camorra, malcostume, illegalità diffusa, corruzione ed affarismo. E’ sembrato davvero inadeguato quel Procuratore attento e puntiglioso in una giurisdizione dove, invece, ha sempre regnato solo molta disattenzione ed indifferenza. Il magistrato che pretendeva che i suoi pm lavorassero per la comunità civile e per la legalità, invece di ostacolarsi tra loro o di brigare contro o a favore di qualcuno, come accade quando una funzione dello Stato è gestita con un ordinamento corporativo, senza alcuna legittimazione popolare e che spesso, per autoreferenza, si trasforma in casta.
La Procura di Napoli agli occhi di molti italiani sembra una “pozza di sabbie mobili”, per usare un’immagine suggestiva ed immediata, a guisa di quella usata per il Tribunale di Roma che, per lungo tempo, negli anni passati, è stato definito “porto delle nebbie”.
Soffermarsi solo al caso Napoli e Campania, sebbene negli ultimi tempi quella magistratura ci abbia abituati ad interventi che fanno insorgere dubbi e sospetti sia per i tempi che per la valenza politica dei suoi atti, può sembrare però riduttivo.
S’avverte nel paese una voglia di giustizia che non può essere limitata al rigore della legge contro il malaffare. La domanda si diffonde in tutte le situazioni in cui i cittadini si trovano a lottare contro il bisogno, l’arroganza, le enormi disuguaglianze sociali. Ci sono realtà in cui ad alcuni manca proprio tutto ed ad altri si distribuisce senza pudore persino il superfluo.
I cassonetti svuotati e puliti ed i marciapiedi e le strade senza mucchi di spazzatura dinanzi alle case della Jervolino e di Bassolino e dei benestanti di Napoli, mentre nei quartieri periferici stazionano cumuli di immondizia, le cui immagini fanno il giro del mondo, sono la visione di un Paese senza regole veramente condivise a cui occorre porre rimedio senza alcun indugio.
Vorremmo, così, una magistratura attenta alla legalità in senso proprio, tesa a reprimere i crimini di ogni tipo: da quello perpetrato nelle strade a danno di inermi cittadini, a quello economico - finanziario, da quello affaristico, a quello contro la salute. Vorremmo provvedimenti che sottraggano spazio ai fannulloni ed ai truffatori, ai sofisticatori ed agli evasori.
Vorremmo una magistratura più indifferente invece nel compiacere o meno le parti politiche, con le orecchie meno sensibili ai fatti privati dei cittadini, meno impegnata nella ricerca della visibilità e nella ideazione di teoremi che si trasformano in strumenti di lotta politica, di dileggio o di provocazione.
Vorremmo, di converso, una politica attenta ai bisogni di tutti, meno preoccupata a difendersi dalle aggressioni giudiziarie, specie se mosse sulla base di intercettazioni telefoniche confidenziali anche prive di rilevanza giuridica, e spesso astratte da un contesto che si dimostra diverso dalle apparenze.
Dalla politica e dalla giustizia gli italiani chiedono soluzioni, interventi e certezze, chiedono amministrazione e scelte, misure per la sicurezza ed un uso corretto delle risorse, chiedono la prevenzione e la repressione del malaffare e la ripresa di un dialogo democratico in cui siano messi al bando gli eccessi, nella convinzione che in caso contrario debba prevalere la politica che ha il consenso del popolo e non il giustizialismo ed il suo tintinnio di manette.
Vito Schepisi

http://www.loccidentale.it/articolo/c%27%C3%A8+bisogno+di+giustizia%2C+non+di+giustizialismo+e+tentennio+di+manette.0052321


30 maggio 2008

Il Governo "nemico" di Epifani

Cofferati è stato un leader carismatico della Cgil. Con la faccia da duro, l’atteggiamento da inflessibile vendicatore, con fede cieca ed inossidabile, ha guidato il sindacato di sinistra contro l’innovazione, le riforme, l’efficienza, lo sviluppo, l’impresa e soprattutto contro la ragione di un sistema globale che vedeva invece la sinistra sindacale impegnata nella difesa conservativa dei vecchi equilibri. Come se tutto fosse fermo ed il mondo del lavoro e della produzione fossero chiusi in una realtà autarchica. L’ha fatto, però, da leader credibile nella società. L’ha fatto con grande capacità di compattare i lavoratori anche confrontandosi con i distinguo di Cisl e Uil. Anche a rischio di incrinare l’unità sindacale.
I suoi “no” reggevano al confronto con la realtà di un Paese pregiudizialmente diviso. Quando parlava Sergio Cofferati occupava, come Luciano Lama prima di lui, non solo le piazze ma anche tutte le prime pagine dei giornali di ogni orientamento politico. L’attuale sindaco di Bologna è stato un grande leader sindacale, uno di quelli che passeranno alla storia per la sua durezza e la sua determinazione. E’ inciampato sulla responsabilità nella criminalizzazione di Marco Biagi, il giuslavorista ucciso dalle Brigate Rosse per l’elaborazione della legge che prende il suo nome su lavoro e precariato (i lavori a progetto).
Ora fa il sindaco di Bologna e, passato dalla parte delle “istituzioni”, è diventato decisionista, severo, intransigente e soprattutto concreto.
Cofferati è stato l’ultimo vero leader comunista del sindacato di sinistra. Come Berlinguer per il pci.
L’attuale segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, invece è solo un post comunista a metà strada tra Veltroni e Diliberto, una quinta colonna della sinistra politica che lotta contro il Governo “nemico” solo in quanto tale.
Il suo è un antagonismo senza sbocchi credibili, privo di visione strategica, e senza proposte alternative realizzabili. Ha sviluppato in passato e si appresta a sviluppare per il futuro una opposizione battagliera ma sterile nella sostanza e soprattutto senza fondate idee su modelli sociali diversi. Appare come uno di quelli che ritengono che sia opportuno che ci sia tizio al posto di caio, solo perché è di sinistra, anche se fa guai e massacra i lavoratori come è stato con Prodi.
L’attuale leader della Cgil è uno stratega della doppia verità e cultore dell’opportunismo a geometria variabile. Un oppositore, senza se e senza ma, dalla faccia arcigna e dall’atteggiamento risentito per nascondere un antagonismo senza senso e senza ragione. La sua contrapposizione dà l’idea d’essere così palesemente preconcetta da spingerlo a dover abbandonare un tavolo di confronto solo perché limitato ad un rappresentante per ogni parte sociale, come è accaduto per la convocazione del ministro Brunetta per discutere e confrontarsi sul pubblico impiego. Una giustificazione priva di senso compiuto e che nasconde più una parvenza di difficoltà per il confronto che motivo di rottura per un metodo non condiviso.
Nei due anni precedenti, mentre Prodi governava, Epifani ha assistito senza moti d’impeto al massacro dei lavoratori, alle vessazioni verso le fasce deboli, al tentativo di demolire le politiche dell’occupazione (legge Biagi) del precedente governo di Berlusconi. Al grido delle garanzie da conquistare per i giovani precari, non ne ha favorito l’introduzione d’una. L’azione del sindacato di sinistra si è invece solo distinta nel garantire privilegi agli occupati, con aumenti di costi (l’abolizione dello scalone Maroni del costo di oltre 10 miliardi di Euro) che hanno pure contribuito a comprimere risorse dello Stato altrimenti utilizzabili.
Sono soprattutto le difficoltà sulle politiche di sviluppo che mirano a rendere precario il futuro delle giovani generazioni. Non è, infatti, solo precario il lavoro, ma anche la condizione dei giovani che non riescono a trovare lavoro. L’occupazione, invece, si realizza se c’è fiducia e rispetto tra impresa, istituzioni e parti sociali. Servono le condizioni sociali perché ci sia impulso alla crescita e si dia corso ai necessari investimenti
Stranamente il governo più impopolare della storia d’ Italia dal dopoguerra in poi ha goduto di una straordinaria “pax” sociale. La Cgil si è distinta maggiormente per la sua presenza sui temi del finto pacifismo della sinistra e sulla lotta contro i simboli dei paesi liberi e democratici, come Israele ed USA, ad esempio, che nella difesa del potere di acquisto di salari e pensioni. Più contro i valori occidentali, la sua cultura e le sue tradizioni che contro gli sprechi, le caste, le inefficienze dei servizi dello Stato. Sono state tollerate carenze verso i cittadini, indifferenza sulle politiche del bisogno che si sono, come sempre accade, riversate contro i diritti dei cittadini più bisognosi. Contro gli ammalati, i pensionati, l’infanzia, le donne e le mamme.
Non potrà che risultare “patetico” il tentativo di Epifani di riportare il Paese indietro in un conflitto che punta all’immobilismo ed alla conservazione dei privilegi dei diversi livelli di quelle caste di cui il sindacato non può essere considerato elemento estraneo.
Vito Schepisi

