14 maggio 2012

Punta Perotti e la distruzione della ricchezza


Esultare perché il Comune di Bari non deve nulla per la vicenda di “Punta Perotti”, non deve ritenersi eccessivo, se a farlo è il Sindaco di Bari Michele Emiliano.
E’ un modo con cui il personaggio, da sempre, esorcizza le sue responsabilità. E’ un suo tipico atteggiamento. Il Sindaco “pro tempore” di Bari, infatti, non sbaglia mai. E quando sembra che abbia sbagliato, è lì a rivoltare la frittata, arrivando persino a far credere d’essere un ingenuo, un “fesso”, come ha confessato in una conferenza stampa per la questione degli appalti di opere pubbliche del Comune di Bari.
Poco importa al primo cittadino del capoluogo pugliese, se da questa vicenda di Punta Perotti è emerso un danno arrecato a privati e se la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha stabilito, con sentenza definitiva, che la colpa sia dello Stato Italiano, solo perché la “giustizia” agisce in nome del popolo italiano, e non di un ente locale. Poco importa a Emiliano se a pagare sarà lo Stato, cioè i contribuenti italiani.
E’ piuttosto singolare, ma a Bari, a Palazzo di Città, si esulta anche per questo.
A Bari tutti lo ricordano con piglio vittorioso e visibilmente soddisfatto per l’abbattimento dell’ecomostro o della saracinesca di Bari, come sono stati definiti i palazzi abbattuti di Punta Perotti. Lo ricordano assieme a Vendola, anche lui esultante, mentre rilanciavano tra loro, in simbiosi, dichiarazioni intrise di retorica populista e strumentale.
Emiliano non stava nella pelle quando in forza di una sentenza penale di costruzione abusiva - con tutti gli imputati assolti - la cui interpretazione, come si è visto, contrastava con la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo, ha confiscato l’area adibendola a parco pubblico e chiedendo persino alle ditte proprietarie (quelle assolte) di pagare i costi per l’abbattimento e per la rimozione delle macerie.
E tutti lo ricordano ancora del tutto sordo ai consigli di quanti lo ammonivano di avere prudenza, ed a quanti gli suggerivano che i diritti privati non potevano essere ignorati. Eppure a un ex magistrato la sentenza della Corte di Cassazione che aveva stabilito la mancanza di responsabilità delle ditte costruttrici o di qualsivoglia persona o amministrazione, e le azioni giudiziarie in corso a tutela degli interessi di terzi, dovevano pur consigliare prudenza.
Anche ai profani, del resto, appaiono strane queste colpe materiali, attribuite a non si sa chi, ma che hanno prodotto effetti economicamente dannosi a chi aveva costruito con le carte in regola. Perché le carte dovevano essere in regola, se la magistratura nei tre gradi di giudizio “assolve tutti gli imputati perché il fatto non costituisce reato”.
Le domande che si dovevano porre, e che sarebbe bene porsi tuttora, dovevano essere quelle che ora ci poniamo:
-chi ha rilasciato le concessioni edilizie l’ha fatto legittimamente osservando le leggi o no?
-chi erano?
-perché non sono stati chiamati a risponderne, se la Cassazione stessa (che non ha individuato responsabilità di persone) ha stabilito con sentenza che la lottizzazione era “abusiva” e che le opere erano “abusivamente costruite”?
-dov’è la logica di tutto questo?
La morale è che, anche questa volta, come per la gestione fallimentare della Fondazione Teatro Petruzzelli, e come per l’altra questione resa famosa dalle “cozze pelose”, il sindaco di Bari riversa le responsabilità sugli altri, distrugge ricchezza e si sottrae alle responsabilità politico-amministrative, visti i danni riversati sulla collettività.
La sua, al contrario, è divenuta un’abitudine all’infallibilità. Il Sindaco Emiliano ha sempre ragione. A futura memoria dovrebbero dedicargli, non una strada, come si fa generalmente per un Sindaco, ma erigergli una statua con l’aureola: simbolo d’infallibilità.
Il problema, semmai, sarebbe sempre degli altri. Tutti incapaci!
Vito Schepisi
 

11 maggio 2012

La Democrazia in Italia non funziona

C’è più di qualcosa che non va nell’organizzazione dello Stato. 
Ciò che non funziona è certamente la gestione della democrazia. 
In uno Stato che apre la sua Carta fondamentale con “L’Italia è una Repubblica democratica …” (“… fondata sul lavoro” è un pleonasmo privo di significato. Vorrei vedere, infatti, una democrazia fondata sull’ozio! Ndr.), dovrebbe essere garantita la certezza dei suoi atti. 
La democrazia sicura, visibile e semplicemente fruibile dovrebbe essere la prima delle attenzioni dello Stato, con nessuno spazio per manipolazioni e brogli, con assenza di privilegi e con l’esclusione di interpretazioni e rigidità sospette o interessate. Eppure, per ogni cosa, ci sono carenze. 
Le lamentele e le denunce alimentano i dubbi. C’è un contenzioso per tutto. Troppo per non destare inquietudine. Troppi diritti sono ignorati. La Costituzione italiana è sfacciatamente mortificata a iniziare dal suo presupposto iniziale. Prevale la sensazione che l’abuso paghi e che la pratica del malaffare - diffusa nella vita civile, amministrativa e politica - sia persino tollerata. 
La democrazia in Italia non funziona a iniziare dai suoi atti più pertinenti: le consultazioni elettorali. Mentre negli altri paesi l’esito è quasi in tempo reale, in Italia si va sempre nel pallone. E le incertezze diventano dubbi e si aprono contenziosi i cui esiti non sempre garantiscono giustizia e certezze. La Giunta per le elezioni della Camera, ad esempio, nel 1995 (elezioni politiche 1994), ha preso atto di errori (4.614 schede arbitrariamente annullate nel collegio di Bitonto in Puglia), proponendo la rettifica. L’Assemblea della Camera, però, ha deliberato a maggioranza di lasciare a casa il candidato “eletto” (Trotti del Msi) e di confermare, invece, il seggio al “non eletto” (Nichi Vendola del Prc). Anche nel 2004 un cavillo giuridico impedì che i ricorsi innescassero la verifica dei voti per la Presidenza della Regione Puglia. 
Si parla tanto di legge elettorale, di ‘par condicio’, di trasparenza, di ruolo dell’informazione, di un servizio pubblico che sia pluralista e non lottizzato, di finanziamenti ai fogli di partito che garantirebbero l’articolazione del confronto politico. Tutto però si traduce in uno spreco enorme di parole e di risorse. Non resta niente. Tutto è riversato in una grande macina in cui si triturano il buon senso e la fiducia dei cittadini. 
In Italia si fa strada la convinzione che sia proprio la democrazia a far acqua. In questa realtà matura l’antipolitica e la furbizia di personaggi come Di Pietro e Grillo, o come Vendola e le sue “poesie”. Ci sono regole e ordinamenti da cambiare. Il Paese, dopo quasi 65 anni di Repubblica, resta nelle stesse condizioni in cui è nato. 
Dall’1 gennaio del 48, da quando è entrata in vigore la Costituzione, in Italia, però, è cambiato tutto il resto. E’ cambiato il sentimento del popolo, sono cambiate le attese della gente, le speranze, le opportunità, le condizioni sociali, persino gli spettri del passato sono svaniti. E’ cambiata la tecnologia. E’ cambiato il quadro di riferimento internazionale ed il sistema monetario. E’ cambiata l’area geopolitica di riferimento, e l’Italia ha anche delegato all’Europa alcune delle sue autonomie. E’ cambiata l’informazione, l’alfabetizzazione, la scolarizzazione, la comunicazione, lo stile di vita, la cultura, le aspirazioni, i gusti e la coscienza nazionale. E’ cambiata la morfologia del territorio. L’idea del multiculturalismo ha modificato usi e costumi e posto questioni nuove. Anche il concetto di famiglia ha ora bisogno di conferme. E’ arrivata l’era del “tempo reale” e siamo ancora con la burocrazia asfissiante. 
E’ cambiato tutto e noi siamo ancora con il bicameralismo e con i regolamenti arcaici di Camera e Senato. I governi devono ancora soddisfare i capricci dei piccoli partiti, anziché il mandato del popolo. Ed anche quel ruolo confuso del Capo dello Stato - che da garante del regolare svolgimento della democrazia, si trasforma in manipolatore politico - non trova la sua legittimità costituzionale. 
E’ così che si disperdono i valori e l’identità nazionale. Così perde spessore anche il dovere morale della lealtà verso il Paese. Abbiamo visto persino le Istituzioni infangate, fuori dall’Italia, per meschini calcoli politici. Abbiamo visto gli sciacalli portati sugli scudi per calcolo e opportunismo. 
Rischiamo così di vedere l’ideologia, il massimalismo e l’ingiuria diventare ancora una volta gli avamposti della violenza e dello sfascismo. 
Vito Schepisi

