12 giugno 2007

Ma per "PD" si intendeva "Partito Dominante"?



Era auspicabile che i testi delle intercettazioni fossero diffusi. Anche i “diversi” poi tanto diversi non sono! In Italia c’era un tifo da stadio per conoscere i contenuti delle telefonate con le quali i potenti a volte si spartiscono torte e ruoli. Sulla bocca di una parte degli italiani finalmente si è stampato un sorriso sarcastico. Nei luoghi di lavoro e nei giardinetti pubblici, laddove il puro e duro da sempre aveva inveito contro la classe politica, quella avversaria, rea d’essere corrotta e di far prevalere l’interesse privato a quello pubblico, si sono invertiti i ruoli. Il duro e puro questa volta, però, fa spallucce e si sottrae al confronto. Fa come l’Unità che sciopera per non spiegare. Alza le spalle e tace, oppure si giustifica parlando dei cattivi esempi che hanno contaminato solo una parte delle “anime buone”, mentre la sinistra di sempre resta ancora in prima linea a difendere il popolo dalle angherie dei padroni. Lo difendono come lo difendevano dal conflitto di interessi, parlando di altri uomini che si sono arricchiti puntando sul tavolo della politica. Insomma la colpa è sempre degli altri. Era auspicabile anche per un fatto di giustizia sociale. Non doveva, infatti, ritenersi giusto che il duro e puro potesse sempre addurre esempi di malcostume degli avversari e sogghignare perfidamente sugli ….oni ed i suoi alleati. Anche coloro che nei bar e per le strade, nei circoli e nei posti di lavoro da una vita avevano subito e si erano timidamente difesi con la storiella dei comunisti che mangiavano i bambini, hanno ora modo di poter aggiungere anche una realtà contemporanea alle vecchie testimonianze di fame e di miseria che i regimi marxisti hanno diffuso nelle realtà geografiche oppresse dal totalitarismo della loro dottrina. Il popolo ha diritto di nutrirsi anche delle soddisfazioni morali, specie quando è nelle condizioni, come spesso accade, di non potersi ben nutrire di altro. L’uomo senza riflettori puntati ha diritto anche lui al sorriso ed all’esercizio dell’ironia, specie quando è affaticato per gli anni di lavoro, rassegnato per le lunghe attese in fila dinanzi agli sportelli degli uffici pubblici per pagare o reclamare un diritto, nauseato dalla macchina della sanità che lo mortifica a stregua di un numero o di un codice fiscale. E’ bella l’immagine del pensionato che cala la briscola sulla panchina del parco pubblico, dopo aver visto l’avversario senza carte vincenti e grida soddisfatto al suo compagno di calare il carico perché questa mano è la loro.
Era auspicabile anche perché fosse chiaro che i diversi in politica non esistevano, se non per un differente carico di ipocrisia e di malafede. Vien quasi da paragonare la diversa gestione degli interessi privati e dell’ingerenza politica sulle scelte economiche, per via diretta, o influenzandone i percorsi, tra i diversi soggetti che nel tempo ne sono rimasti coinvolti. Da questa osservazione comparativa appare subito chiaro che in questo campo esistono