20 maggio 2008

I buffoni di corte

I giullari di regime erano coloro che divertivano i monarchi e le loro corti. La storia ha registrato la loro presenza sotto tutte le corone, ma la storia ci racconta anche della loro ingloriosa fine quando non riuscivano più a far sorridere. Erano tra i primi ad essere scaricati quando non erano più utili ed esaurivano la loro carica di comicità o di utile idiozia.
In Italia le azioni dei guitti, accompagnati da nani e ballerine, non si è fermata con la monarchia. A lungo, infatti, e fino ai tempi nostri, la pratica dei cosiddetti “artisti”al servizio dei potenti ha proseguito il suo corso, tanto da doverci ancora avvalere, con alternante successo, delle loro prestazioni. Da Benigni a Grillo, da Luttazzi a Fazio, dai Guzzanti a Crozza e poi Rossi, Vauro, Celentano ma anche truppe di uomini immagine dello spettacolo comunicativo per la carica di sensazioni che riescono a sviluppare come Travaglio, Santoro, e persino Di Pietro (è un “artista” anche lui nel suo campo). Per essere giullari non è richiesto un mestiere specifico o un ruolo particolare, lo si è quando si interpreta, senza lasciarsi prendere da un accenno di dubbio, il ruolo di cantore di una verità compiacente. Lo si è quando si mistifica alla propria convenienza ideologica, ovvero all’interesse economico ed alla carriera, il copione di una produzione troppo spesso monotematica ed a bersaglio costante, quando si baratta la democrazia e la libertà di espressione con il dileggio, i racconti zoppi, le “verità” degli atti giudiziari che spesso sono radicalmente diverse dalle verità provate.
Sono mutati i modi perché anche le abitudini e le espressioni sono cambiate. Sono cambiati i mezzi di diffusioni perché la tecnologia ha reso più facile la divulgazione delle immagini e delle parole. E’ cambiata la base degli utenti perché la democrazia ha reso fruibile al popolo anche l’arte e le rappresentazioni teatrali. La satira, una volta riservata al divertimento degli aristocratici, o alla lotta clandestina contro gli oppressori del popolo, l’oscurantismo e la censura, ha rafforzato la sua espressione dissacrante ma solo per renderla più congeniale al compiacimento dei potenti.
La satira è divenuta a larghi tratti una forma di manifestazione di servilismo utile ad incassare la benevolenza del principe e di tutti coloro che riservano ai guitti ed ai compiacenti un posto al tavolo delle ingordigie e dello spreco delle risorse pubbliche. L’espressione artistica ha assunto persino la dimensione di lotta politica surrettizia, laddove l’antipatia cieca, la faziosità ed il rancore ideologico hanno preso il sopravvento sulle ragioni di un temperamento dissacrante.
Come in un grande domino, però, quando parte la caduta delle tessere inesorabilmente viene tutto giù. La politica ha le sue regole, anche se chi le detta non sa sempre interpretarne un percorso virtuoso. E quando le regole sono dettate, i più sprovveduti, e coloro che si mostrano più realisti del re, restano inevitabilmente col cerino acceso in mano.
Chi glielo spiega, ad esempio, ora a Di Pietro che le sciocchezze che fino ad ora erano ripetute sino alla noia contro Berlusconi (conflitto di interessi, leggi ad personam, editto bulgaro, abolizione del reato di falso in bilancio, etc. etc…) era solo propaganda e sciacallaggio politico? Chi glielo spiega ora a Di Pietro e Travaglio che l’assalto giudiziario, unico nelle realtà democratiche del mondo per durata, concentrazione, impegno di uomini e di mezzi, caparbietà e persino aggressività è fallito per la inconsistenza delle ipotesi di reato, per diversità dello svolgimento dei fatti, per essere molto spesso i reati ipotizzati soltanto frutto di semplici teoremi ideologici?
Chi spiega a quel mondo di blogger, di forumisti, di commentatori spesso anonimi che ancora si lasciano andare al dileggio ed a commenti deliranti, che la “guerra” è finita perché il loro “nemico” ha resistito all’aggressione ed ha avuto ragione per l’inconsistenza dei suoi avversari?
Niente si costruisce demolendo! Ci ha provato Prodi mettendo in piedi una maggioranza contro la volontà del popolo, obbligata a raccontare bugie per restare compatta, incapace di assumere qualsivoglia provvedimento necessario. E la ragione, come sempre accade, alla fine prevale!
E mentre Berlusconi si è dimostrato lo statista che la storia ricorderà per aver fortemente caratterizzato gli anni a cavallo tra il secondo ed il terzo millennio, Prodi, invece, sarà ricordato per la sua incapacità di rappresentare il cambiamento, per le sue bugie, per la mancanza di un definito progetto politico.
Per molti è ancora duro ammetterlo, ma è così! Lo ha stabilito il popolo! E’ così anche se la democrazia e le sue regole non sempre sono condivise da coloro che hanno nell’indole l’abitudine ai metodi sbrigativi e violenti. Ci sono e ci saranno sempre coloro che, lungi dal rassegnarsi al verdetto del giudice istituzionale della democrazia che è il popolo, discriminano persino sull’intelligenza degli elettori. Ed è così che Santoro e Travaglio, improvvisamente, si trovano a loro fianco soltanto Di Pietro in Parlamento, come l’ultimo dei giapponesi, e pochi altri al di fuori a combattere ancora una guerra che invece sembra sia già esaurita. L’odio e la demonizzazione si apprestano a lasciar spazio alla civiltà del confronto tra le idee, i contenuti e le soluzioni.
Anche le trasmissioni della tv pubblica più caratterizzate da forme di aggressione politica siano ora chiamate a rispondere su obiettività e pluralismo. E’ un diritto di ogni cittadino quello di non essere messo alla berlina, o tacciato pubblicamente di nefandezze, senza che questi abbia la possibilità di difendersi nello stesso contesto in cui avviene la sua lapidazione. Basta con lo sciacallaggio e con le imboscate televisive, retaggio di culture totalitarie, antipopolari e poliziesche. Il rispetto delle diverse posizioni è il metro con cui si misura la legittimità di rappresentare il popolo. La vittoria del Popolo delle Libertà alle ultime consultazioni elettorali è anche l’espressione della volontà di compostezza, di tolleranza e di pluralismo degli elettori italiani.
Riuscirà ora Santoro, che non è poi uno stupido, a comprendere i limiti di un servizio pubblico?
Resta la convinzione che le democrazie liberali non dovrebbero consentire il reiterarsi del metodo diffamatorio delle accuse lanciate come pietre nello stagno, dove si diramano in spazi sempre più larghi, e che lasciano traccia nella coscienza degli uomini. La civiltà democratica ha il dovere di contrastare l’espediente teorizzato da Francis Bacon “Diffama sempre il tuo nemico e vedrai che qualcosa resta nella memoria della gente”, metodo fatto proprio dalla scuola marxista (Togliatti)con l’uso di sostenere ripetutamente quelle falsità che alla lunga diventano “verità” politiche. Si vorrebbe insomma conquistare quella normalità, diversa da quella sostenuta dal sofista D’Alema, che manca alla politica italiana. E si vorrebbe tutto questo senza azioni ed affermazioni che prestino il fianco a clamorosi vittimismi, tipici proprio di coloro usi a compiacere la loro parte olitica. Si vorrebbe che accadesse attraverso la consapevolezza della responsabilità di un servizio pubblico, ad esempio, e nella convinzione che il confronto politico non può essere una rissa da condominio in cui si forma sempre un “partito” che accusa l’amministratore d’essere un ladro ed in cui alcuni condomini assumono comportamenti prevaricatori ed arroganti.
Un po’ di civiltà e di rispetto reciproco non guasterebbe e tornerebbe utile ai bisogni ed alla dignità di tutti, perché la chiarezza delle tesi esposte ed il rispetto verso gli altri sono alla base della libertà e del diritto naturale degli uomini, mentre l’insinuazione e l’opacità sono strumenti di grigiore e di oppressione.
Vito Schepisi

http://www.loccidentale.it/articolo/cosa+c%27%C3%A8+dietro+il+declino+della+satira


06 maggio 2008

Lettera aperta al Presidente Berlusconi

Signor Presidente Berlusconi, innanzitutto vorrei complimentarmi con Lei per il successo elettorale che ha premiato il suo progetto politico. Vincere in una tornata elettorale non è mai solo il fruttuoso raccolto di una buona campagna elettorale o ancora l’adesione dei cittadini elettori ad una squadra credibile, ma è spesso l’insieme di una proposta complessiva che include motivazioni e speranze. Ciò che per gli uomini liberi e pragmatici, abituati a cogliere farina dal grano, può sembrare un’ovvietà, per tanti sembra sia invece difficile da comprendere. Non ha vinto la destra nostalgica e neanche l’Italia incolta e stupida, contro una sinistra senza identità: ha vinto la speranza di cambiare il Paese.
La sinistra che ha perso non ha saputo offrire motivazioni e speranze. Ha perso perché è apparsa poco credibile la sua idea di trasformare in senso moderno, giusto ed efficiente il Paese. Ha perso per aver mostrato ancora una volta il risvolto ideologico della sua strategia politica e con esso calpestato il rispetto del cittadino, sacrificato nella frenesia dell’odio e della vendetta politica. La sinistra ha perso perché, quando ha potuto, non ha saputo e voluto comprendere il popolo e si è schierata in modo arrogante ed indisponente contro la metà, almeno, degli elettori italiani.
Signor Presidente si ricordi, però, che più che Berlusconi ha vinto l’Italia che è stanca e che spera. In questa tornata elettorale, infatti, per la sinistra non è stato più sufficiente il collante dell’antiberlusconismo lasciando come speranza solo quella di un’improvvisata conversione verso il freno alla pressione fiscale, o verso la sicurezza nelle città, ovvero una maggiore attenzione verso il mondo del lavoro. L’Italia si è rivolta invece verso di lei per la speranza del cambiamento: l’ultima spiaggia prima di precipitare nel vuoto dell’antipolitica.
Sono emerse dalle urne le opzioni degli italiani verso soluzioni definitive per l’ammodernamento e la trasformazione di un sistema e di un metodo di governo. Il voto è stato una petizione popolare per chiedere dignità e doveroso rispetto verso i cittadini che, pur contribuendo per la diffusione dei servizi di pubblica utilità, con una pressione fiscale oltre il limite del sopportabile, hanno ottenuto in cambio insicurezza, inefficienza, arroganza, disservizio, e fondati motivi di allarme e preoccupazione. Si pensi tra l’altro ai ritardi per la raccolta differenziata dei rifiuti e per la realizzazione dei termovalorizzatori, ai pericoli sanitari per la spazzatura, alla carenza delle fonti di energia, all’immigrazione clandestina, al fermo delle grandi opere per la viabilità che rischiano di emarginare il paese o parti del Paese dall’Europa e dagli scambi commerciali frenandone così lo sviluppo.
I cittadini adesso chiedono, metaforicamente, le teste che rotolano. Non si può tollerare che continuino a far danni coloro che hanno sviluppato potere e carriere sul controllo e la capziosa gestione del territorio. Gli italiani si attendono l’abbattimento radicale di quella casta che si annida tra politica e parti sociali, tra istituzioni e servizi dello Stato, tra informazione e potere economico-finanziario, tra impresa e burocrazia. Gli intoccabili, gli impuniti, coloro che sono abituati a guardare con cinismo al declino del Paese per trarne vantaggio politico, economico, di potere cedano finalmente il passo all’Italia che lotta e che si impegna.

I modelli di società non si improvvisano per l’occasione. Esistono nelle intuizioni della parte democratica e pluralista del Paese, anche di coloro orientati a scelte mediate e più complesse. Si fronteggiano in una efficace scelta tra ispirazioni di prevalenza sociale ovvero di prevalenza individuale. Si nutrono del confronto ineluttabile tra ricette di maggiori contenuti di solidarietà ovvero di libertà dei cittadini.
Il modello indicato dagli lettori è dunque quello orientato all’incentivazione della crescita produttiva, secondo le regole del mercato, sensibile ai bisogni, in un ambito di attenzione verso i valori della famiglia e delle tradizioni, in un contesto di libertà e di sicurezza. È il modello che pone l’uomo, consapevole delle sue responsabilità, al centro del suo futuro benessere.
Il modello di società che gli italiani invocano è quindi quello di un Paese giusto ed efficiente, ma anche capace di far ammenda degli errori passati e di sapersi liberare dai lacci di meccanismi funzionali inefficaci e spreconi e soprattutto auto referenti e privi della condivisione popolare.
Tutto questo non è una nuova cultura della classe politica nei rapporti con i cittadini ma è l’insieme di quelle regole e di quel soffio di libertà che prende il nome di democrazia liberale.
In questa dimensione culturale non è consentito prendere a prestito, alternativamente a seconda delle opportunità, ora l’una o l’altra dimensione della società degli uomini. Non esiste libertà dove si pensi solo al benessere personale o laddove si pretenda solo responsabilità dell’individuo, senza che gli siano concesse le opportunità della crescita. Ciò che la politica ha il dovere di registrare, e di far propria, è la spinta naturale delle cose e la sua attitudine ad intervenire per il rispetto delle regole e per liberare i meno fortunati dal bisogno. E’ la politica che ha il compito di interpretare la società e di individuare, attraverso la rappresentanza del popolo, stabilita dalla Costituzione, l’insieme delle sue regole condivise, e non il contrario, come vorrebbero rumorose e contraddittorie minoranze di orientamento prevalentemente assembleare.