03 maggio 2012

Vendola non è più la più bella del reame


E’ durata tanto, ma anche l’intesa politica di Vendola con la Puglia è entrata in crisi.
La classifica per indice di gradimento dei governatori delle Regioni italiane, diffusa dalla ‘Datamonitor’, infatti, vede quello pugliese fuori dai primi dieci.
La classifica non si sofferma sulle motivazioni. Non si conosce ciò che ha lasciato insoddisfatti i pugliesi, ma le motivazioni si possono intuire: la principale è che, in passato, i pugliesi siano rimasti affascinati dal modo di esprimersi del loro Governatore.
Vendola non è mai semplice e diretto. E’ bizantino e lezioso: gli hanno persino affibbiato l’appellativo di ‘poeta’. E’ facile che in Puglia chiamino poeta chi vagheggia e vive un po’ fuori dal mondo reale. Chi ha letto le sue poesie, però, è rimasto un po’ come basito. Passando alla prosa, i suoi concetti appaiono più barocchi: si arrotolano attorno ai pensieri, saturi di figure retoriche, fino a disperdere sostanza e diventare incomprensibili, ma non per questo meno affascinanti e apparentemente spessi e profondi. Vendola, quando si esprime, appare come lo stereotipo satirico di se stesso, tanto da apparire, a sua volta, l’imitatore più fedele di Checco Zalone.
In Puglia, in passato, questa dote di leziosità lessicale è stata la sua carta vincente.
Per esprimere, ad esempio, contrarietà verso le scelte di altri, Vendola non illustra mai un pensiero diverso da contrapporre, ma esprime sdegno, piuttosto parla di sentimenti che sono stati sacrificati all’opportunismo politico dei suoi avversari. Mai, però, l’opportunismo della sua parte, benché nell’inchiesta giudiziaria sulla sanità sia emerso che la salute dei pugliesi sia stata usata per allargare, con l’uso delle nomine e degli appalti, il consenso politico della sua maggioranza. E’ un garantista a intermittenza, ed è senza remore e riguardi per chi gli attraversa il cammino.
La sua è stata una vita rivoluzionaria, fatta di pensieri e di azioni in cui persino la violenza è apparsa come una variabile indipendente, giustificata dalla presunta violenza morale degli altri.
Ogni vittoria politica, per Vendola è una sconfitta inferta alle forze reazionarie, impegnate, a far retrocedere le conquiste dei più indifesi, degli anziani, delle donne, dei bambini, dei diversi, dei diseredati, degli extracomunitari, piuttosto che le conquiste degli operai e dei braccianti sottratte all’egoismo e alla prepotenza padronale.
La Puglia è oramai una terra desertificata dal suo furore ideologico. Le imprese chiudono. I giovani scappano. Non cresce più niente, se non le pale eoliche e i pannelli fotovoltaici a spese dei consumatori e dei contribuenti.
Per l’acqua bene comune si è battuto come un leone contro la presunta privatizzazione. I toni sono stati da crociata contro chi era accusato di voler affidare all’interesse privato un bene primario come l’acqua. Per il vero, era solo la partecipazione dei privati alle società di gestione, cosa che in altre regioni esiste da sempre. La legge abrogata, infatti, oltre a soddisfare una direttiva europea sulla gestione dei servizi pubblici, sarebbe servita agli investimenti, all’efficienza e a sottrarre alle derive clientelari, tipiche delle gestioni partitiche, un servizio prezioso come quello idrico. L’Acquedotto Pugliese è così ritornato sotto il controllo della Regione e le tariffe, invece di diminuire del 7%, com’era stato promesso da Vendola, sono aumentate, mentre, per gli investimenti, tutto è fermo per mancanza di risorse economiche. Chi si è battuto con lui non l’ha mandata giù.
Le ipotesi per spiegare la parabola discendente di Vendola girano, così, tutte attorno alle delusioni e al fallimento della sua proposta politica. Hanno certamente influito anche gli scandali della malasanità, come l’inquietudine dei giovani e delle famiglie, presi in giro dalle troppe parole su una Puglia migliore, che invece non c’è mai stata.
La Puglia e Bari si stanno risvegliando da un incantesimo. I cittadini si rendono conto di aver perso anni a rincorrere illusioni: emerge ora un quadro d’insieme che riporta tutto alla realtà dei servizi costosi e inefficienti, del malcostume, della recrudescenza criminale e delle “cozze pelose”.
Vito Schepisi     per l’Occidentale 

30 aprile 2012

Tagliare i privilegi



Fino ad ora il Governo ha messo i contribuenti con le spalle al muro e ha fatto pagare, ancora, ai soliti noti, il conto salato di uno Stato in cui c’è una nutrita parte di Ordinamenti, Istituti, burocrati e funzionari che vivono al di sopra delle possibilità del Paese.
Questo esercito di piccoli e grandi “fortunati”, furbi per avventura o per proprio ingegno, spesso adepti di caste e di cordate, gode di privilegi insopportabili, soprattutto se messi in confronto coi i disagi di tantissimi altri cittadini che ogni mese hanno difficoltà nel far quadrare il bilancio familiare. Chi ha più di ciò che sarebbe sufficiente per vivere bene, stride con il senso comune della giustizia sociale e diventa motivo di sfiducia per gli altri, soprattutto se commisurato alle inquietudini di tantissimi giovani in cerca di occupazione e d’intere famiglie che si disperano nel ritrovarseli in casa, senza uno sbocco lavorativo e senza intravedere speranze di trovarlo, nonostante i sacrifici fatti per mantenerli agli studi.
Col Presidente del Consiglio bisognerebbe poterci guardarci negli occhi e capire qualcosa di più. I suoi ministri sembrano un glossario del semplicismo ottimistico. Alcuni si rivelano persino beffardi verso chi ha seri problemi di vita, verso chi vorrebbe integrarsi nella società lavorando e producendo e verso chi vorrebbe metter su famiglia.
Ci sarebbe, ora, da essere contenti. Nell’agenda di Governo, finalmente, è entrata la parola ‘tagli’. A nostro avviso questo Governo avrebbe dovuto metterli al primo posto dell’agenda di lavoro, ma meglio tardi che mai! Abbiamo capito che si tratta di tagli, anche se, da ottimi tecnocrati, al Governo la chiamano “spending review”. Se la locuzione anglofonica, però, è la stessa cosa che molti semplicioni, come noi, intendono, sarebbe già un buon passo avanti!
Ogni cosa, però, senza entrare nello specifico del suo contenuto, può essere tanto o niente. Ci accontenteremmo che fosse abbastanza! Si diceva, pertanto, di guardarci negli occhi col Prof. Monti, per capire se la sua logica sia la stessa nostra.
Tagliare i soldi della benzina o delle riparazioni, ad esempio, per le auto delle forze dell’ordine, ovvero il salario a un precario, non è la stessa cosa che tagliare una lauta doppia o tripla pensione a chi non ha pagato in modo adeguato, anno per anno, tutti i contributi per averla.  Chi percepisce pensioni per contributi figurativi, ad esempio, sta rubando soldi ai lavoratori italiani che i contributi li hanno pagati invece tutti, mese per mese, e sino all’ultimo centesimo.
C’é modo e modo di fare i tagli. Quelli necessari sono quelli che gridano vendetta perché sottraggono risorse al Paese e incidono, così, nella parte bassa della scala sociale tagliando redditi e posti di lavoro.
Si dice che il pesce puzza dalla testa. Allora si prendano ad esempio i Presidenti della Corte Costituzionale che con il meccanismo furbesco delle nomine a rotazione a fine mandato strappano vitalizi e privilegi, e mantengono auto blu, autista, ufficio e personale a vita. Ma a cosa serve, ad esempio, agli ex presidenti di Camera e Senato un ufficio lussuoso e ben attrezzato con tanto di personale nel Palazzi del Parlamento?
Il Senatore a vita Monti è un tecnico. Ci hanno detto che i tecnici possono essere impopolari perché non hanno l’occhio alle clientele e non tengono a mantenere buoni rapporti con la base elettorale, e quindi non dovrebbero essere restii a scontentare i possibili ‘grandi’ elettori. Ci hanno anche detto che la loro principale caratteristica sia quella di non guardare in faccia nessuno.
E’ arrivata l’ora di dimostrarlo! Non si tratta neppure di scontentare qualcuno, ci mancherebbe! Con tutto ciò che hanno accumulato in vantaggi ed abusi, dovrebbero restituire persino il maltolto. Si tratta, invece, di rendere giustizia ai cittadini onesti.
Se il Presidente Monti lo volesse gli potremmo anche fornire tutte le situazioni di abusi, di privilegi e di cose stomachevoli che il popolo italiano è stato costretto a subire. Ci sono anche tanti libri che sono andati a ruba sugli scaffali delle librerie che hanno descritto per filo e per segno metodi e cifre del saccheggio sistematico del Paese.
Tra tutto il personale di palazzo Chigi, Monti ne scelga uno che gli faccia un riassunto.
L’unico imbarazzo sarebbe solo quello di scegliere da dove partire. 
Vito Schepisi