due tipi diversi di gestione dei cattivi costumi. Per comprenderne le dimensioni, si provi a pensare alle attività sia di una piccola impresa artigiana che di una complessa impresa industriale. La prima è strutturata secondo flussi di breve periodo, vive spesso alla giornata e programma i suoi budget a seconda dell’esperienza sui mercati che l’esercizio quotidiano dell’attività riscontra. Se ha un ordine di 10 pezzi si rifornisce delle materie prime necessarie per non sovraccaricare il magazzino, si avvale anche di una manodopera in numero prudente e comunque nei limiti delle potenzialità produttive. La seconda, l’industria, ha invece una struttura più articolata, macchinari molto costosi da ammortizzare, approvvigionamenti di materie prime direttamente sui mercati di origine in quantità importanti per conseguire economie e affidabilità, ha una produzione diversificata e strutture spesso indipendenti, ha spesso un Consiglio di Amministrazione rappresentativo della proprietà a cui rendere giorno per giorno conto. Ebbene è quello che è avvenuto in Italia nel campo dell’ingerenza della politica nel mondo dell’economia e della produzione. I primi sono stati i “mariuoli” che hanno approfittato del loro potere giornalmente, pezzo per pezzo, come l’artigiano sul mercato al dettaglio. Gli altri, invece, hanno organizzato le fonti delle dazioni, attraverso una rete (manifatturiera, imprenditoriale, distributiva) articolata secondo una struttura dinamica e collegata, costruita “in crescendo” mattone su mattone come le “lego”. Tanti mattoncini uno sull’altro e mille rivoli di attività sparse sul territorio ed una cinghia di trasmissione spesso evidente ed inequivocabile, tanto da creare persino assuefazione. Ruoli incrociati, passaggi da amministratori ad imprenditori, a parlamentari e fiumi di denaro contabilizzato “senza scopo di lucro”, campagne elettorali finanziate con il “lucro” che alla fine uno scopo lo ha sempre trovato. Appalti pubblici e licenze, agevolazioni fiscali per falsare il mercato e strozzare coloro che non godevano di pacchetti di privilegi fiscali ed una rete di tecnici e imprese amiche verso cui far confluire appalti ed altro ancora. Anche fallimenti clamorosi e soldi pubblici dilapidati. Altro che conflitto di interessi di Berlusconi! Cosa poi dire di Ricucci che scalava il Corriere della Sera mentre si diffondevano allarmi ed insinuazioni su Berlusconi da parte degli stessi soggetti a cui Ricucci chiedeva la tessera di partito? Ora risultano più chiare anche le liberalizzazioni di Bersani. Banche e cooperative un mix per l’esercizio del potere economico e per condizionare l’economia del Paese, un mix che unito alla rete di informazione, già saldamente sotto controllo, si voleva trasmettere al nascente PD che si apprestava nelle intenzioni dei gestanti a diventare Partito Dominante. Altro che democratico! Se si pensa alla Gentiloni ed alla legge sul conflitto di interessi, in realtà la “taglia Berlusconi dalla politica”, ecco che si ottiene la discontinuità di Follini.
Vito Schepisi