Il voto dei cittadini ora è già stato espresso. Chi ha voluto scegliere ha esercitato il suo diritto ed i risultati inappellabili sono sotto gli occhi di tutti. Sembrerebbe finita qui ma siamo in Italia dove da sempre chi ha perso dice invece d’aver vinto, Di Pietro ad esempio più degli altri, e chi ha vinto viene persino invitato a vergognarsi d’averlo fatto. Tutto, purtroppo, continua a proseguire secondo lo stereotipo usuale. Sembra un rito demenziale delle democrazie incompiute. E’ un’abitudine che andrebbe smentita da una stagione di governo e di riforme continua ed efficace.
E’ stato anche già detto, com’era prevedibile per la solita rancorosa abitudine di coloro che vantano, a sproposito e senza legittima ragione, una supremazia culturale, che ha prevalso il Paese ignorante e che l’elettore di centrodestra sia pressappoco un cretino. L’ignoranza più grande, però, sembra sia più quella di non saper comprendere le ragione del popolo, anziché quella di non saper apprezzare un film di Moretti o il cinefilo di Veltroni. Soprattutto se i risultati sono quelli che sono.

Siano però ora chiuse le polemiche e le recriminazioni. Giunga finalmente il momento in cui tanti siano capaci di imparare che l’intelligenza è diversa dalla quantità di “orientamento” acquisito e che le citazioni classiche non reggono al confronto della consapevolezza di offrire soluzioni di governo percorribili ed efficaci. Serva, soprattutto, di lezione per tutti la consapevolezza che c’è un limite alla tolleranza dell’elettore ingannato.
Anche la polemica sul risanamento economico di Prodi resta un’oziosa barzelletta che fa solo sorridere ed a cui non vale più la pena replicare. Mai infatti l’Italia si è trovata in un così devastante “empasse” economico dove l’insostenibile pressione fiscale finanzia i costi dell’enorme spesa corrente, mortificando famiglie, politiche sociali e sviluppo.
Non è più il tempo ed il caso di lasciarsi trascinare in inconcludenti distinguo e, soprattutto, non è più tempo di farsi frenare dai mille lacci di un Paese sostanzialmente corporativo. E’ opportuno quindi focalizzare l’attenzione sulla struttura anacronistica di quella miriade di piccoli e grandi privilegi divenuti nel tempo insopprimibili e protetti grazie ai veti delle istituzioni, della politica e delle organizzazioni sociali.
Non servono, ad esempio, 10 dirigenti in un ufficio che funzionerebbe meglio con uno solo effettivamente responsabile. Si abolisca il principio paralizzante del diritto acquisito. Ogni funzione sia messa in discussione sulla base della necessità e dell’efficienza. Se ci sono contratti sindacali che proteggono sprechi ed abusi siano denunciati e soppressi. Tutto alla luce del sole senza eccezioni o particolarità e, se necessario, in piena conoscenza e consapevolezza. Il popolo deve esser messo in grado di valutare ed apprezzare le ragioni del taglio delle spese improduttive e dei privilegi carpiti, ovvero del ripristino della necessaria efficienza e del senso di responsabilità. Si parlerà di autoritarismo e di negazione dei diritti ma se tutto si farà col consenso del popolo, stanco di tanti privilegi concessi, sarà piuttosto autorevolezza e senso di giustizia.

Anche i soggetti economici che di fatto esercitano attività produttive, commerciali o di servizi in concorrenza con le tipiche imprese private è tempo che siano regolati, ai fini degli oneri e del fisco, senza alcun privilegio, onde evitare la creazione di concorrenza sleale, e soprattutto per recuperare quel maggior gettito fiscale da sostituire a quello prelevato in modo esorbitante dalle famiglie e dal lavoro. Non hanno, infatti, funzione sociale le cooperative che accumulano fondi per le scalate alle banche! L’impresa, ancora, con le sue regole, i suoi diritti ed i suoi doveri, è bene che sia sotto la partecipazione ed il controllo dei privati cittadini e non invece, attraverso reti di funzioni sussidiarie, sotto controllo della politica.
E’ questo, nei fatti concreti, da sempre, il reale e stridente conflitto di interessi del Paese!

La giustizia è poi l’asse centrale della credibilità democratica di una nazione, ed è noto che in Italia la “Giustizia” sia del tutto carente. E’ tempo che si passi finalmente dalla cultura della distinzione che emerge tra magistrati buoni e cattivi, o quelli visibili od invisibili, a quella della disamina tra un ordinamento capace di produrre giustizia ed un altro ordinamento, invece, capace solo di distribuire privilegi e garanzie agli addetti ai lavori. Tra autonomie gestionali capaci di servire la legge e quelle invece di compiacere le cordate politiche.
E’ necessaria una riforma che parta dalla divisione della carriere, quale ineluttabile metodo di civiltà politica, ed arrivi alla responsabilità dei magistrati nell’esercizio della loro autonomia. E’ necessaria persino una verifica democratica dell’efficienza e dell’imparzialità dell’azione penale, perché non si trasformi in mezzo di disturbo del confronto democratico del Paese, ovvero in copertura di illeciti e di arroganza del potere, come siamo stati purtroppo abituati ad osservare dagli scorci dello scorso millennio all’inizio del nuovo.

Signor Presidente Berlusconi, la speranza a cui mi sono richiamato in apertura è l’invito ad un insieme di scelte e provvedimenti che segnino una svolta alle cattive abitudini ed alle inefficienze del sistema Italia. Lei è in grado di segnare questa svolta. Nessun professionista della politica, invece, sarebbe capace di incidere in modo determinante sulle cattive abitudini della politica. Si è liberato di Buttiglione e Casini e dell’ancoraggio che questi rappresentavano con la vecchia logica degli intrecci burocratici e delle gestioni dei poteri diffusi.
Coraggio! Mostri ora di meritare il consenso che gli italiani, con fiducia e speranza, Le hanno voluto attribuire.
Il lavoro sarà difficile ed i nemici saranno tantissimi, ma gli ostacoli si possono superare se si ha la consapevolezza d’avere il popolo dalla propria parte. Utilizzi la grande forza di volontà che ha mostrato di possedere come imprenditore, ma anche come politico, oltre alla spinta della caparbia ostinazione degli italiani nel ricercare i motivi della speranza. Se ne faccia, così, fedele e coraggioso portavoce.
La storia l’aspetta. In bocca al lupo!
Vito Schepisi

Diritti negati

Sugli effetti umilianti dei diritti negati non si ha mai un’idea precisa finché non capita d’esser parte lesa. Ed è per questa ragione che mi preme segnalare l’episodio di cui sono vittima e che lede il mio diritto di cittadino e di utente.
Nel dicembre dello scorso anno, trovandola economicamente vantaggiosa, ho aderito ad una promozione per il passaggio, dal gestore Wind telecomunicazioni Spa al gestore Tiscali Spa, sia del traffico telefonico che del servizio ADSL per l’accesso ad internet
Mentre per la telefonia non ho subito alcun disservizio e nessuna interruzione della linea, il 22 marzo (il giorno di Pasqua), senza alcun preavviso, Wind Infostrada mi ha privato del collegamento ad Internet. Fin a questo punto, a parte i modi incivili di interrompere un servizio senza preavviso, nessuna questione. Ma non è finita qui! Tanto più se oggi mi trovo a constatare, con disagio e rammarico, che sono ancora privato del servizio internet. Il nuovo gestore, infatti, è impedito ad attivarlo perchè la linea su cui erogarlo risulta ancora occupata dal precedente gestore ( Wind Infostrada).
Mi risulta un po’ ostica la materia, ma alla fine ho capito che un gestore può interrompere l’accesso ad internet all’utente, ma continuare a tenere occupata “la portante”. Ciò che invece mi è più difficile comprendere è il perché un gestore, quando distacca l’utente dall’accesso ad internet, non liberi anche la portante?
La spiegazione mi è stata data da Telecom e Tiscali, a cui mi sono rivolto tramite i numeri verde: sembra che lo si faccia per ostruzionismo alla concorrenza.
Dal 22 marzo, giorno dell’interruzione del servizio internet, ad oggi la mia linea è occupata da Wind Infostrada impedendomi di ottenere il servizio internet da un altro gestore. Un abuso, un metodo di maleducazione da cortile, una vessazione, forse un illecito. E’ come se un commerciante presso cui sono abituato a fare la spesa, per il semplice fatto che ora mi servo altrove, mi muri la porta di casa, isolandomi. E’ davvero una prepotenza! E’un atto d’inciviltà! E’un modo che lede i diritti dei cittadini!
Ho telefonato più volte all’unico numero che Wind Infostrada mette a disposizione dell’utenza, ma mi hanno sempre risposto evasivamente, spesso attribuendo ad altri la responsabilità: a Telecom, ad esempio. Ho anche inoltrato un ricorso a Wind Infostrada, mi è stato dato il numero di protocollo, e dopo alcuni giorni riferito che per loro era tutto in regola. Mi sono rivolto all’AG.COM, inoltrando per fax un modulo predisposto per i ricorsi degli utenti. Ho anche contattato di persona il Comitato Regionale per le Comunicazioni della mia regione, dove mi è stato riferito che forse tra un mese sarò chiamato per un atto di conciliazione tra le parti (conciliazione di che?).
I tempi però sono biblici. E’ come se un malvivente occupi casa mia, impedendo a me ed alla mia famiglia di usufruirne, e le autorità preposte alla difesa dei miei diritti, su mia denuncia di violazione di domicilio, mi rispondano che tra circa un mese sarò chiamato per un tentativo di conciliazione con il malvivente.
Siamo in uno Stato di diritto o in una giungla?
Se si parla di liberalizzazioni, il pensiero va al diritto di libera scelta del consumatore – utente. Per liberalizzazione, infatti, si intende la facoltà del cittadino di scegliere in piena libertà di acquistare un prodotto o un servizio tra più produttori in libera concorrenza tra di loro. Ma liberalizzare non significa far pagare all’utente le beghe concorrenziali dei gestori!
Spesso, infatti, questa libertà di scelta viene negata. Ed è mortificante pensare all’individuo indifeso, disorientato dinanzi all’abuso, al disservizio, all’inganno, alle barriere burocratiche che vengono innalzate. E’ davvero umiliante dover constatare d’esser disarmati ed inermi dinanzi all’assoluta mancanza di accesso informativo verso figure professionali responsabili, capaci di accogliere le istanze dei cittadini sui diritti negati, abilitati ad offrire con senso civico risposte ragionate ai bisogni dell’utenza.
E’ di questo disagio che mi faccio portavoce per trovarmi mio malgrado ad esserne coinvolto personalmente.
Una volta esisteva la figura, mutuata dalla legislazione scandinava, del Difensore Civico. Dov’è finito? Come fa oggi un cittadino a difendersi?
Se sono state istituite delle autorità, per ostacolare i comportamenti dominanti e vessatori nella gestione dei servizi in concessione verso i cittadini ed i diritti di tutti, queste autorità dovrebbero intervenire senza indugio per rimuovere in modo definitivo ogni tentativo di lesione dei diritti di ciascuno, e persino provvedere a sanzionarne l’abuso perché non s’abbiano per il futuro ulteriori reiterazioni di atteggiamenti arroganti. Per creare, invece, nuova burocrazia era proprio necessario costituire un’Autority?
Vito Schepisi