28 aprile 2012

Chi pensa d'essere Napoleone. Grillo, invece, un politico



Beppe Grillo, guru della neo deriva qualunquista, in coda al suo recente battibecco con il Capo dello Stato su qualunquismo, antipolitica, partiti e democrazia, ha dichiarato: «I partiti non sono fondamentali c'è democrazia anche senza i partiti».
E' vero che la partitocrazia sia una degenerazione della politica, e che la stessa possa avere effetti devastanti per la democrazia, ma è anche vero - al contrario di quanto sostiene Grillo - che non ci possa essere democrazia vera senza i partiti. 
In un paese plurale e liberale, l'obiettivo più saggio sarebbe quello della semplificazione e della trasparenza della politica. Si vorrebbero chiari, ad esempio, i modelli di sviluppo che si intendano sviluppare. In Italia, purtroppo, la confusione è totale. I partiti si creano sui contrasti e sulle ambizioni personali, e si creano anche sulle opportunità di personaggi dal dubbio spessore morale e dalle scarse capacità intellettive.
Abbiamo esempi eclatanti di incapaci e di opportunisti. Alcuni richiederebbero anche maggiore giustizia, innanzitutto terrena, prima o piuttosto che divina, per la somma della loro stupidità, della loro arroganza e della loro perfidia.
Converrebbe, per ovviare agli effetti perversi della partitocrazia, pensare di porre limiti alla convenienza (economica) nel creare appunto partiti o fazioni, piuttosto che creare un movimento politico per ogni opportunismo personale, o ancora per ogni personalità eclettica e populista, ovvero per ogni demagogo parolaio che calchi la scena in Italia e che intenda approfittare della notorietà acquisita in situazioni e circostanze diverse.
Ma non è vero che i partiti non sono fondamentali: non esiste democrazia senza partiti.
Anche il Movimento 5 Stelle di Grillo, nello stesso momento in cui deposita il suo simbolo elettorale, e quando richiama i suoi sostenitori a presentare le liste nei comuni, nelle province e nelle regioni, come quando intenda farlo per il Parlamento nazionale, si trasforma inevitabilmente in un partito. Ogni movimento politico potrà chiamarsi come si vuole, ma nella sua definizione essenziale si definisce semplicemente “partito”.
E' vero che un partito, per come è generalmente concepito in un contesto istituzionale civile (ma in Italia è così?), dovrebbe avere un progetto politico chiaro ed un programma con una sua finalità definita e compiuta.
E' vero che un movimento politico debba anche indicare una strategia complessiva, e con essa gli strumenti politico-sociali ed economico-finanziari con cui ottenere un ben chiaro e visibile modello di società da attuare.
E' vero, altresì, che tutto questo, con un Grillo che salta da una parte all'altra, senza un’idea complessiva, ma col solo qualunquismo comico di chi la spara più grossa, costruito a tavolino come per uno spettacolo teatrale, dà l'idea di tutto, meno di quella di un partito politico che concorra per la conferma del pluralismo indicato dalla democrazia come base della sua reale applicazione.
Ma se è tutto vero, non è vero che - perché il movimento grillino tutto appare, meno che un movimento che offra un’alternativa politica definita, con qualcosa di più concreto dei richiami all’indignazione o  alle battute sui difetti fisici o caratteriali di uno o dell’altro dei politici - ci  possa essere democrazia senza i partiti.
Non si può mortificare ancor più la voglia di cambiare degli italiani perché un guitto dall’aspetto folle, invece di andare a “La sai l’ultima?”, preferisce calcare le scene del confronto politico. C’è chi si crede Napoleone, chi il giustiziere della notte, Grillo, tra i tanti comici, tra cui anche quelli che inconsapevolmente calcano le scene della politica, è probabile che si senta il comico migliore.
Ma, se è questo il suo sogno, in una gara tra comici, potremmo anche votarlo!
Vito Schepisi

27 aprile 2012

Super Mario e il Rag. Fantozzi



Super Mario sta disperdendo l'euforia della sua luna di miele. Perde progressivamente quota.

La questione Italia si può riassumere sommariamente in alcune questioni:
- rapporto tra debito pubblico e pil molto alto;
- spesa al di sopra delle reali possibilità del Paese.
- architettura funzionale dello Stato obsoleta e mummificata;
- partiti e maggioranze litigiose;
- radicalizzazione del confronto politico;
- incapacità dei partiti di concorrere al bene comune;

Ciascuna di queste questioni ha una genesi e delle precise responsabilità.
Ciò che è sbagliato è pensare di risolverle premiando il trasformismo ed agevolando la delegittimazione della volontà popolare, come è stato con la nomina di Monti che ha sospeso nei fatti la democrazia.
Se nasce un partito, o una fronda, non è quasi mai un valore aggiunto del pluralismo, ma spesso solo una fetta di potere reclamato o l'antagonismo personalistico che diventa smania di protagonismo o smodato senso di onnipotenza.
Fa schifo in un momento di difficoltà. Ma è così!
Sarebbe stato dovere del Capo dello Stato, più che congiurare con la Merkel per la sostituzione del Capo del Governo, richiamarsi ai principi della coerenza democratica e del rispetto della sovranità popolare.

Ciò nonostante, il significato politico di un esecutivo tecnico poteva essere quello di metter mano ad alcune questioni.
La più urgente poteva essere quella del taglio della spesa e dell'equilibrio di redditi e pensioni, oltre all'abbattimento della burocrazia in cui si annidano le truppe della dirigenza statale trasformatasi in casta.
Sono questi alcuni dei freni di stazionamento che bloccano lo sviluppo!