09 giugno 2007

Ci mancava l'orgoglio pedofilo



C’era da aspettarselo! Oramai l’orgoglio per qualcosa non ha più freni e meno ne avrà in futuro. Tutto per un discutibile esempio che è stato dato anche con il contributo della politica e del mondo della cultura. Si ritiene, a ragione, che le manifestazioni di provocazione siano le spinte più dirompenti al dilagare dei tentativi di legittimazione dei fenomeni più disparati: alcuni, come nel caso in questione, di orrido spessore.
Se si vuole provocare il sorgere di una fazione non c’è che da ostentarne l’appartenenza ad un’altra: diventa un richiamo per coloro che desiderano legittimare condizioni e persino vizi e devianze. Non si è invece diversi, come individui, solo se si hanno gusti diversi. Si offre l’immagine della diversità al contrario se si volesse, rendere evidente la condizione diversa e su quest'ultima reclamare l’orgoglio della propria scelta. Di questo passo lo si potrà fare anche per i gusti in cucina e reclamare l’orgoglio per una pietanza o per un piatto tipico, o per un modo di assumere un cibo come può essere, ad esempio, per chi gradisce il pesce crudo.
Non si è diversi nella società, che ha altri valori da far emergere, se si preferisce la compagnia di una persona dello stesso sesso piuttosto che dell’altro. Si è invece diversi nella società se ci si organizza per marcare una separazione tra coloro che hanno gusti e tendenze differenti. La diversità è data dalla mancanza di integrazione, come avviene spesso per gli immigrati. Io non mi sento diverso da coloro che preferiscono la montagna ed il fresco, al mare ed al caldo, pur amando fortemente il mare ed il tepore del sole da non saperci rinunciare per nessuna cosa al mondo. Non sentirei mai, però, il bisogno di andare in piazza, vestito da sub magari, o sventolando una vela, ad ostentare il mio orgoglio per essere nato e vissuto in località marina.
Sembrano considerazioni semplicistiche. Qualcuno dirà che il problema è più complesso e che nella società ci sono sacche di remore e di contraddizioni. Si dirà anche che il perbenismo bigotto spingeva l’omosessualità a nascondersi, alla clandestinità, ai complessi di colpa, spesso alla vergogna. Anche le famiglie respingevano ed ostacolavano le scelte “diverse” dei figli.
Perché ora cosa è cambiato? Se qualcuno aveva fastidio per la presenza di omosessuali e travestiti e quant’altro, continuerà ad avvertire questo senso di fastidio. Nessuno può imporre a nessuno di frequentare chi non gradisce. Le famiglie continueranno a provare vergogna per i figli che escono la sera con le calze a rete, e le manifestazioni volgari di ostentazione e provocazione saranno sempre definite disgustose da chi non gradisce che le scelte individuali, nella sfera sessuale, siano ostentate con sfarzoso cattivo gusto.
Dal “Gay Pride” al passo dell’orgoglio pedofilo il tragitto è stato breve. Se la normalità è l’eterosessualità, e questo lo ha stabilito la natura, tutto ciò che non è normale non ha motivo di rappresentare orgoglio. Ciò non toglie che si debba avere comprensione e ritenere le scelte di ciascuno, purché non siano violente e non coinvolgano minori o meno dotati, come legittime e tollerate.