07 aprile 2008

Un voto contro il declino e per la libertà

Le sintesi e le semplificazioni politiche non sempre sono espressioni di rigoroso metodo interpretativo delle realtà. Per pigrizia intellettuale e per opportunismo, spesso si vuol far credere, ad esempio, che esistano spazi in cui si possano privilegiare esclusivamente le scelte verso la società che lavora e produce, ed altre verso la società che intraprende ed investe, senza che il sistema in un caso e nell’altro ne venga compromesso.
Ciò che è fuori dai tempi, e dalla comprensione di tanti, è il modo un po’ arcaico di far aleggiare l’idea che il confronto sia posto alla stregua di un conflitto sociale: come se le due scelte fossero in antitesi e prive di ragionevole interdipendenza tra loro. In nessuna delle società moderne che si sviluppano al di fuori dei regimi statalisti è così.
Quanto sia sbagliato questo modo di porre le questioni lo si rileva dalla esistenza di blocchi politici popolari in cui interagiscono, in modo eterogeneo, rappresentanze dello spaccato sociale del Paese.
Le sintesi e le ragioni di un cammino comune emergono attraverso la definizione di programmi condivisi, sebbene siano il minimo comune multiplo di accentuazioni e priorità diverse.
Le società democratiche, poi, sono quelle che pongono, in quanto multilaterali, con pari attenzione problematiche economiche e soluzioni getionali. Sono le sole che ne favoriscono l’integrazione e che si preoccupano di offrire ai due mondi, attraverso il confronto e le contrattazioni sociali, le opportunità di sviluppo solidale.
Il rapporto compatibile in una società produttiva ed industriale è quello che assicura, in termini di intese contrattuali e di provvedimenti legislativi, sia le scelte di crescita che le garanzie richieste da una comunità socio-politica indifferibilmente pluralista.
Questa maggiore ispirazione alle forme della democrazia liberale, con l’esigenza di un’espressione plurale, è una opzione che nell’Italia post fascista e repubblicana è sempre stata presente, tanto da non aver mai consentito, in oltre 60 anni, a quelle forze che si sono richiamate, con diverse espressioni e con varia intensità, alla lotta di classe, ed alla forme esclusivamente dirigistiche, di occupare il potere e di modificare le strategie dello sviluppo nella tradizione occidentale del Paese.
Il voto conservatore, di conseguenza, ha rappresentato sia l’opzione liberale della salvaguardia delle forme umanistiche e democratiche delle nostre istituzioni, sia la conferma della univocità delle scelte di civiltà radicate sui modelli occidentali e sulle rivoluzioni liberali del diciannovesimo secolo.
Il voto conservatore in Italia ha così ricercato le sue radici nel ripudio delle scelte ideologiche e delle intolleranze del ventesimo secolo.
E’ per queste ragioni che l’azione di Prodi, sia nella sua precedente esperienza del 1996, fallita per giochi di palazzo, sia in quella recente, con il suo Governo ancora in carica, è risultata anacronistica e fallimentare laddove rappresentava scelte ideologiche, antiproduttive, vessatorie verso il mondo del lavoro e della produzione, demagogiche e fuori dall’interesse generale del Paese.
Per conservatrice è stata così definita quella parte della società che ha svolto l’unica rivoluzione popolare del secolo scorso. È stata così definita tale la radicata convinzione politica di voler difendere le libertà ed il percorso anche della civiltà delle forme: valori che, insieme, rappresentano i solidi pilastri dell’Occidente, della democrazia liberale e della società degli uomini.
Di converso sono state definite progressiste e rivoluzionarie tutte quelle scelte nei contenuti e nei metodi che, al contrario di quella degli individui, sono andate ad indicare come soluzione politica la società delle masse e del pensiero collettivo.
Anche la difesa delle diversità, assunta come spazio dei privilegi, è un modo illiberale e strumentale di misurare il progresso.
Nella mentalità collettiva le minoranze e le diversità si utilizzano quando servono e si annettono ovvero si reprimono quando diventano scomode.
La società di massa è machiavellica perché è un contesto in cui il fine giustifica il mezzo, senza che l’individuo, reso un mero numero, abbia ragioni e pensieri da addurre.
Se, dunque, per conservazione si intende la spinta diffusa dal basso per il rispetto delle origini e delle tradizioni dei popoli; se si intende per tale l’affermazione e la conferma della identità nazionale; se si può definire conservatrice la volontà di dar continuità alla volontà della crescita ed all’attitudine a voler rafforzare, attraverso il lavoro e l’impegno, la soddisfazione dei bisogni, quale mai, allora, sarebbe il valore del progresso e della rivoluzione?
Di converso coloro che, invece, si sono battuti per la trasformazione delle forme sociali del Paese e che, in continuità con le ideologie deformanti ed illiberali dell’inizio del secolo scorso, nazionalsocialiste, ovvero socialcomuniste, hanno mirato a trascinare nuovamente il Paese nell’alveo delle intolleranze, della dittatura di classe e della privazione delle libertà economiche e culturali, si sono collocati, per unilaterale scelta, tra i progressisti e gli innovatori.
Dove sta, però, in un siffatto contesto politico, il presunto progresso e dove la presunta rivoluzione?
Non si può certo dire che stia nelle forme spesso reazionarie di imporre, con la pesantezza delle espressioni verbali, con la disinformazione e spesso con la violenza fisica, alcune soluzioni involutive rispetto al pluralismo,. alla democrazia ed alle libertà conquistate!
Non possono definirsi progressiste le scelte che mirano ad allontanare il Paese dalla vocazione di origine e di cultura acquisita nei millenni di storia con l’unità realizzata su quei valori risorgimentali che hanno cementato la solidità della sua identità nazionale.
Non può essere considerato di per se un valore assoluto, ed essere utilizzato come motivo di riscatto di un temperamento reazionario e delittuoso, esser stati dalla parte vincente nell’ultimo conflitto mondiale ed essersi trovati, a combattere l’efferatezza liberticida e totalitaria del nazifascismo.
Non lo può essere tanto più se la collocazione politico culturale, constatate le follie ideologiche condivise e fatte proprie nel passato, ma anche nel presente, rappresenta solo un mero caso storico motivato dalle divergenti ispirazioni egemoniche dei due grandi dittatori del ventesimo secolo.
E’ il caso di dire che nella storia non sono importanti le parole, come sosterrebbe l’egocentrico Moretti, ma i fatti.
E’ così necessario riflettere sui contenuti che stabiliscono la capacità di esser adeguati ai tempi, cioè sulle politiche capaci di promuovere effettivo progresso sociale e di diffondere opportunità di effettiva crescita.
Il progresso ha oggi bisogno, anche culturalmente, di connotati di più ampio respiro che restituiscano dignità e sostanza a quanti attraverso la fermezza della conservazione dei valori hanno consentito e reso fruibile sia i vantaggi del progresso in assoluto, che i valori connessi alla maturazione culturale dell’uomo ed alla civiltà dei popoli.
Tutto questo contribuisce a farci dire che il vero sostegno alla crescita ed allo sviluppo sia quello che viene definito, sebbene a torto, “voto conservatore”.
L’esperienza del governo di Prodi, il peggiore dell’Italia repubblicana, in cui le forze illiberali cooptate alla guida del Prese si sono battute contro l’innovazione e la crescita, impone la necessità di ripristinare l’azione della modernizzazione dello Stato attraverso la stabilità e la coerenza dell’azione politica.
Un compito gravoso e difficile, soprattutto per la necessità di abbattere quelle caste in cui si muovono poteri diffusi, privi di legittimazione popolare, che mortificano i diritti e comprimono le risorse economiche e finanziarie.
Questa volta si impone un voto contro il declino e per la libertà.