Monti ha invece scelto la strada apparentemente più facile. La stessa che avrebbe scelto il Rag. Fantozzi col suo sfigato semplicismo.
Ha spalmato in giro, come un manto di erba, il seme maligno delle tasse. Le sue piante ora si spargono come una gramigna che soffoca. Il risultato è che non cresce più niente. Anzi perdono quota lavoro ed impresa.
La strada che sembra più facile, però, non è sempre quella più sicura. In definitiva l'Italia sta soffrendo per niente. Il mancato sviluppo, infatti, assorbe e consuma i sacrifici dei contribuenti e allontana la speranza di uscire dal tunnel. Niente è stato fatto, invece, sul taglio dalla spesa, anzi giungono persino messaggi contraddittori.
Niente è stato fatto, ancora, per dar impulso agli investimenti.

Più che piangersi addosso, e dar fiato per lezioncine di dubbio valore etico, questo esecutivo altro non è capace di fare.

Vito Schepisi

12 aprile 2012

Il "Cerchio Magico" pugliese

Una volta si vociferava sull’arrivo di una presunta primavera pugliese.
Non quella delle campagne di Puglia piene di margherite bianche e di papaveri rossi, né quella dei mandorli, dei peschi, dei prugni e delle albicocche in fiore. Neanche quella dei colori del mare tra il celeste trasparente e l’azzurro cupo, e né quella del cielo pugliese terso e pulito.
La primavera pugliese annunciata non era quella delle notti blu, in cui le stelle sembrano milioni di led che si accendono per adornare il cielo, né doveva consentire alla nostra fantasia in fuga di evadere, affascinata, percorrendo la strada dei ricordi: tra rimorsi e rabbia, e con speranza e amore.
Per fortuna questa primavera climatica, questa forza della natura che è la nostra Puglia, è già nostra e nessuno ce la potrà mai togliere. Non ha prezzo, non è comprabile, né è commerciabile e per fortuna non è neanche vendibile. E’ fruibile per tutti: per vecchi e piccini, per poveri e ricchi, per destra e sinistra, per amministratori incapaci e per liberi cittadini.
Persino per buoni e cattivi. Alla faccia di chi fa distinzioni!I buoni, infatti, non sono mai quelli che pensano che gli altri siano cattivi, ma solo quelli che hanno dimostrato di essere capaci.
In politica dovrebbe funzionare così. Si chiedeva, infatti, Popper, nel suo libro “La società aperta ed i suoi nemici”: "chi potrebbe propugnare il governo del ‘peggiore’ o del più grande stolto o dello ‘schiavo nato’? (...) Ma ciò ci porta a un nuovo approccio al problema della politica, perché ci costringe a sostituire alla vecchia domanda ‘chi deve governare’? la nuova domanda ‘come possiamo organizzare le istituzioni politiche in modo da impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno’?”
Vendola ed Emiliano, ma leggeteli i pensatori liberali! Al vostro contrario, leggerli non fa danno!
La Primavera pugliese è più preziosa di quella del Botticelli. Vive, si muove, si dona ma, soprattutto, non si può lottizzare, neanche se Emiliano e i De Gennaro volessero.
Ma quella di Vendola e poi di Emiliano non s’è rilevata una primavera, ma un “cerchio magico”, né più e né meno di quello che circondava Bossi, la sua famiglia ed i suoi amici più stretti.
Un cerchio in cui hanno preso forma i peggiori sistemi delle politiche autoritarie, tra messe di clientele, parcellizzazioni del consenso, sfruttamento del territorio, spesa dissennata, e degrado morale e ambientale.
Uno sguardo sul territorio pugliese oggi ci fa comprendere come ci sia stato un transito, in pochissimi anni, dalla tradizione meridionale, fatta di vita rurale, di semplici abitudini di vita, di coinvolgimento familiare, di senso della solidarietà, di saggia prudenza, di fermezza, di attenzione e di cura quasi morbosa verso la propria terra, in un insieme, invece, d’indifferenza, di furbizia, di menefreghismo, e di abbandono.
Nelle campagne non si lotta più, come una volta, per l’integrazione sulla produzione agricola e sui rimborsi per le calamità, ma soprattutto sulle “truffe” all’Europa e sull’utilizzo dei fondi europei, senza che ci sia un vero ritorno in efficienza e tecnologie, senza che comporti crescita strutturale e un reale motivo di sviluppo. Si spendono i soldi, quando non si truffano, solo perché ci sono e sono disponibili. Si vive alla giornata, sfruttando ciò che è possibile e trattando affari con chi vorrebbe trasformare i terreni agricoli in campi di pannelli fotovoltaici o in coltivazioni di strani alberi chiamati “pale eoliche”.
Anche in Puglia si era creato un muro di gomma contro cui tutto rimbalzava, come un “cerchio magico” fuori dal quale non si aveva neanche diritto di apparire. I giornali locali, e le edizioni pugliesi di quelli nazionali, come la maggiore televisione privata del mezzogiorno, non avevano voce e spazio che per questo “cerchio magico” pugliese che prometteva fiori di campo per tutti, in virtù di una presunta primavera politica che in Puglia e a Bari, invece, non si è mai vista.
La sanità ha divorato risorse che i pugliesi stanno ora pagando. La stessa cosa è per l’acqua che è ritornata nella gestione della politica e dei partiti, senza che si sia ridotta la spesa, come invece era stato promesso. Bari è asfittica, immobile, ferma, con le saracinesche chiuse ed i giovani che scappano.
Anche i responsabili di questo “cerchio magico” pugliese si dovrebbero ora mettere da parte!

Vito Schepisi per l’Occidentale

05 aprile 2012

tecnici incapaci

La marcia indietro sull'art.18 fa allargare la forbice tra i Btp e i Bund tedeschi.
I tassi riprendono a salire.
Non siamo ancora ritornati al 7%, ma abbiamo già superato il 5,5%.
Lo spread si avvicina ai 400 punti base.
L'effetto fiducia del governo tecnico con una larga maggioranza si sta esaurendo.
Grazie a Bersani ed alla Camusso, a breve potrà essere necessaria un'altra mazzata sui contribuenti italiani, per far fronte alle maggiori spese degli interessi sul debito.
L'ho scritto qualche giorno fa ...
... piuttosto che fare un braccio di ferro sull'art.18, era preferibile lasciare le cose come stavano.
Come si vuole, così, con la Cgil e la Camusso, e con un PD - Bersani incapace di assumersi le sue responsabilità politiche, aprire agli investimenti e richiamare capitali stranieri in Italia?
Si sa oramai - in Europa anche i muri lo sanno - che siamo un Paese con una classe politico - sindacale ... da manicomio!
Sarebbe bene che incominciassimo a chiederci quante altre industrie italiane si stanno preparando alla delocalizzazione della loro produzione?
Il Governo, per evitare guai ancora peggiori, farebbe bene a ritirare l'intero provvedimento sul lavoro.
Così non serve!
In verità non servirebbe neanche questo Governo!
Che ci sta a fare?
Se ne tornassero a casa questi inutili uomini - orpelli, lontani dal popolo e dalla realtà!
Il Parlamento provveda, però, a eliminare anche gli anacronistici e costosi senatori a vita. Evitiamo che anche un ulteriore danno si unisca alla beffa!