Per la pedofilia c’è qualcosa di diverso, di più marcato, perché invece coinvolge proprio i minori ed il concetto di violenza.
Il 23 giugno è stata stabilita la giornata per l’orgoglio pedofilo, il "Boy love day", e si è intrapresa la prevedibile strada in discesa per cattivo gusto e per l’ostentazione di "patologie" di ogni tipo. La pratica sessuale di un adulto con un minore, è bene ribadirlo con fermezza, è di una gravità estrema perché è violenza alla stato più infame e vile, violenza ai danni di coloro che non hanno la forza per difendersi, il carattere per imporsi e la maturità per compiere le loro scelte.
Non c’è assolutamente da soffermarsi sui mille modi per carpire la fiducia e la remissività dei minori e, pertanto, anche coloro che cercano attenuanti parlando di partecipazione e di accondiscendenza non possono pensare di giustificare alcunché.
In passato anche uomini della cultura e della politica, in particolare tra i fautori del pensiero debole e diverso, si sono lasciati andare ad aperture pedagogiche in cui si asseriva il diritto dei minori a vivere la loro sessualità. Questo tentativo è stato stroncato sul nascere da un’ondata di disapprovazione e di disgusto. I politici, si sa, cavalcano solo l’onda lunga del consenso, anche a discapito del loro intimo istinto. I voti sono sempre voti ed i vantaggi delle poltrone sempre più appetibili di quelli dell’ostentazione pubblica di un’indole privata. Hanno fatto marcia indietro, ma a chi non dimentica ed è più attento sono rimasti tutti gli interrogativi.
Tra la gente, la pedofilia è spesso collegata all’immagine di devianze collegate all’omosessualità, spesso si intreccia con essa ed è considerata una conseguenza di quella che generalmente è ritenuta un’anormalità sessuale. Sia ben chiaro, e non si vogliono destare equivoci, l’omosessualità è una condizione in cui prevale il desiderio sessuale con un partner omogeneo e non è per niente assimilabile alla pedofilia che invece è un istinto violento nei confronti di minori di un sesso e dell’altro.
E’ però una realtà che non si può sottacere quella che vede tra i pedofili una consistente fascia di omosessuali.
La preannunciata iniziativa nel mondo virtuale, il “Boy Love Day”, sta destando molte perplessità e catene di indignazione e protesta. E’ bene che sia così, perché sia evidente e forte lo sdegno di tanti. Gli orchi, è risaputo, sono dappertutto e penso anche tra coloro che hanno ruoli nella società e deleghe rappresentative degli elettori. Si presentano spesso come persone gentili e delicate, persino con le parvenze di persone dolci e colte, sono invece ipocriti e violenti, sono solo e soltanto feccia dell’umanità. E’ necessario smascherarli per spezzare le catene dell’omertà che si creano intorno: individuarli e renderli inoffensivi, perché è spesso dal condizionamento del loro potere che deriva la debolezza della lotta al fenomeno. Lo strumento democratico più idoneo a difenderci da questa piaga che prepotente emerge dalle barriere delle omertà, anche grazie al pluralismo ed al moltiplicarsi delle fonti di diffusione delle informazione, è la denuncia e la rinuncia alla rassegnazione, ma è anche il grido di disgusto che deve salire dalle coscienze di tutto il genere umano.
Vito Schepisi