Vito Schepisi

18 marzo 2008

Veltroni strumentalizza anche la questione Alitalia


Veltroni ha detto che nel Partito delle Libertà c’è il disordine più assoluto ed ha preso come esempio, oltre alla presunta volontà, sembra mai espressa dal Cavaliere, di ritornare alla Maroni per le pensioni, il caso Alitalia.
Ritenuto solo un ulteriore pretesto polemico il ritorno alla Maroni, si esamini invece il caso Alitalia.
Fini, secondo Veltroni sarebbe favorevole a chiudere con Air France, mentre Bossi e la Lega sarebbero contrari e Berlusconi, per il leader PD, è nel mezzo. Benissimo! Ma, anche se le cose non sembra che stiano perfettamente come dice l’avversario ed abile disinformatore politico, cosa ci sarebbe di male?
La questione Alitalia non può essere affrontata come, ad esempio, il taglio delle tasse. Su quest’ultima questione, infatti, nessuno potrà affermare che la pressione fiscale non sia tra le cause più dirompenti della crisi dei consumi, delle difficoltà delle famiglie e del pericolo di fallimento per le piccole imprese. Nessuno potrà neanche dire che tra Bossi, Fini e Berlusconi ci sia minore tensione nella volontà di tagliare l’insostenibile peso del prelievo fiscale.
La questione Alitalia è invece più complessa e si palleggia tra la tipicità delle gestioni di un impresa a partecipazione pubblica (con gli errori gestionali, le pratiche clientelari, gli esuberi occupazionali, le inefficienze e la fallimentare gestione economica) e le esigenze di mercato. Ora sono in ballo anche la condizione sociale dei lavoratori e lo sviluppo economico ed occupazionale della Lombardia, di Milano e del Nord del Paese.
Se fosse invece solo una scelta tra due modi di esercitare un indirizzo politico, se la scelta fosse in funzione di un servizio da offrire o meno al Paese, le osservazioni di Veltroni avrebbero senso. Non è così, invece, tanto più che lo stesso Veltroni, mentre osserva i contrasti della tappezzeria in casa d’altri, chiude le finestre delle sua casa senza mostrare i colori delle stoffe dei suoi divani.
Veltroni si è ben guardato da indicare una sua scelta e di indicare il suo pensiero: resta il solito sofista, un falso per inseparabile dote.
Sulla questione è evidente, invece, l’imbarazzo del Governo. Si fa strada anche l’impressione di riservatezze ingombranti e di passate spiegazioni sommarie sulla realtà delle cose. Su Alitalia le opinioni, come è normale che sia, sono trasversali ai movimenti politici. Si registrano, quotidianamente, particolarità di vedute tra partiti e personaggi rappresentativi degli stessi con funzioni e responsabilità amministrative.
Nel PD, forse più che nel PDL, le posizioni sono diverse ed alcune anche molto distanti. I sindacati che non hanno mai lesinato sostegno politico al PD sono preoccupati e dubbiosi, le certezze invece sembra averle solo Veltroni e sono quelle di sempre ….guardare dove scorre il ruscello e mettersi nella sua direzione: è un eroe l’ex Sindaco di Roma!
Ha, però, veramente poco Veltroni da strumentalizzare su questa questione, anzi strumentalizzare in questo caso è faccenda ancora più indegna.
La parola a questo momento è nel confronto tra Air France ed i sindacati, ma anche il governo ha lasciato strade aperte per soluzioni di offerte meno umilianti di quella di Air France. La Mercegaglia, designata alla presidenza di Confindustria, ha ben ragione di chiedere una moratoria sulla scelta definitiva, auspicando soluzioni diverse e soprattutto il mantenimento del ruolo di Malpensa.
Ma il fatto assume rilievo ancor più imbarazzante se viene posto come motivo di contesa elettorale. La cessione di un pezzo d’Italia, come si è fatto in passato, e Prodi ne conosce bene le storie, non è, e non può essere, un affare privato tra chi dei due contendenti vince le elezioni. La scelta deve rientrare nell’interesse nazionale, a prescindere dai colori politici, perché in Alitalia oggi, ma anche nelle altre aziende pubbliche ieri, ci sono le risorse del lavoro degli italiani, ci sono le tasse prelevate ed il debito pubblico che incombe su ciascun italiano sin dalla nascita.
Ci siano quindi anche mille voci diverse. Ciò che è importante è che si preoccupino non di posti nei consigli di amministrazione o di influenza su diverse questioni di opportunità o di scambi di cortesie politiche tra paesi, e tra uomini, come è sembrato che sia stata ispirata negli ultimi due anni la politica estera e la politica economica italiana.
E Veltroni, prima di guardare alle pagliuzze negli occhi del centrodestra, ha ascoltato il suo alleato Di Pietro? Ha preso atto e condivide la trave della sua dichiarazione?
A proposito della questione Alitalia, il Ministro delle infrastrutture in carica ha detto che quella di Air France è una “proposta umiliante perché uccide Malpensa”. “Esprimo – ha dichiarato Di Pietro - tutto il mio disappunto come ministro e come cittadino nel prendere atto dell'offerta avanzata da Air France per l'acquisto di Alitalia. Si tratta infatti di una proposta finalizzata unicamente al profitto proprio dell'offerente, che rappresenta un danno per la compagnia, per le maestranze e per tutto il Paese”. Ed ha aggiunto, riferendosi all’aeroporto di Malpensa: “si tratterebbe insomma di un omicidio politico ed economico rinunciare a questo scalo proprio ora”.
Omicidio politico ed economico dunque per Di Pietro. Ma per Veltroni è lecito sapere cosa sia e come la pensa, dato che si interessa della prudenza di Fini e della contrarietà assoluta di Bossi?
La politica ideale in democrazia, bisognerebbe suggerirlo a Veltroni, non è un’idea unica sulle cose da fare, ma un’idea piuttosto omogenea sugli scopi e sugli obiettivi. Le proposte sono tutte degne d’essere prese in considerazione. L’importante è che non ci siano fini diversi da raggiungere e che non siano (le proposte) pensate contro qualcosa o qualcuno, ma elaborate per un obiettivo di interesse generale e per rendere soprattutto un servizio alla collettività.
Il confronto e la ricerca delle opportunità fanno parte del metodo democratico: è la criminalizzazione del dissenso che invece mortifica la democrazia. Se è vero che non è “mai stato comunista” Veltroni, queste cose dovrebbe saperle.

Vito Schepisi

17 marzo 2008

Sono Veltroni...ma anche Berlusconi!

C’ è sempre un modo diverso per essere comici. Al contrario di altri paesi, in Italia la comicità si è espressa in tante forme differenti tanto da diventare, il popolo italiano, famoso per i modi anche bizzarri di interpretare la vita.
L’Italia ha saputo imbrigliare con la più amara ironia la drammaticità della cattiva sorte e della malversazione. Ha saputo trarre coraggio anche dalle sventure, inventandosi antidoti e pozioni per meglio esorcizzare il dolore.
I sacrifici, la miseria, le sofferenze, assieme alla meschinità, alla viltà, ai vizi ed alle virtù, tutto nel tempo della storia è stato nello stesso momento esaltato e sdrammatizzato con l’arte dell’ironia e della burla. Gli italiani si sono mostrati capaci di sorridere laddove altri si mostravano seri e compunti, ma anche per converso di piangere e soffrire laddove gli altri si mostravano cinici ed indifferenti.
Tanti attori, tanti interpreti chi con grande talento, altri con un po’meno, come ad esempio Veltroni.
Come non pensare a Benigni? Alla sua La vita è bella dove ha saputo e voluto raccontare il nazismo e l’orrore, la severità e l’idiozia, i campi di concentramento, l’odio razziale, uno spaccato anche storicamente abbastanza recente della follia dei regimi ideologici. L’ha fatto con l’ironia e la beffa, con la filosofia romantica di un’umanità che sa riscattare in modo provocatorio e fermo il valore umano dell’individuo e la dignità e dell’uomo.
Tra le attitudini ci sono coloro che hanno l’animo ed il gusto interpretativo per evocare sia le giuste emozioni che la sensibilità delle coscienze. Il pluralismo delle sensazioni è anche un benefico lavaggio nel limpido ruscello del confronto, dove sgorga quell’acqua che elimina le scorie della incomunicabilità e del pregiudizio.
Ci sono anche coloro che invece sembrano goffi e che forzano la loro interpretazione in un crescendo di atteggiamenti che sanno di spicciola furbizia e di consapevole mistificazione, come ad esempio Veltroni, con quei suoi modi da recita, con i suoi onnicomprensivi pensieri, ma anche con la sue mimica suggestiva tra il divertito, il serio, il pensieroso, il preoccupato, l’ascetico.
Ed è meditando su una strana e serrata campagna elettorale che può tornare alla memoria un’opera letteraria così assimilabile con la nostra politica. Una campagna elettorale che interpreta il costume di un Italia dove i feudi, il potere, la sonnacchiosa ed apparentemente distratta gestione, il controllo e le metamorfosi dei pensieri, delle strategie, degli ideali, dei tormenti sociali, resta il filo conduttore di un’idea che sintetizza la trama de Il Gattopardo di Giuseppe Tommasi di Lampedura: “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.
Anche il nuovo ha l’immagine del vecchio. Cadono i muri e le certezze e il mondo si trasforma. La globalizzazione prende il posto delle autarchie, il principio del mercato si sostituisce a quello del dirigismo marxista, ma i personaggi sono sempre gli stessi. Sempre uguali. Sembra persino che conservino le stesse facce, anche quando le generazioni mutano e si avvicendano. Alcuni sono lì da sempre come se fossero uomini immortali, in prima fila a riproporsi, cambiando giacchette e maschere, dopo un lifting politico tra l’incredibile e l’audace. Sempreverdi di una pianta che non dà frutti, né fiori ma solo bacche grigie, amare, indigeste se non velenose
Veltroni è poi colui che sintetizza alla perfezione la massima di Tommasi Di Lampedusa: “attribuire ad altri la propria infelicità è l’ultimo ingannevole filtro dei disperati”. Circondato dagli stessi uomini contro cui oggi sembra opporsi nei programmi, inoltrandosi verso un percorso politico del tutto diversificato da quello di Prodi e della sua maggioranza, sembra astutamente voler attribuire ad altri le responsabilità della cattiva gestione del governo ancora in carica di Prodi, mentre ne è incontrovertibile continuità per uomini e sostanza politica.
Veltroni, con la finzione di contenuti mutuati alla “rabbia “ della gente, antepone così alla realtà il suo ultimo filtro dei disperati, tanto da sembrare ancora più disperato, come colui che si gioca tutto per restare a galla e per non precipitare verso il giudizio severo del popolo che si vorrebbe ancora una volta mortificare.
Recita da nordista, da imprenditore, da liberista, da fautore delle grandi opere, da repressore della criminalità, da garante dei valori, da promotore della riduzione della pressione fiscale.
Non è che si dimentica d’esser Veltroni? O che finisca per spacciarsi anche per Berlusconi?
Sarebbe davvero un colpo da maestro se nell’impeto della competizione si guardasse allo specchio e si dicesse : Si può fare! Io sono Veltroni….ma anche Berlusconi!
Vito Schepisi