Vito Schepisi

04 aprile 2012

La strada del cambiamento è lastricata da insidie

Anche questa volta i poteri forti, le terze colonne, i saltimbanchi politici, le caste, hanno occupato le istituzioni e bloccato il processo riformatore dell'Italia.
Abbandonare la strada intrapresa, per dar loro ragione, però, è lo sbaglio più grosso che la gente comune e gli elettori possano commettere. La politica è fatta di momenti di grande esaltazione e di sconfitte. Mai, però, si deve pensare d’esser giunti all’ultima spiaggia. La tenacia deve restare sempre la virtù dei forti.
Invece di cedere, è più proficuo avere coraggio e stringersi attorno a quelle idee e a quelle speranze che non possono sopirsi dinanzi a nessun atto di viltà. L’Italia è fatta da tanta gente operosa e serena, ma anche da tanta gente che vive alle spalle degli altri. E mentre i primi si affannano per trarre il necessario per il sostentamento della loro famiglia, altri vivono al di sopra delle loro possibilità, ma sui sacrifici dei primi.
I nostri avversari sono quelli che hanno saccheggiato il Paese, raggiungendo persino i vertici dello Stato. Troppa retorica e troppa ipocrisia sono state le risultanti della spinta, ancora in corso, verso i pericoli del dissolvimento dei valori identificativi della nostra civiltà. Basta così a piangerci addosso: è ora mettere da parte la rassegnazione, invece.
E' necessario comprendere che dopo il venir meno della maggioranza alla Camera (di fatto è stato così) non c'era alternativa a Monti, se non elezioni anticipate per dar vita ad un altro governo (certamente di sinistra con l'aggiunta di Fini e Casini) che non sarebbe stato in grado di fare le riforme e di intervenire per tamponare la speculazione internazionale ed il progressivo deterioramento dei conti pubblici.
Si può pensarla come si vuole. Si può dire, come faccio anch’io, che Monti stia sbagliando e che sta causando altri danni al Paese, ma con i BTP al 7% ci si avvicinava a una spesa annua di 100 miliardi per il solo costo del debito pubblico. Nel giro di qualche anno i 2.000 miliardi di debito sarebbero diventati 3.000. L'Italia avrebbe così preso la stessa strada della Grecia: il fallimento.
I fatti stanno così! Senza un governo con i numeri in Parlamento e con una ben determinata volontà politica - da qui la necessità delle riforme, in modo tale che chi vince le elezioni sia anche in grado di governare, senza il teatro d’operetta di un Parlamento partitocratico - si può alzare quando si vuole la voce, ma i fatti restano quelli che sono.
Le responsabilità vengono da lontano, ma a volte la stupidità è molto più vicina. Un intervento sulle pensioni un anno fa, il taglio delle province, una maggioranza parlamentare coesa e larga, capace di tagliare in modo massiccio le spese e di reggere l’urto del Parlamento e della piazza, capace anche di respingere l’assalto della reazione giudiziaria, avrebbe consentito un controllo più oculato e una gestione più progressiva degli effetti della crisi recessiva dei mercati.
Non è stato così! Alcuni credendosi più furbi, hanno provato ad abbandonare la nave, pensando alle fortune personali. Avventurieri ridotti al lumicino di un partitino visto in lotta per il quorum, ed ora sottoposto al neo-democristiano di lungo corso dal viso bronzeo e pronto a ogni soluzione.
Senza recuperare la serenità e senza ritrovarsi a dover scegliere per una nuova speranza di cambiamento, dopo il saccheggio della speranza del 2008, perderemmo ancora del tempo e faremmo la gioia di chi continuerà a saccheggiare il Paese.
Cambiare non è facile. Chi ha pensato che sia solo sufficiente vincere le elezioni per cambiare tutto, ha sbagliato. La lotta è sempre dura e difficile. La rete che c'è nel Paese d’interessi particolari, di gestione politica del territorio, di cellule organizzate per sfruttare le risorse pubbliche e il lavoro degli altri, è così ben curata e così, diabolicamente, ben tessuta che sperare di sradicarla con facilità è impensabile.
Neanche dinanzi all'evidenza e alla buona volontà di alcuni coraggiosi magistrati si riesce a far cadere le maglie dell'intreccio perverso. Si veda in Puglia, in Campania o a Sesto san Giovanni.
Se si vuole che si continui così ... bene! Basterebbe disertare il voto e la sinistra verrà ad amministrare anche il condominio delle nostre case ... magari le cooperative si stanno già organizzando.
Ma se vogliamo esser liberi, dobbiamo continuare a lottare, e soprattutto dobbiamo andare a votare.
Vito Schepisi

24 marzo 2012

Monti è scaduto


Ho seri dubbi che il disegno di legge di riforma del mercato del lavoro uscirà dal Parlamento. E, se così sarà, ho i miei dubbi che la legge sarà migliorativa, rispetto alla rigidità attuale.
In Parlamento accadrà di tutto ... imboscate, ricatti, veti, trasformazioni, guerriglia ... mentre il Paese si infiammerà con la regia sovversiva dei sindacati e dei gruppi di odio sociale.
Questa è una finzione di cui Monti e Napolitano, il gatto e la volpe della finzione politico-economica italiana, dovranno dar conto.
Il mancato decreto è un attentato al Paese, blocca le aspettative di flessibilità, così è contro gli interessi dei giovani che aspettano che si apra il mercato del lavoro.
Servono, invece, tempi brevi per uscire dalla crisi, servono decisioni rapide e non la sensazione di confusione e di caccia alle streghe.
Sarebbe, persino, stato meglio lasciare tutto così com'era! 

Meglio far finta di niente e lasciare le cose come già stanno. Cioè male, che é sempre meglio del peggio!
Il nuovo corso di Monti si è già esaurito?
Con la crescita della tensione alimentata dallo scontro parlamentare, l'Italia perderà ancor più competitività, ancor più investimenti. Il Pil si contrarrà ulteriormente e si allargherà la disoccupazione.
Tutto per un buon gioco di Vendola e Di Pietro, grandi arruffapopolo e sobillatori.
Se il fine che si prefigge il Presidente Napolitano (la volpe) è quello di cautelare il PD ed un oramai decotto Bersani, sta sbagliando i suoi conti.
Bersani è già fuori gioco, non conta niente, non ha coraggio. 
E' un perdente! 
Fuor che dire "Berlusconi si deve dimettere" non sa far altro!
Il PD è un partito oramai senza identità che, tra pesce, mitili e gestione politica del territorio, si sta trasformando in un comitato di affari.
Ma è salutare per l'Italia arrivare a elezioni politiche in un clima da guerra civile, per una parte dell’art. 18, come quella dei licenziamenti per motivi economici, unicità demenziale rispetto a tutto il mondo?
Vito Schepisi