07 giugno 2007

Bush vuole incontrare Berlusconi, a dispetto di Prodi



Se esponenti del Centrosinistra, leader e ministri, vanno negli Stati Uniti ed incontrano autorevoli esponenti del Partito Democratico, la circostanza a tutti sembra normale. Rientra nel giusto rapporto tra i soggetti della politica in una visione globale. Appare persino un segno di sviluppo e crescita del confronto politico: è sintomo di tolleranza al pluralismo ed anche necessità diplomatica nel segno del principio dell’alternanza, se non la testimonianza di un percorso politico comune e di convergenza di obiettivi.
Se invece il Presidente degli USA viene invitato in Italia ed alterna, ad incontri ufficiali con il Capo dello Stato, con il Presidente del Consiglio e con il capo della Chiesa Cattolica, la visita presso la Comunità di Sant’Egidio per la diplomazia italiana è già una “iniziativa disturbante”. Se poi si aggiunge la richiesta di Bush di un incontro con l’ex Presidente del Consiglio e Capo dell’opposizione Silvio Berlusconi , diventa un’iniziativa “inopportuna e sgradita”.
L’irritazione di Prodi è talmente evidente da aver spinto lo staff diplomatico italiano, impegnato ad organizzare la visita, ad esercitare pressioni perché l’incontro non ci sia. I tentativi di impedire l’incontro si sono spinti persino a minacciare di non garantire la sicurezza della visita del Presidente Usa in Italia.
Secondo la diplomazia italiana l’iniziativa di Bush sarebbe “inappropriata e sgradita”.
Solo dinanzi alla fermezza dei funzionari della casa Bianca ed al pericolo di veder annullata la visita di Bush in Italia, o limitata alla sola visita in Vaticano, gli emissari di Prodi hanno dovuto cedere e rassegnarsi all’idea. E’ stata necessaria, persino, una nota ufficiale dello staff diplomatico del Presidente Bush in cui si sosteneva che “Non c’è niente di inappropriato per il Presidente Bush nell’incontrare in un Paese il leader dell’opposizione, è una cosa che il Presidente Bush fa più volte nel corso dei suoi viaggi”.
Si è stati davvero sul punto di veder annullare la visita e di ricevere dalla diplomazia di George W. Bush una nota di ben altro tenore. Una nota che non avrebbe potuto evitare di far riferimento alla crisi della politica di questo Governo. Una vera emergenza democratica che riviene dalle difficoltà della maggioranza in Italia di sostenere con amicizia e disponibilità diplomatica i rapporti tra paesi alleati. Una nota che sarebbe suonata come severo monito contro il venir meno, nel nostro Paese, nell’era Prodi, della tolleranza e dell’effettivo pluralismo politico.
Il braccio di ferro tra la diplomazia italiana e lo staff della Casa Bianca è stata una vera battaglia. L’ha avuta vinta la ragione del Capo di Stato americano nel rifiutare di farsi strumentalizzare dalla sinistra italiana. L’ha spuntata il Presidente degli Usa che non si mostra infatti disposto a venire in Italia per farsi beccare da un flaccido Presidente del Consiglio e dal suo supponente Ministro degli Esteri.
La visita alla Comunità di Sant’Egidio a Trastevere sarà anche l’occasione per Bush per far sapere ai cittadini italiani quanto sia falsa l’immagine spesso data dalla maggioranza e da alcuni ministri che lo vorrebbero cinico e con la pistola fumante in mano. Il Presidente degli USA non vuol dar motivo alla sinistra alternativa, scomoda alleata di Prodi, e rappresentata nel suo Governo, per giustificare la prevista contrapposizione esasperata con chiassate di piazza contro Bush, l’America e la politica americana.
La Comunità religiosa, infatti, di fronte all’inerzia delle Nazioni Unite e dei pacifisti “pelosi” del mondo è in prima linea nella lotta all’Aids e contro lo sfruttamento minorile ed espande la sua attività nel mondo contro le guerre sconosciute sui media, i genocidi e gli squallori della fame e delle malattie.
L’azione degli Usa su questo fronte è di grande attenzione e di concretezza finanziaria. Questo messaggio che il Presidente americano intende lanciare, evidentemente, disturba le coscienze di coloro che vanno invece per Strada dove si annidano personaggi accusati dai legittimi governi locali di organizzare trappole, quasi sempre mortali, per incassare denari ed ottenere scambi con pericolosi terroristi.
Dopo l’incontro ufficiale con il Governo seguirà una conferenza stampa e non sarebbe davvero fuori luogo se il Presidente degli Stati Uniti chiedesse a Prodi ed al Governo Italiano il motivo dell’invito in Italia, visto che una parte della maggioranza ha rilasciato dichiarazioni molto critiche per la sua visita e scende persino in piazza per contestarla.
Se proprio volevano incontrare qualcuno Prodi ed i suoi potevano provare con Chavez. Avrebbero scambiato tra loro una serie di indicazioni utili, su informazione e libertà ad esempio, ma soprattutto sulla “destituzione” di persone sgradite.
Vito Schepisi