14 marzo 2008

Una politica estera disgustosa

La politica si fa con i fatti ed i provvedimenti. Si fa anche con le relazioni con gli altri stati e con la partecipazione agli organismi internazionali che stabiliscono le regole della convivenza civile. Ci sono diritti e doveri per tutti. Mentre i diritti, però, vengono giustamente reclamati, ci sono popoli che sono inclini a non rispettare i doveri.
Ci sono realtà in cui gruppi militari e politici agiscono attraverso autonome gestioni, anche in azioni di guerra e di terrorismo e disattendono le comuni regole di civiltà. Ci sono stati in cui le formazioni terroristiche non sono ufficialmente riconosciute ma tollerate nell’indifferenza persino delle comunità internazionali. Non è un mistero infatti che ci siano paesi che di fatto tollerano, fomentano e persino finanziano il terrorismo.
Il diritto internazionale e la funzione dei consessi internazionali stabiliscono regole e comportamenti attraverso trattati e risoluzioni che in modo equidistante, quanto meno nei propositi, anche se spesso ingiusto ed accomodante, servono a gettare acqua sul fuoco nelle zone ad alta intensità di conflitto. Tra le principali regole ci sono quelle relative al ripudio del terrorismo ed alla sua incontrovertibile delegittimazione come forma di soluzione dei conflitti tra Stati.
L’Italia ha sempre rispettato i trattati, ha sempre fatte sue le risoluzioni, ha sempre agito per la pace. L’ha sempre fatto nella convinzione che la convivenza pacifica non possa essere solo una scelta di campo tra i contendenti, ma soprattutto un modo di riconoscere i diritti ed i doveri di tutti.
Nella storia d’Italia del dopoguerra per la posizione strategica del Paese, per essere sede di una delle correnti religiose più radicate del mondo, nonché per la consapevolezza di un profondo sentire del Paese nelle tradizioni, nella cultura, nella civiltà, nella storia del Cristianesimo, i governi sono stati indotti ad assumere posizioni di estrema prudenza. La cautela e la diplomazia, però, non hanno mai impedito di deflettere dai fondamentali principi di civiltà. Tra questi quello che la pace si ottiene con il dialogo e la buona volontà di ciascuno, senza pregiudizi, o steccati e senza finzioni, rispettando le ragioni di tutti: soprattutto di coloro che sono colpiti da atti di barbarie e di violenza.
Non si può parlare di pace e far finta di non vedere quando nelle città, tra la popolazione, nelle scuole, tra donne e bambini, negli autobus che portano a scuola e lavoro centinaia di persone, nei supermercati, nelle discoteche, per la strada, orridamente e senza alcun senso di umanità si sterminano persone inermi.
Non si può trattare con chi nelle stesse ore in cui ci si siede intorno ai tavoli delle trattative prepara attentati e lancia razzi ed ordigni tra la popolazione civile.
Ebbene da due anni in Italia la politica estera, soprattutto per il medioriente, ma anche in occasione di alcune votazioni all’ONU, come ad esempio per l’elezione di membri dell’assemblea permanente, con Prodi e con il Ministro degli Esteri D’Alema, è stata condotta in maniera diversa e distante sia dai partner europei che dalla tradizionale collocazione e prudenza italiana.
Ed è per questa ragione, pertanto, che la dichiarazione dell’ambasciatore d’Israele in Italia rilasciata ieri all’ANSA deve far riflettere, soprattutto in campagna elettorale perché l’ignominia abbia fine:
"Chi ci invita ad aprire trattative con Hamas - ha detto l’ambasciatore d’Israele in Italia, Gideon Meir all'Ansa - in effetti ci invita a negoziare sulle misure della nostra bara e sul numero dei fiori da mettere nella corona. Fino a quando Hamas non cambierà le sue posizioni e non accetterà le condizioni della comunità internazionale, chi invita ad un dialogo con quest'organizzazione terroristica in pratica blocca il negoziato tra Israele e Abu Mazen. Il fatto che il leader di quest'organizzazione terroristica si congratuli per queste posizioni non depone a favore di chi le sostiene - ha aggiunto il diplomatico israeliano, riferendosi all’apprezzamento espresso dal leader di Hamas, Ismail Haniyeh, per le dichiarazioni del ministro degli Esteri italiano – La pace - ha proseguito Meir - si fa sì con il nemico, ma con un nemico che desidera la pace e la convivenza dell'uno accanto all'altro. La posizione di Hamas è nota e non è cambiata. Non sono disposti a riconoscere il diritto di Israele ad esistere e non sono neanche disposti a parlarci. I loro leader continuano ad invocare la distruzione dello Stato di Israele. Gli inviti per un cessate il fuoco sono solo una fase del piano per completare il sogno di Hamas di distruggere lo Stato di Israele e di fondare uno Stato religioso fondamentalista musulmano tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. E' un peccato - ha chiosato il diplomatico israeliano - che durante il giorno di lutto per gli otto ragazzi che sono stati uccisi nella scuola rabbinica in Gerusalemme c'è chi invita ad un negoziato con barbari e assassini".
Le politiche di pace si fanno assumendo fermezza verso coloro che disattendono la convivenza civile e non passeggiando a Beirut con dirigenti di hezbollah o sostenendo la politica guerrafondaia della Siria e asserendo il diritto dell’Iran di fornirsi della tecnologia nucleare, soprattutto quando questo Paese non fa mistero del suo uso… sul territorio israeliano.
E’ una ragione di più per auspicare la rimozione di questo governo ed il ritorno ad una maggioranza democratica e liberale che ci liberi dalle scorie e dai retaggi del veterocomunismo antiisraeliano ed antiamericano.
Vito Schepisi

13 marzo 2008

Ciarrapico e l'ipocrisia della sinistra

Il caso Ciarrapico ha sollevato la maschera della ipocrisia. Si pensava che il Paese avesse alcuni problemi da risolvere e che la serietà imponesse un confronto serrato ma serio. Si pensava che con i programmi i due maggiori partiti in competizione elettorale avessero intenzione di confrontarsi sulle priorità e le scelte. Si pensava che fosse arrivato il tempo di convincere gli elettori sulla credibilità, sull’esperienza, in alcuni casi sulla reale rottura della sinistra con il recente passato, e sulla consistenza degli impegni per il prossimo futuro. Invece non è così!
E’ bastata la trappola di Repubblica nell’aver sollecitato Ciarrapico, imprenditore e candidato indipendente nelle liste della Cdl, ad un insignificante giudizio politico su storie morte ed irripetibili, per far ritornare la politica nel vuoto della inconcludenza, imbrigliata nella presunzione di misurare con il metro del passato le proposte che circolano per il futuro.
Con puntuale e consapevole perfidia si è chiesto all’imprenditore romano se le sue idee sul fascismo, come idea politica (e non sulle valutazioni delle scelte del ventennio), fossero ancora rimaste integre. Si era alla ricerca della polemica da creare per tentare di colmare con palate di fango la differenza di consenso nel Paese tra i due contendenti politici.
I soliti metodi di coloro che non reggono al confronto sulle cose e rovesciano il tavolo, fomentando la rissa. Dopo aver navigato per tutti i mari del vizio, costoro si presentano con la faccia scandalizzata in tv. Come innocenti verginelle, si mostrano esterrefatti per ciò che accade e preoccupati per la tenuta del quadro politico a causa della parte liberale del paese. Siamo alla farsa! E’ il colmo, dopo aver rasentato il regime con Prodi, Di Pietro e la sinistra radicale!
Sembra di rivivere la favola di Fedro in cui la volpe che non arrivava all’uva diceva che era acerba. Veltroni incapace di reggere al confronto sulla credibilità di un programma liberale per lo sviluppo, la pressione fiscale, la sicurezza, i valori, si rifugia nel diversivo dell’ipocrisia per sottrarsi al giudizio degli elettori sulla sua incapacità.
“Ma voi vi ricordate che scandalo scoppiò esattamente un anno fa, quando quel fascistone di Ciarrapico dimostrò il suo entusiasmo per la nascita del Partito democratico, partecipando addirittura a un suo convegno? Vi ricordate le reazioni indignate di Veltroni, Fassino, Rutelli, D’Alema e Prodi? Io no.” ( Riccardo Barenghi, ex direttore del Manifesto, sulla Stampa del 12 marzo).
Gli italiani dovrebbero ormai sapere che a sinistra, come accadeva ai tempi del Pci, da una parte c’è il bene e dall’altra il male. A dividere gli uni dagli altri c’è un simbolico fiume, come il Gange per gli Indù. Se ci si immerge nel fiume per raggiungere le rive della sinistra il corpo si purifica e prevalgono le ragioni del divenire e della redenzione. Se si fa il percorso inverso si è invece venduti e traditori. Di quelli che stanno permanentemente dall’altra parte, invece, il meno colpevole è uno sciocco fuori dal tempo o, come dice D’Alema, “un reperto archeologico”, altri hanno malattie altamente infettive, alcuni sono pericolosi criminali e, naturalmente tutti, chi più o chi meno, fascisti.
Una volta si diceva che parlamentarizzare i settori più radicali serviva a renderli innocui, ad eliminare l’imprevedibilità delle posizioni extraparlamentari. Ma questa, a quanto pare, è una prerogativa solo della sinistra. Vale solo se resta una loro imprescindibile scelta: vogliono il possesso esclusivo del timbro di legittimità.
Come se la sinistra, che resta purtroppo quella di sempre, e non riesce assolutamente a nasconderlo, fosse una sorta di dogana della politica che stabilisca le merci importabili.
Persino Gavino Angius, già esponente di rilievo dei DS, non ha potuto fare a meno di definire “ipocrita” il PD ed invece “sincero” il Cavaliere.
La sincerità di Berlusconi sull’argomento è stata persino disarmante. La verità è sempre ciò che più si addice ai fatti. Averlo dimostrato anche in questo caso, al contrario di ciò che si vuol far pensare, è la riprova della bontà della fiducia che si deve riporre verso chi si preoccupa di arginare sulla destra un consenso che rimarrebbe, quanto meno al Senato, certamente extraparlamentare. Un consenso che non verrebbe sottratto al PD ma aggiunto al PDL per rendere maggiormente agibile la vittoria. Per governare.
Ciarrapico ha i suoi giornali che tornano utili e attira un consenso che andrebbe disperso.
In campagna elettorale si è sempre detto che i voti non si odorano ma si pesano: nella competizione del 2006, ventiquattromila voti sono stati fatti pesare come tonnellate contro l’opposizione. C’erano anche quelli di Caruso e della sinistra alternativa e dei centri sociali, spesso violenta e molto più pericolosa di un innocuo nostalgico.
Preoccuparsi dei numeri sufficienti per poter governare il Paese non è un esercizio di arroganza ma di consapevolezza delle difficoltà da affrontare. E’ serietà nel valutare la necessità di dover disporre di una maggioranza solida e coesa.
Chi si scandalizza farebbe bene piuttosto a parlare chiaro ai suoi elettori. Dovrebbe spiegare che le sue aspettative sono quelle di mirare a rendere numericamente limitata la vittoria del PDL. Per chiedere poi le larghe intese. E sembrano davvero sprovveduti coloro che invitano a sostenere Veltroni, magari tappandosi il naso, per contrastare Berlusconi, e nello stesso tempo mantengono il fervore di un contrasto senza esclusione di colpi verso il leader della PDL. Sono consapevoli che aiuteranno così Veltroni a ricercare l’intesa con Berlusconi?
Vito Schepisi