20 marzo 2012

La debolezza di Emiliano

Non è facile parlare di Bari, del Sindaco Emiliano, della sua amministrazione, del PD, senza farsi trascinare nella consueta retorica del rapporto tra etica e politica.
Quella morale non è questione di automatismi politici, non è antropologica, non è neanche una questione di uomini. E’ un fatto di regole, di educazione e di sistemi.
Non serve pensare che la soluzione sia, ad esempio, l’antipolitica o ancor peggio la magistratura rafforzata nei suoi poteri d’indagine e, soprattutto, nell’uso degli strumenti più invasivi di controllo delle relazioni personali tra gli individui.
I fatti di Bari possono essere sintomatici di regole e di sistemi da cambiare. Sui fatti del Capoluogo pugliese, se c’è una cosa che salta subito all’occhio, è la mancanza della trasparenza sugli atti amministrativi, ma anche qualche aspetto etico più evidente, come una lista, ad esempio, alle ultime amministrative, della famiglia De Gennaro a sostegno del Sindaco. Che ci faceva una lista dele genere a sostegno di Emiliano? Quale valore aggiunto di elaborazione politica e amministrativa aveva? Il Sindaco se l’è mai posta questa domanda?
Un altro sintomo di malessere, ancora, attiene alle regole da cambiare. Non è normale, anzi è inquietante, che un magistrato si presenti candidato sindaco nella stessa Città in cui ha esercitato la sua funzione d’inquirente e che si trovi, non per caso, ad essere controllato dagli stessi magistrati che gli erano colleghi, tra cui alcuni imparentati con altri magistrati che hanno abbandonato la toga per un seggio in Parlamento nello stesso partito del Sindaco.
Questa non è trasparenza: è confusione e non solo dei ruoli. Lo è ancor più quando, ancora, si pensi che l’ex magistrato in questione è personaggio a cui non piace dar conto a nessuno.
Dopo ciò che è uscito in questi giorni su tutti i quotidiani italiani, ripercorrere i fatti, rifuggendo le storie più pittoresche delle “cozze pelose” e degli “spigoloni”, può sembrare prendere sul serio, come fenomeno politico, ciò che di politico invece ha molto poco.
Questa è storia di uomini e di carriere. E’ storia di ambizioni e di arroganza. Solo pochi giorni prima era scoppiata la questione del Petruzzelli, lo storico Teatro barese portato sull’orlo del fallimento, usato dagli uomini per le pratiche elettorali, anziché dalla Storia della Città per perpetuare un simbolo di cultura e di arte.
E’ sbagliato pensare che il cesto natalizio donato ad Emiliano possa essere assunto come una credibile contropartita al metodo delle clientele e dei comitati di affari che condizionano di frequente la gestione delle amministrazioni delle Città, delle Province, delle Regioni e dell’intero Paese. Non è la partita di pesce, per quanto di ottima qualità, una merce di scambio che può giustificare un modo di gestire gli appalti in Città: non si può pensare che possa essere stata la contropartita alle furbizie rilevate dalla magistratura a danno della Pubblica Amministrazione.
Nelle carte dell’inchiesta della Procura si fa cenno a un «sistema di collusioni tra dirigenti apicali dell’amministrazione del Comune di Bari e il Gruppo imprenditoriale dei De Gennaro (Dec)» e a situazioni di «mercimonio della funzione pubblica all’interno degli uffici strategici per le opere pubbliche dell’amministrazione cittadina».
Come si può pensare ora che il Sindaco Emiliano che si è preoccupato degli operatori ecologici che battevano la fiacca, non si fosse invece mai occupato di una famiglia di palazzinari che agiva a suo piacimento nel Comune di Bari?
La contropartita non erano i frutti di mare e gli astici, come non era nessun altro bene materiale. La contropartita per Emiliano era ed è sempre stato il potere. Lo stesso visto ed esercitato col metodo Petruzzelli. E’ la gestione del potere che il Sindaco si prefigurava di poter esercitare confidando anche nel sostegno politico ed elettorale di un’impresa potente, operante nel suo stesso partito, la stessa impresa che al momento opportuno si trasformava essa stessa in partito, come nelle ultime amministrative nel 2009, con una propria lista al Comune di Bari forte del 3,52% dei voti.
Ed è la sua visione di potere che si andava allargando ad altre conquiste da fare che ha consentito al Sindaco Emiliano di poter non sapere.
Emergere nel PD è diventato più difficile. Le primarie stanno persino complicando le cose. Il PD, di cui Emiliano in Puglia è Presidente regionale, non ha solo le competizioni elettorali in cui i suoi uomini di punta si propongono al corpo elettorale, ma ha anche le primarie per le candidature alle gestioni apicali degli enti locali. E le primarie, come abbiamo visto in più parti d’Italia, compresa la Puglia, sono vere competizioni, tirate fino all’ultimo voto, senza alcun risparmio di munizioni. Sono costose come vere e proprie campagne elettorali e sono molto impegnative dal punto di vista organizzativo. Se non si vincono le primarie non si va avanti. E la politica per i personaggi in carriera è come un cuore: se smette di battere è la fine.
Al caudillo di Bari, dopo questa storia, il cuore politico, però, ha smesso di battere. Che si dimetta o no, Emiliano è già il passato. 
Ha fallito il suo compito. Deve mettersi da parte.
Michele Emiliano, è bene ricordarlo, è entrato in politica sapientemente sospinto da chi ha fatto leva sul suo “ego” smisurato. Non è stato forgiato dalle lotte di partito, ma è un personaggio inventato a tavolino. Affatto stupido e pronto ad imparare in fretta, si è subito guardato intorno perché gli serviva un modello. L’ha scelto e l’ha adottato. Ha scelto quello che per il suo modo d’essere gli sembrava il migliore. Non uno qualsiasi, però, non uno di quelli avvolto dai pensieri, dalle ispirazioni, dai dubbi, o dalle contraddizioni geniali dei politici di razza; non uno di quelli in lotta perenne tra l’essere e l’apparire; non uno di quelli che si consumano nel porsi la consueta domanda se lo si noti di più per la presenza o per l’ assenza. Roba vecchia! Il modello l’ha scelto nel campo avversario, perché nel suo c’erano solo mestieranti. Emiliano ha scelto quello che gli appariva vincente.
L’ha appena confessato in un’intervista a “La Stampa” attribuendogli anche le nuove responsabilità: la colpa del suo essere stato “un fesso”- dice - è dovuto al berlusconismo e al rapporto che l’ex Presidente del Consiglio ha creato tra politica ed impresa.
E’ un vecchio vizio quello di Emiliano di attribuire la colpa agli altri, specialmente se a Berlusconi, ma dovrebbe anche ben sapere che i rapporti tra i De Gennaro e la politica a Bari sono ben antecedenti alla comparsa di Berlusconi in politica.
Se paragoni possono esserci, ne azzardiamo uno più scherzoso, dicendo che tra i due c’è una differenza di scelte e di gusti:
Emiliano si è mostrato debole al pesce, il Cavaliere invece alla carne.
Vito Schepisi