06 giugno 2007

Colpo di scena: come in una trama teatrale


Come in una trama teatrale che si rispetti, anche nel caso che vedrà impegnato questa sera il Senato c’è il colpo di scena. E’ bastata una dichiarazione di Clementina Forleo il Giudice per le Indagini Preliminari di Milano a rendere ancora più intensa la souspence . Già si faceva la conta e ci si informava sulla salute dei senatori a vita, quando questa mattina si diffondeva la voce che tutto ciò che non era più sottoposto al segreto istruttorio poteva essere reso pubblico, comprese le intercettazioni di Consorte. Tutto ciò che non è espressamente vietato - ha sostenuto il GIP di Milano - è consentito. Sembra la scoperta dell’acqua calda ma non lo è. In Italia si sa, fino ad ora, poteva essere pubblicato solo ciò che riguardava una parte politica ed una persona, fossero anche calunnie e teoremi non suffragati da prove, fossero anche avvisi di garanzia che l’interessato non aveva ancora ricevuto. Eppure l’On La Torre non più tardi di due o tre giorni addietro aveva sostenuto che le intercettazioni “non hanno alcuna rilevanza penale: non solo non saranno rese pubbliche ma non ci sarà motivo per conoscerle”. Forse era una speranza per il deputato pugliese dei DS vicino a D’Alema: una speranza che a quanto sembra andrà delusa.
Tanto lavoro per niente! Se fosse vera la tesi sostenuta da “Il Giornale” e dal centrodestra che il Vice Ministro dell’Economia, con la delega alla Guardia di Finanza, aveva tentato di rimuovere 4 ufficiali delle fiamme gialle che collaboravano con la Procura del capoluogo Lombardo sulle questioni Unipol, scalata Bnl, scalata Anonceneta, Fiorani e “furbetti del quartierino”, potremmo dire che l’impegno del Vice Ministro dei DS è stato mal riposto, oltre che per il gesto, anche per il risultato ottenuto.
Sulla questione è intervenuto l’On Giovanardi, Presidente della commissione per l’autorizzazione a procedere della Camera che sostiene che, secondo l’ordinamento in vigore, tutte le intercettazioni che vedono coinvolti parlamentari o passano per la Commissione da lui presieduta oppure vanno distrutte. Giovanardi farà pure il suo mestiere ma ci sono fatti che seppur non penalmente rilevanti hanno grosso rilievo politico. Attengono i metodi e lo stile di uomini e partiti.
Ad Andreotti, ad esempio, il famoso supposto bacio dato a Riina non era penalmente rilevante ma se si fosse provata la circostanza, magari attraverso una foto, il fatto sarebbe stato politicamente molto rilevante. Non è il cittadino che decide che Tizio o Caio debbano candidarsi per essere parlamentari e neanche il medico a stabilirlo: è una libera scelta. Se è questa la scelta fatta ci si deve sottoporre alla luce dei riflettori della gente che vota. La vita sociale deve essere trasparente, un libro aperto per tutti. E’ per questo che Giovanardi avrebbe fatto meglio a rivolgere la sua attenzione più agli aspetti morali che il caso ha sollevato, compreso gli strascichi e la rimozione del Generale Speciale, che agli aspetti formali.
Il giudice Forleo ha fatto una distinzione ben chiara: “Io non rendo pubblico niente - ha detto - non è un mio problema se vengono pubblicate (le intercettazioni - ndr) oppure no. Per l'articolo 6 della Legge Boato, la 140 del 2003, il Parlamento è chiamato ad esprimersi solo sull'uso delle intercettazioni a livello probatorio". L’interpretazione della Forleo equivale a dire che i fatti che non costituiscono reato, se non sono vietati sono leciti. Per le questioni che invece attengono a fatti penalmente rilevanti la Dottoressa Forleo ha dichiarato che le intercettazioni saranno regolarmente inviate alla Camera per l’autorizzazione al loto utilizzo. Non fa una piega.
Ora non so se la legge in vigore consenta interpretazioni diverse, se è così caro Onorevole Giovanardi si preoccupi di chiederne la modifica. In questo Paese è arrivato il tempo di chieder chiarezza a tutti. Si vogliono punti fermi. Si vorrebbero allontanati dal Parlamento e dal Governo e dalla vita politica coloro che ritengono di esser più furbi. Coloro che approfittano di un ruolo assegnato dal popolo perché ne interpretino le volontà ed esercitino alla luce del sole il loro mandato e non l’esercizio della loro furbizia. Per fare questo, però, il Paese ha bisogno di sapere, di avere certezze, magari anche ascoltando cosa dice un parlamentare ad un faccendiere, gli accordi che prende e cosa dispone all’attenzione di terzi come consiglio o come ordine impartito.
"Il consistente rafforzamento della tutela apprestata alla posizione di parlamentare - sostiene ancora la dottoressa Forleo - non può infatti espandersi al di là delle prerogative espressamente previste da tale norma". Una norma che definirà esser già di “carattere eccezionale”. La tutela dei magistrati secondo il magistrato c’è stata nel momento che le intercettazioni non sono state rese disponibili e quindi non utilizzate, prima delle perizie e delle trascrizioni. Quando, però, saranno trascritte e sottoposte a perizia, e questo dovrà avvenire entro lunedì della prossima settimana, saranno o trasmesse agli avvocati delle parti o rese pubbliche.
L’auspicio è che sulla base delle responsabilità politiche che dovessero emergere se ne prenda atto e si allontanino dalla gestione della cosa pubblica tutti coloro, a destra ed a sinistra, che dovessero mostrare un interesse diverso rispetto al mandato del popolo elettore. Sono belle parole, ma solo parole, ed è vero, ma è sulla base di queste scelte dei partiti e della politica che si sviluppa la soluzione della crisi politica evocata, magari da chi non ha titolo per farlo.
Vito Schepisi