10 marzo 2008

La Primavera Liberale

La primavera è la stagione che simboleggia la metamorfosi della natura. Dopo il grigiore invernale, il freddo, i venti impetuosi, il mare in burrasca, le cime imbiancate dei monti, le tempeste di neve, le piogge scroscianti, la nebbia, la primavera è come un sorriso che si apre verso l’umanità. E’ la luce che si accende in un ambiente tenuto in penombra. E la rivoluzione delle immagini, degli sguardi, degli umori.
In Italia, la primavera è particolarmente sentita.
E’ la stagione in cui si dispiegano i migliori propositi: sembra che riesca persino a rendere gentili anche i più arcigni misantropi!
Le strade delle città si animano di persone che socializzano. Cambiano anche i colori degli indumenti. Il sole cancella il pallore e tinge di rosa la pelle dei giovani. I balconi si riempiono di fiori come tavolozze di colore pastello. Anche le campagne si riempiono di tante tonalità. Distese di verde vivo, illuminate dal sole, ricordano le tele di tanti famosi pittori. Il rosso dei papaveri si distende tra alberi e prati ed offre allo sguardo effetti stupendi. I muretti di pietra e le bordure di margherite, bianche e gialle, miste tra loro, sono cornici di pregio dove lo sguardo si incanta. Il mare che lambisce le coste con le sue sfumature di azzurro e di verde, tra i riflessi del sole e le rocce che sembrano cadere a picco sull’acqua, creano immagini di rara bellezza ed invitano tutti ad esser gentili e sognare. Anche la luna ha un aspetto diverso quando si affaccia, indiscreta, ad osservare; quando riflette i suoi raggi sui laghi e nelle acque dei mari, tra gli alberi come a spiare i segreti più intimi.
In Italia poi la primavera è stupenda. L’Italia è l’angolo del pianeta che la valorizza di più: in nessuna parte del mondo la primavera è così bella, solare ed audace.
Quest’anno la stagione del dolce tepore deve però all’Italia un grande favore. Deve la liberazione dalla cappa di grigiore e di tristezza che da due anni ha tolto il sorriso ai suoi cittadini. Alla primavera si chiede che scongiuri la normalizzazione del nuovo regime che la maggioranza ed il governo di Prodi ha introdotto e che Veltroni, nonostante le sue giravolte, rischia di perpetuare. Si vuole che tolga ai cittadini il fastidio di sentirsi trattati come una massa di stupidi e di numeri da gestire, sfruttare, sorvegliare, educare.
E’ una richiesta insolita ad una stagione, ma è anche per questo che assume un grande spessore. Ha il valore dei sentimenti eroici di coraggio e di passione per il Paese che s’ama. E’ la richiesta che parte dalle sensazioni degli italiani verso la bellezza, il sole, la libertà, l’aria fresca da respirare, l’amore. E’ la contropartita che la primavera deve agli italiani che la scelgono sempre come la più bella stagione dell’anno.
Maltrattati, beffeggiati, sfruttati, riempiti di tasse, condannati ad essere turlupinati da personaggi attaccati al potere ed alle poltrone, come parassiti che tolgono vita e sostanza alla voglia di crescere, i cittadini dell’Italia libera chiedono alla primavera di modificare lo scenario della triste quotidianità del popolo, chiedono di respingere l’attacco ai valori, alla famiglia, alla sicurezza, al lavoro, ai diritti, alla giustizia, alla salute, al coraggio ed alla libertà.
La primavera non può tirarsi indietro. Questo favore oggi è dovuto. La stagione dei sogni ha l’obbligo morale di restituirci una parte della gioia e della bellezza che da sempre le offriamo: senza la terra italiana, difatti, la primavera sarebbe di gran lunga più povera.
Quest’anno la festa della liberazione dalle dittature mortificanti contro l’uomo e la sua dignità, non sarà solo il 25 aprile. Ci sarà la liberazione dalle dittature striscianti del ventunesimo secolo. Sarà subito dopo il 14 di aprile quando i valori della libertà avranno il sopravvento su quelli della furbizia di camaleontici personaggi che hanno fatto dell’odio, della supponenza, del controllo capillare del territorio, come s’usa nei regimi, della delazione, della disinformazione, dello sfruttamento e dei privilegi il proprio costume di vita.
La primavera farà sbocciare il pluralismo come i boccioli dei fiori, la libertà come le gemme dei frutti sugli alberi. Le opportunità, per i giovani che si affacceranno alla vita del lavoro e dell’impresa, si diffonderanno come le foglie che ricoprono di verde i mandorli, i peschi, gli albicocchi ed i ciliegi per prepararsi a ricevere i frutti di una colorata raccolta.
L’Italia liberale s’affaccia, avanza, si afferma, ed è la primavera la sua stagione ideale.

Vito Schepisi

07 marzo 2008

Un Parlamento senza Mastella

Fa uno strano effetto sapere che Mastella stia fuori quest’anno. Eravamo abituati ai suoi cambi di campo, ai suoi colpi di scena, alle sue frasi allusive, ai messaggi cifrati, alla spontaneità della sua arroganza politica. Ci sembrava che fosse un tutt’uno con la politica italiana. Anche per la famiglia, pensandoci, non sembra che sia il solo ad averla. Del resto se c’è Veltroni non si riesce a capire perché non ci debba stare Mastella!
Ognuno ha il suo ruolo, recita la sua parte, assume i toni di scena, riscalda il pubblico. Ciascuno come sa fare. Sono abili sia l’uno che l’altro. Due platee diverse, due pubblici diversi, due ruoli appunto diversi. Ma due interpreti geniali, quasi unici.
Ci sono più di un’analogia tra i due. Per faccia tosta sono perfettamente in linea. Si potrebbe indire un concorso ed iscriverli d’ufficio. E sarebbe davvero una bella gara!
Anche per giravolte politiche sanno ben seguire il vento che tira. Ma l’eccellenza la raggiungono nell’abilità della disinformazione.
Hanno l’abilità di esser convincenti nel saper dire giusto il contrario di ciò che pensano e fanno. Sanno smentirsi con abilità e fingere con mimica professionale. Dalla tragedia alla commedia dell’arte, dalla sceneggiata all’avanspettacolo, alle comiche finali, solo mutando gli abiti di scena: davvero gran classe!
Quando, ad esempio, Mastella affermava di essere un fedele sostenitore di Prodi, c’era da esser certi, come se colti da un riflesso condizionato, che stesse giungendo il momento di un suo improvviso colpo di mano. Come un classico effetto da teatro!
La stessa cosa è valsa per Veltroni, ad esempio. Il leader del PD se a giorni alterni dichiarava il pieno sostegno al lavoro della maggioranza di centrosinistra e di Prodi, e non faceva distinzioni di opzioni politiche tra ciò che si andava sostenendo in quell’area da Dini a Bertinotti, attraverso mastelliani, socialisti, radicali e Di Pietro, nei restanti giorni ne minava la credibilità politica e programmatica. Come in un gioco delle parti, come se presagisse che a distanza di pochi mesi dovesse accreditarsi per il ruolo sia della maggioranza che dell’opposizione, come fa ora in campagna elettorale a seconda delle circostanze. Ricorda Gassman, il compianto Vittorio Gassman: il mattatore!
Se Prodi parlava di una tale coesione del centrosinistra, da potergli tranquillamente garantire la conclusione del suo mandato alla normale fine della legislatura, Veltroni esprimeva condivisione e prometteva il suo apporto leale. Dopo qualche ora, però, apriva scenari nuovi, sia programmaci che istituzionali, ben sapendo che avrebbero reso irrespirabile il clima parlamentare.
Se Prodi, ancora, insisteva sulla sostenibilità del programma dell’Unione e sulla sua coerente attuazione, Veltroni scopiazzava di già, sui temi della sicurezza, sui temi delle tasse, sui temi dell’impresa, su quelli dell’economia e sui temi della riforma istituzionale, le posizioni ed i programmi del centrodestra, ponendo persino in difficoltà ed imbarazzo il premier. Il Capo del Governo in carica si è trovato a volte costretto a svolte immediate ed a correzioni di tiro, come è accaduto sul disegno di legge sulla sicurezza, poi trasformato in decreto, sulla spinta delle emergenze nelle periferie romane.
Si è avuta persino la sensazione di un’Italia dalle attenzioni diverse. Se la delinquenza ed il teppismo violento toccavano le città del nord, ad esempio, è parso che per il governo l’evento potesse ritenersi tollerabile e compreso in una casistica dei tempi difficili e di un prezzo da pagare in una società dai forti contrasti. Se la stessa violenza e criminalità toccavano la Roma del sindaco Veltroni, invece, l’impressione è stata che il caso diventasse di assoluta gravità e tale da richiedere interventi immediati.
Un decreto ritenuto inadeguato se richiesto dall’opposizione, mancando a parere di Prodi i presupposti per la decretazione d’urgenza, diventava invece opportuno solo sulla parola di Veltroni. Ma anche il caso della spazzatura di Napoli veniva gestito dal governo e da Prodi con molta prudente compiacenza e senza richieste di rimozione dei responsabili politici della Città, della Regione e del Governo. Sono in molti a chiedersi oggi se la stessa compiacenza ci sarebbe stata in altre città d’Italia con Sindaco e Governatore estranei al PD di Veltroni.
Era bastato, così, un atto efferato su Roma, come se nel resto d’Italia le efferatezze contassero meno, perchè l’urgenza diventasse tale ed il disegno di legge del governo diventasse subito decreto.
E’ così è stato per la Giustizia. Quest’ultima è parsa come un olio che scivola sui corpi dei personaggi appartenenti al PD, ma che diventa un macigno che schiaccia per altri, come Mastella, ad esempio.
Altro che Pirandello! Altro che personaggi dalla personalità controversa! Quelle del centrosinistra in Italia sono parse vere e proprie comiche finali! Ora invece siamo all’avanspettacolo delle luci e dei colori dove si canta e si balla con spensieratezza. Ma i personaggi sono sempre gli stessi!
Mastella è fuori ma restano Veltroni e Di Pietro, anche lui con famiglia e con l’uso personale di un partito, anche lui impegnato immobiliarmente.
Senza Mastella all’ex PM gli viene a mancare la spalla, come i fratelli De Rege, dove uno dei due recitava la parte del sempliciotto.
Resta solo il dubbio dove Di Pietro se l’andrà a cercare la spalla nel nuovo Parlamento? E chi dei due sarà il sempliciotto?
Vito Schepisi