08 marzo 2012

La cattiva gestione del Teatro Petruzzelli

Il sindaco di Bari Michele Emiliano, Presidente, fino al recente commissariamento, del CdA della Fondazione Lirico Sinfonica Teatro Petruzzelli di Bari, ha subito provato a scaricare le sue responsabilità dall’annunciato “fallimento” della sua gestione.
L’impressione è che il Teatro barese sia stato tradito due volte: la prima, con l’incendio e con i tempi lunghissimi della sua ricostruzione, e la seconda, per essere diventato un oggetto da usare.
Se per il primo tradimento c’è stato il connubio tra gestione e malavita locale, per il secondo tradimento le responsabilità sono unicamente del sindaco Emiliano.
Per il primo cittadino di Bari, anche in questa occasione, le ragioni dell’essere hanno prevalso su quelle del bene comune. Non tanto un Teatro e una stagione lirico sinfonica per la Città, ma prevalentemente uno strumento nelle mani del Sindaco-Presidente per apparire.
Ciò che colpisce è il metodo così spavaldo di porre le cose dinanzi al fatto compiuto, confidando di poter poi sempre trovare chi dovrà coprire i costi o i danni arrecati. Un “armiamoci e partite” che sconvolge il buon senso comune, improntato, invece, sulla responsabilità e sulla prudenza.
Con il Sindaco di Bari, questo metodo barricadiero lo stiamo osservando su tutte le questioni amministrative, ad esempio l’abbattimento e l’esproprio di Punta Perotti, o la realizzazione della Cittadella della Giustizia. Per il Teatro Petruzzelli, se il Cda l’avesse consentito, si profilava lo stesso piglio di barra dritta e avanti tutta. Tutto in grande, tutto con un decisionismo arrembante, tanto a pagare saranno sempre i cittadini baresi.
Il Petruzzelli era sempre un bell’oggetto da mostrare per il Sindaco Presidente, già in corsa per altre presidenze. Ora, però, il prestigioso Teatro, per eccesso di megalomania, rischia di veder compromesso il suo ruolo di contenitore in cui far sviluppare la vitalità teatrale e gli impulsi culturali ed artistici della Città.
Un buon amministratore ha sempre la saggezza di partire dalle disponibilità per assicurare all’impresa - in questo caso un servizio artistico e culturale per Bari e la Puglia - ciò che é possibile con le risorse finanziarie su cui può contare. Ma c’è chi fa il percorso all’inverso, spende, s’impegna, s’indebita con le conseguenze che ora sono sotto gli occhi di tutti: la nomina di un commissario, una stagione lirico sinfonica compromessa, i dipendenti in agitazione che occupano il Teatro, i debiti da ripianare.
Seguendo la storia degli ultimi giorni, dinanzi alla presa di distanza del CdA (mancata approvazione del bilancio e mancata nomina del nuovo sovraintendente), a Emiliano non restava che cercare sponde a Roma, col tentativo di promuovere un tavolo con tutte le parti interessate - Comune, Provincia, Regione e lo stesso Ministero dei Beni Culturali - «finalizzato a decidere secondo quale modello potesse essere possibile la gestione dei costi delle masse artistiche alla luce della ormai fisiologica insufficienza dei finanziamenti pubblici messi a disposizione della Fondazione».
La richiesta del Sindaco Emiliano è stata declinata dal Ministro che gli ha opposto la sua incompetenza a far da mediatore tra le diverse parti. E’ stato a questo punto che il Presidente della Fondazione Emiliano si è esibito nel suo colpo di teatro, richiedendo - motu proprio – la nomina di un commissario. Ma il commissariamento era nell’aria. Era un fatto dovuto. Tanto che la lettera di nomina del Ministero, indirizzata al Presidente, ai consiglieri di amministrazione ed ai revisori dei conti ha avuto per oggetto: “Gravi irregolarità di gestione. Apertura di procedimento ex art. 21 del decreto legislativo 29 giugno 1996, n. 367.” Il Cda non aveva approvato il bilancio di previsione del 2012, né nominato il sovrintendente. Non c’erano fondi sufficienti su cui poter contare. Per il 2011 il commissario ha trovato un buco di 8 milioni di Euro. La gestione sin dalla nascita della Fondazione (2009) è stata caratterizzata da improvvisazione e dalla rincorsa nella ricerca di fondi per far fronte agli impegni finanziari contratti.
Il dissesto finanziario della Fondazione, pertanto, riviene esclusivamente da una cattiva gestione, non da difficili situazioni di mercato, come per un’azienda privata. La ragione semplice è che si sono impegnati soldi che non c’erano e che si sapeva che non ci sarebbero stati.
Un'altra alea incombe su questa vicenda. Si vocifera, infatti, di un esposto anonimo alla Procura della Repubblica di qualche mese fa, in cui si denunciava una “parentopoli” articolata tra i dipendenti della Fondazione. Fino ad ora la Procura ha ignorato la questione perché l’esposto era anonimo. Gli sviluppi potranno, invece, far prendere strade diverse.
In questa situazione, come di solito, chi ci va di mezzo sono i lavoratori. Sono in stato di agitazione e presidiano il Teatro, spalleggiati dal sindacato, perché il loro contratto è scaduto dallo scorso 2 marzo. Molti di questi lavoratori rischiano di perdere il posto di lavoro, traditi da chi ha alimentato promesse e aspettative.
Vito Schepisi
su l'Occidentale

Il Ministro Riccardi e la vecchia politica


Il Ministro Riccardi s'è lasciato andare a valutazioni inusitate per un Ministro che è là soprattutto per il sostegno del maggior partito della coalizione. Sembra che riferendosi alla rinuncia di Alfano a partecipare ad un vertice dei partiti a Palazzo Chigi, per discutere (solo) di Rai e giustizia, abbia detto "Alfano mi fa schifo".
C'è invece chi è schifato per i tentativi di rinnovare il metodo delle spartizioni e degli inciuci.
Sulla Rai non c'è niente da discutere tra i partiti.
Se ne stiano fuori!
Per la Giustizia non ci sono accordi che tengano per compiacere chi è in fibrillazione per la responsabilità civile dei magistrati, ad esempio.
Le priorità di questo Governo sono tutte riferite ai provvedimenti sull'economia e sul lavoro: nessun compromesso politico su altro.
Il Governo tecnico nasce per la necessità di dare al Paese una larga maggioranza per portare a termine riforme strutturali in tema di tagli alla spesa e di politiche di sviluppo.
Per la Giustizia le priorità sono quelle di sempre: separazione della carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti; responsabilità civile dei magistrati; maggiori garanzie per la difesa (la parte più debole del sistema processuale); la legge anticorruzione; la questione ancora aperta delle intercettazioni.
Su questi temi non sono ammissibili compromessi con i partiti ed il Governo. Questi temi siano affrontati in Parlamento e se ne discuta in quella sede. Ci sono, infatti, già iniziative e proposte di legge su cui confrontarsi alla luce del sole.
Ebbene se al Ministro Riccardi fa schifo Alfano, perchè il segretario del Pdl rifiuta le logiche spartitorie e i "teatrini della politica", ci sono altri a cui fa schifo chi non riesce a capire, e fa il ministro, o addirittura chi si mostri connivente con questi metodi della vecchia politica.
Si parla di trasparenza e poi .... c'è ancora chi si schiera con Bersani e Casini?
Vito Schepisi

21 febbraio 2012

La retroguardia conservatrice sull'art.18


Quella sulla flessibilità del lavoro e sull’art.18 può essere una bella battaglia a sinistra per tentare la scalata alla leadership. In questa contesa, nessun colpo sembra del tutto proibito e i protagonisti si scaldano i muscoli.
Le premesse ci sono tutte, compresa la tentazione di Bersani di far saltare il banco del Governo, per andare a elezioni anticipate, assicurandosi la candidatura a premier, e provare a vincerle.
Il PD è al centro di una diatriba interna per questioni di gestione e di candidature. Le spaccature favoriscono candidati alternativi che Vendola, leader del Sel, contrappone con astuzia ai candidati del Partito Democratico. Dopo Genova, infatti, rischia di implodere anche Palermo, dove vi sono 3 candidati, di cui uno solo del PD, ma vicino ai “rottamatori” del sindaco di Firenze Matteo Renzi e quindi non sostenuto da Bersani. Anche qui Vendola gioca la sua carta con la candidatura alle primarie di Rita Borsellino, sorella del magistrato vittima della mafia, e Bersani, terrorizzato dal pericolo di dover subire una nuova sconfitta, com’è successo già a Napoli, a Milano e a Genova, si è precipitato a sostenerla, a dispetto così del candidato del suo partito.
Non ci sarebbe modo migliore, come nella vecchia scuola della prima repubblica, per ricompattare le diverse anime interne, che andare a elezioni anticipate, senza primarie, con la candidatura del leader del maggior partito della sinistra, a fianco dei sindacati, su battaglie di principio e chiamando i lavoratori a difendersi dalle regole rigide del mercato. Una battaglia tutta ideologica.
Chi sospinge il PD a dilaniarsi, però, più che la Cgil della Camusso, che guida il sindacato a difendere l’art. 18 sulla flessibilità in uscita, è il leader di Sinistra e Libertà, Niki Vendola. A sinistra c’è anche chi prova ad aprire il confronto sulle scelte, come deve essere in un partito democratico, per allargarsi verso le aree più moderate del Paese, per affrancare la sinistra dallo schiacciamento su posizioni visibilmente ideologiche. Si pensi al Prof. Ichino, ad esempio. C’è il tentativo nel PD di ragionare sulle cose, senza farle diventare subito battaglie di principio, ma Di Pietro, o Vendola, o tutti e due insieme, laddove possono spaccare la base del PD ci vanno giù duro per la conquista di fette di elettorato tradizionale della sinistra.
Il PD per difendersi si deve adeguare e, nei fatti, sono loro, Vendola e Di Pietro, che ne stabiliscono la linea politica.
Non è facile il compito di Bersani, pressato tra la ragione di un partito che guarda alle soluzioni, pesando le diverse opzioni, e la difesa dall’aggressione del fuoco alleato. Non riesce bene ai democratici di sinistra la copertura dei margini, pur provandoci, come sull’art.18 con Veltroni da una parte e con Fassina dall’altra. Non riesce al PD il gioco delle parti per tenere in armi, motivandola, sia la base ideologica, radicata sul “non possumus”, che quella più pragmatica che guarda al governo di domani in cui la sinistra può essere chiamata a giocare il suo ruolo.
Far fare a un Governo tecnico il lavoro difficile, appellandosi al bene del Paese in difficoltà, sarebbe la soluzione ottimale per la sinistra. Nella “flessibilità in uscita”, infatti, c’è la soluzione per rilanciare gli investimenti, per recuperare la crescita, per contenere la disoccupazione e per dare risposte di speranza ai giovani che si vogliono affacciare sul mondo del lavoro. Per un partito che ambisce a governare dal 2013 per i successivi 5 anni questa sarebbe un’ottima occasione.
E’ in errore chi, come Vendola, pone la questione dell’art.18 come una contesa tra destra e sinistra, è lui il manicheo che vorrebbe sostituire il confronto politico tra buoni e cattivi. Se fosse vera la sua semplificazione, in Europa l’unico Paese con una piattaforma sociale di sinistra sarebbe quello italiano. Pur senza l’art.18, però, non mancano le conquiste sociali altrove, e più che in Italia, e per cose più concrete rispetto alle fumosità che ispirano il Governatore pugliese. Non mancano i servizi che funzionano, e che contribuiscono a migliorare la qualità della vita dei cittadini, ed anche il rispetto dei diritti dei lavoratori, senza tanta conflittualità e con meno stress per tutti.
Quali diritti vorrebbe difendere Vendola se la disoccupazione giovanile sta diventando un dramma sociale e se si stanno perdendo posti di lavoro? Quali se non ci sono investimenti perché l’Italia è un Paese a rischio per gli investitori italiani, e tanto più per quelli stranieri? La Burocrazia, la giustizia, l’instabilità politica, i sindacati capricciosi e litigiosi, le normative che cambiano come le mode e le stagioni, infatti, fanno dell’Italia, per gli investimenti di capitali esteri, il fanalino di coda dell’Europa.
Conquiste sociali, buona politica, cultura del lavoro … Vendola conta balle, come al solito, ed utilizza le sue narrazioni monche del risultato finale. Se siamo a questo punto in Italia è perché ci sono state troppe “narrazioni” sconclusionate.
Il lavoro va creato, non piove dall’alto. Va organizzato attraverso contratti che consentano reciproci interessi, senza neanche pensare alle “semplificazioni manichee” paventate dal “poeta” pugliese. Questo suo modo di vedere e narrare le cose appartiene a una vecchia cultura politica. Soffre di anacronistiche incrostazioni ideologiche. Fa da anticamera al ritorno di un pensiero di classe. E’ retaggio di vecchio.
Non ce lo possiamo più permettere. Il novecento è archiviato, bisogna rivolgersi verso nuove conquiste sociali, senza attestarci a far barricate per difendere l’immagine di un mondo che non c’è più. Nessuno può pensare di fermarlo all’antico. Ci sono altre sfide da affrontare e altre conquiste da fare. La prima è dare una prospettiva di lavoro ai giovani. Nel passato si sono dilapidate risorse, lasciando amare eredità alle generazioni future, ora sarebbe onesto pensare soprattutto a loro, più che fare battaglie ideologiche di principio.

Vito Schepisi su l'Occidentale

16 febbraio 2012

Senza la "pistola fumante"

Un procedimento penale, non è come andare in un'assemblea e subire la contestazione dei presenti contro le tue idee e il tuo operato. In questi casi è la buona coscienza che interviene e ti assolve, senza che qualcosa di profondo incida sulla tua serenità; senza che la delusione comprometta la forza di batterti per far valere le tue ragioni. Un procedimento penale può essere, però, devastante, soprattutto quando dovesse esserci la buona coscienza di non aver commesso reati. E' per questo che la magistratura, prima di dar corso a un procedimento penale, dovrebbe avere a propria disposizione gli elementi di prova che consentano di formulare consistenti ipotesi di colpevolezza.
Trascinarsi in Tribunale alla ricerca di una prova, o contando su colpi di teatro è, invece, terribile. Sarebbe il contrario della Giustizia. Sarebbe una persecuzione intollerabile. Detto questo, devo dire che fino ad ora, e dopo la requisitoria del Pubblico Ministero, non ho ancora capito se nel processo Mills ci sia, o meno, una prova di colpevolezza contro Berlusconi. In Tribunale non c'è stata una sola testimonianza, né un fatto oggettivo che lo faccia apparire, senza ombra di ogni ragionevole dubbio, certamente colpevole. Non ho ancora capito se gli ostacoli opposti alla difesa - sia dal PM, che dalla terna giudicante - per l'escussione dei testi, abbia una ragione giuridica ed etica in un processo in cui il PM chiede una condanna a 5 anni di reclusione. E’ morale così? Il diritto alla difesa in Italia non è più sacrosanto?
E può valere la giustificazione della corsa contro il tempo per l'imminente prescrizione del reato? E' noto che il reato "Processo Mills" in ogni caso arriva a prescrizione, perché il procedimento è ancora al primo grado di giudizio, tra l’altro ancora da formulare, e i tempi sembrano oramai già esauriti. Il processo, al momento, avrebbe solo valore "simbolico", ma rischia di restare incagliato in una valenza prevalentemente "ideologica", in cui si chiede al Tribunale di emettere una sentenza di colpevolezza, perché Berlusconi appaia colpevole per definizione, e senza che si perda tempo con la difesa. Non è aberrante tutto questo? La difesa ha fatto ricorso per ricusare i giudici apparsi compiacenti con le tesi dell’accusa. Il ricorso è stato dichiarato ammissibile, cioè formulato con ragioni verosimili. Poniamoci ora la domanda se c'è qualcuno che sostenga, ancora, che l'Italia sia la nutrice del diritto positivo?
In questo processo (il Mills) emerge abbastanza chiara solo una cosa. Emerge che in Italia ci sono due tifoserie, di cui una è quella che userebbe la giustizia per regolare sbrigativamente i conti della politica. Nell'altra c'è la sensazione che, purtroppo, non possa esistere, senza l'immediata delegittimazione e la successiva criminalizzazione, una forza moderata e liberale che, senza pregiudizi, affronti con distacco e ragione, le questioni d’interesse comune, senza che debba passare dal vaglio e dalla compiacenza di quel castello di apparati di casta di cui si è circondata una parte politica, con la connivenza interessata di apparati burocratici e lobbies di poteri (mediatico-giudiziario-finanziario). Senza che, come sosteneva il Presidente Cossiga, a chi prova a cambiare le cose, debbano mettere sotto processo quantomeno un parente.
La lettera di Berlusconi apparsa sul Giornale di questa mattina, pertanto, non può e non deve apparire solo come uno sfogo di un uomo mortificato da un'aggressione giudiziaria e politica senza precedenti. Deve, invece, indurre a riflettere. Dalla Sicilia alla Lombardia, passando per la Calabria, la Puglia, la Campania, l'Umbria, etc.etc., la corruzione politica, gli abusi, il peculato, la concussione e le associazioni a delinquere di matrice politico-amministrativa imperversano per fatti che riguardano la gestione pubblica, gli appalti, le concessioni, le clientele, i privilegi e, come abbiamo visto in Umbria, le discriminazioni nelle assunzioni del personale, l’arroganza, le vendette, le violenze, l’abuso. La nostra attenzione, però, è attirata da teoremi giudiziari e da ipotesi di reato, privi di una "pistola fumante" che inchiodi un malfattore certo. E’ una cosa che dura da 18 anni in Italia. Le contestazioni sono le più varie, le ultime si rivolgono a sfoghi telefonici o a questioni di vita privata che per nessun altro cittadino, in Italia, hanno mai costituito un tale interesse della Giustizia penale, da montarci sopra un’indagine per la ricerca e la formulazione di reati.
Vito Schepisi