06 marzo 2008

Il Grande Circo Barnum della politica

Tra l’inizio della campagna elettorale e le battute finali ci sono le candidature. Non c’è nulla di più illusivo, e nello stesso tempo di più traumatico per le coalizioni e per i partiti, che la definizione delle liste elettorali con le candidature.
L’indicazione, e la collocazione dei candidati nelle liste, stabilisce il successo, le speranze o la sicura trombatura dell’aspirante parlamentare.
Sia il sistema uninomale maggioritario che quello proporzionale con liste bloccate affidano, infatti, ai partiti il massimo delle responsabilità e della discrezionalità per le nomine, e sia l’un metodo che l’altro privano gli elettori del diritto di scelta.
Con il maggioritario avviene che in collegi più ridotti si presentano, contrapposti, i candidati indicati dai partiti o dalle coalizioni. Con la scelta del partito si è obbligati a scegliere così anche il candidato. E’ un metodo, però, che andrebbe bene in un sistema prevalentemente bipolare.
Con il proporzionale a liste bloccate i collegi sono più ampi ed in questi sono proposti gruppi di candidati in ordine già stabilito di preferenza, in modo tale che sono i partiti a disporre quali nell’ordine far eleggere.
La scelta dei cittadini avviene solo sui partiti, o le coalizioni. Gli elettori in questo modo non sapranno di fatto chi dei candidati nella lista beneficerà del loro voto.
C’è stato molto disappunto per questa forma di voto perché impedisce agli elettori la facoltà della scelta ed attribuisce ai partiti un potere molto ampio. Sappiamo, però, che è solo una questione di forma. Anche con il precedente sistema per la parte proporzionale era così! La sostanza, infatti, resta quella del programma e dell’indirizzo politico che l’elettore ha in animo di scegliere.
Neanche la scelta del metodo tedesco, o quello delle bozze uno e due di Bianco, avrebbe risolto la questione della scelta dell’elettore. Il proporzionale è, comunque e sempre, o a lista bloccata o con le preferenze. E c’è un’idea abbastanza condivisa che indica le preferenze come fonte di corruzione e di mercificazione del voto. Riesumarle sarebbe, pertanto, un rimedio peggiore del male.
Se l’alternativa alla scelta dei partiti sono così le preferenze, una iattura a cui si attribuisce gran parte del malcostume della prima repubblica, sarebbe persino opportuno pensare che sia preferibile lasciare le cose come stanno.
Si ha, infatti, l’impressione che questo sia un falso problema che si è voluto ingigantire, per la solita contrapposizione politica, oltre la sua vera portata, anche se si ritiene opportuna una nuova legge elettorale che semplifichi il sistema del consenso popolare e renda più certe ed individuabili le scelte. L’obiettivo dovrebbe essere quello di favorire la formazione di grandi partiti, radicati sulle larghe ispirazioni civili e sociali della popolazione. Favorire l’aggregazione sulle idee e sui contenuti e non necessariamente sugli uomini.
E’ illusivo si diceva il gioco delle candidature e la distribuzione in pillole giornaliere delle novità. Scendono in campo nomi famosi, o rappresentanti di categorie, per dar forma a strategie di penetrazione in strati sempre più larghi di opinione pubblica.
E’ l’aspetto pubblicitario della politica, come quella del bucato più bianco, perché alla fine, come in passato, non sono i nomi dei personaggi famosi e neanche quelli degli operai e dei lavoratori di call center, ad esempio, che stabiliranno gli indirizzi guida di una maggioranza.
Saranno sempre i partiti. Gli altri sono spesso figuranti, sono come le immagini sulle copertine patinate dei giornali. Servono a convincere gli elettori indecisi a votare per chi candida il personaggio ritenuto più sostenibile, proprio come i rotocalchi che per attirare gli acquirenti mettono in prima pagina le foto che riscontrano un piacevole impatto con i lettori.
Comporre le liste è anche traumatico perché si promuove sempre qualcuno, mentre si retrocedono altri. Si deve tener conto delle competenze perché in ogni Camera siano rappresentate conoscenze adeguate per saper e poter fronteggiare il dibattito sui diversi argomenti in discussione. Si deve assicurare la presenza di uomini con forte personalità, tenaci e capaci nel saper gestire i gruppi parlamentari.
Serve assicurare l’esperienza e la conoscenza dei regolamenti parlamentari. Serve disporre di una rosa di candidati capaci di assumere responsabilità istituzionali e presidenze di commissioni di Camera e Senato.
Nella composizione delle liste si deve tener conto dell’aggancio territoriale dei candidati perché le diverse zone del Paese siano adeguatamente rappresentate. Conta il seguito dei personaggi e la loro affidabilità in ambito sia nazionale che territoriale. Ci sono poi i casi personali, i litigi e le contrapposizioni, l’equilibrio dei pesi, donne e giovani adeguatamente distribuiti, le figure carismatiche, gli amici di cordata, i portavoce, i portaborse, i fedeli, i capri espiatori di ieri e quelli di un possibile domani a cui garantire uno scanno parlamentare, i portatori d’acqua e quelli di idee. In fin dei conti al Parlamento vanno coloro che sono lo specchio della società. Anche se nessuno è disposto ad ammetterlo.
I capilista e le candidature multiple sono poi l’esercizio dell’arte più sottile degli apparati dei partiti. I primi hanno lo scopo di identificare con un personaggio un valore aggiunto ai programmi ed agli indirizzi politici. I secondi sono la variabile delle opzioni future perché in base alla loro opzione finale si faranno le ulteriori scelte tra i primi dei non eletti.
E’così che tra illusioni e traumi si sviluppa il primo atto del Grande Circo Barnum della campagna elettorale.
Vito Schepisi

03 marzo 2008

Il PD di Veltroni ... ma anche di Prodi

Se un assassino volesse riesumare la vittima del suo misfatto per tentare di farlo rivivere, mascherando così il suo delitto, diremmo che il suo è un macabro tentativo di reiterare un crimine già commesso.
E macabro allora deve essere considerato il tentativo di Veltroni di far rivivere una politica e quegli uomini che del delitto perpetrato ai danni del Paese sono impenitenti colpevoli.
L’Italia era il Paese uscito senza troppi danni da un periodo di difficoltà dei mercati. Era stata adottata una politica di rilancio che puntualmente si è resa sobria e proficua già dalla fine del 2005, per poi manifestarsi in pieno nel corso del 2006.
Solo la perfidia politica di Prodi, e la fatuità programmatica della sinistra, potevano ingrippare il motore già avviato per la crescita e per nuovi obiettivi di modernizzazione del Paese.
Gli indicatori dello sviluppo erano già pronti a mettere in moto la nostra economia. Era sufficiente completare il programma di riduzione della pressione fiscale e completare, soprattutto in periodo di ripresa dei mercati, la politica degli investimenti per dare slancio alla crescita ed all’occupazione. Erano sufficienti misure di riduzione del costo del lavoro e di incentivazione al rilancio della piccola e media impresa per riportare l’Italia ad un grado di tollerabilità e sostenibilità economica in tempi di crisi.
Sono arrivate, invece, le tasse e gli aumenti delle aliquote previdenziali proprio alla piccola e media impresa. Era, per ironia della sorte, sufficiente fare tutto il contrario di ciò che ha fatto Prodi per poter affrontare oggi l’aumento dei costi delle materie prime e le difficoltà dei mercati.
Cosa si vorrebbe fare ora? Reiterare il delitto?
In una associazione a delinquere non è colpevole solo chi materialmente si rende responsabile dell’esecuzione materiale del crimine, ma ogni componente della società del malaffare. Non è che cambiando la cupola dell’associazione malavitosa si cambiano le responsabilità dei suoi componenti. Non è quindi cambiando il personaggio politico, che del delitto commesso a danno dei cittadini si è reso colpevole, che si possa oggi aver fiducia della stessa associazione e della sua nuova cupola, e ritenerne utile e virtuosa la futura condotta,
In alcune circostanze la colpa riviene dall’ignoranza o dalla presunzione di fare del bene. Quante volte accade che nel tentativo di mutare una situazione sfavorevole ci si impegni a trovare soluzioni che alla fine si dimostrano peggiori del male? Accade perché la buona fede conduce a considerare utile ciò che si fa e gli errori sono solo frutto o di ignoranza o di casualità.
Non è questo, però, il caso di Veltroni e del PD. Già ai tempi della costituzione del nuovo partito, cioè durante la ricerca dell’individuazione teorica di un percorso comune dei ministri e dei leader dei partiti che componevano per il 70% il governo, Veltroni sosteneva soluzioni differenti rispetto a quelle adottate da Prodi. Era perciò consapevole che la ricetta del Presidente del Consiglio e della maggioranza dell’Unione era sbagliata. Ma questo non gli ha impedito di pensare soltanto a promuovere la sua persona e disinteressarsi dei danni al Paese.
Si è avuta la netta sensazione che la nascita del PD sia stata solo una soluzione improntata a creare discontinuità apparente con Prodi e la vecchia sinistra, in visibile difficoltà di immagine e credibilità. La nuova realtà, o come piace dire, il nuovo soggetto politico è stato poi la somma dei vecchi partiti di provenienza, un tempo persino poli dell’antagonismo sui valori.
L’unione di DS e Margherita è sembrata in funzione di un disegno politico di conservazione del potere, e senza che fossero chiarite le storie, gli ideali, i percorsi storici e le strategie politiche delle due anime che oggi la compongono. Le stesse che nella vecchia prima repubblica avevano spesso monopolizzato i ruoli sia di maggioranza che d’opposizione.
Le tensioni e gli ideali si sono diluiti nell’unico obiettivo della conquista della maggioranza parlamentare, in qualsiasi condizione, e solo per l’esercizio del potere. E’, infatti, difficile oggi identificare una diversa e precisa strategia politica.
Che cosa sia il PD non c’è nessuno oggi capace di dirlo chiaro!
Altro che il manifesto di Veltroni ”non pensate a quale partito pensate a quale Paese” !
Ma se non lo sa neanche lui quale Paese vuole, di chi e di che cosa dovremmo fidarci?
Non si leggono affatto tensioni ideali alla base della proposta politica del PD!
Se Veltroni è conscio che Prodi stava conducendo il Paese al declino, è lecito pensare che non ci sia stata buona fede nel suo comportamento: l’inerzia equivale alla complicità. Ma nel caso invece che non sia consapevole dei danni di Prodi è ulteriormente poco credibile ed inaffidabile.
E’ tempo di accantonare l’ipocrisia e la furbizia: uniche doti che gli riconosciamo.
E’ la stessa furbizia che si manifesta allorquando mister “si può fare” dichiara di rappresentare il nuovo. Vada per la falsità del concetto, si sa che in campagna elettorale si diffonde un overdose di mera propaganda, ma come fa Veltroni a dichiararsi nuovo quando nei due anni di scellerata gestione del governo non c’è stata occasione che sia valsa per inchiodare Prodi alle sue responsabilità verso il Paese?
Non può dirsi nuovo Veltroni sia per la sua storia che per il riciclaggio dei contenuti che esprime, ma soprattutto per essere il leader di un Partito che ha poi come Presidente lo stesso Prodi.

Vito Schepisi