05 giugno 2007

Una partita a scacchi


Se la maggioranza pensava di aver chiuso il caso Visco-Guardia di Finanza in due mosse ha sbagliato la sua tattica. Non è una partita di scacchi dove pedoni, torri a cavalli fanno quadrato intorno al re. Non è una partita in cui lo scacco matto lo si possa dare all’alfiere e ritenere d’aver vinto la partita. Si apre invece sulla scacchiera italiana un gioco molto più ampio dove si rischia lo scacco al re della parte che ha giocato per primo e che conduce le mosse. La competizione si allarga lasciando ampi spazi scoperti e le tattiche di gioco si intrecciano con le trappole e le strategie diversive.
L’intervento di Repubblica con la tesi complottistica della nuova P2 è un boomerang per la maggioranza e per quella parte della sinistra che compete per ritagliarsi uno spazio all’interno del nuovo soggetto politico in gestazione. Quel Partito Democratico che fa discutere e preoccupare prima ancora che nasca. Il bersaglio è Romano Prodi, considerato ora il tallone d’Achille della sinistra. Lo si vuole trasformare in parafulmine di un dilagante malcontento che i portavoce dei poteri che contano (Corriere della Sera e Repubblica) hanno ora fretta di scaricare, nella convinzione che sia diventato il supporter migliore di Berlusconi.
Il Presidente del Consiglio con le sue incertezze e la sua scarsa autorevolezza è riuscito a rimettere in sella il Cavaliere. Il Leader del centrodestra, meno di un anno fa, era dato per politicamente spacciato e senza più un ulteriore rilevante ruolo da leader. I sondaggi ora lo indicano al 52% del gradimento degli elettori.
Si aprono dunque scenari nuovi dove D’Avanzo, il Torquemada di Repubblica, mette in campo ulteriori motivi di scontro, trasformando il caso Speciale in un caso specioso, allarga i confini del dubbio, dilata l’incomprensione di tanti.
Delle due l’una: o il giornalista dei misteri rivelati gioca nel campo della confusione per intorpidire il pensiero di tutti e distrarre i lettori di Repubblica dalla constatazione che la sinistra “diversa” non esiste; oppure ha elementi di seria valutazione sui servizi, sulle connivenze, sui misteri e sui ruoli. Se così fosse lo dimostri e ci faccia conoscere gli indizi e se può anche le prove.
Da questo quadro in cui è difficile capire i contorni delle figure centrali, emerge una sinistra pasticciona ed incoerente, forse anche pericolosa ed inaffidabile. Le tinte sono fosche come torbidi e bui i ruoli e le responsabilità di tanti.
L’affare Unipol si mischia a strategie di gruppi, a colpi inferti dal basso, a lotte sotterranee. Registriamo sorpresi e preoccupati, e con tanti dubbi e sospetti, quanto afferma il senatore La Torre, molto vicino a D’Alema, che riferendosi alle telefonate intercettate sulla questione Unipol ed alle inchieste del PM Clementina Forleo afferma, con inusitata sicurezza, che le telefonate sulla scalata alla Bnl di Unipol “non hanno alcuna rilevanza penale: non solo non saranno rese pubbliche ma non ci sarà motivo per conoscerle”.
Si resta sgomenti dinanzi a parole così ferme, rilasciate a spregio della necessaria prudenza e con l’amara impressione di voler persino imporre limiti agli interventi della magistratura inquirente. Ci sarebbe invece da chiedersi quali argomenti abbiano trattato le telefonate intercettate e chi, assieme a Consorte e Sacchetti, sia stato addentro ai fatti e sia stato a conoscenza delle scalate e dei modi. Oltre Fassino sarebbe interessante sapere se altri ambissero a sentirsi padroni di una banca. Sarebbe anche interessante sapere se, oltre al desiderio, ci siano state anche azioni mirate o pressioni politiche esercitate. I sospetti di tanti restano e qualora fosse proprio vero che le intercettazioni, tutte o alcune, siano risultate penalmente irrilevanti, ma qualche dubbio sorge spontaneo, sarebbe anche giusto che i cittadini elettori sappiano quali siano state le interferenze politiche nelle scelte economico-finanziarie del Paese.
La questione Speciale-Visco ha innescato una lotta a tutto campo. Ha dato avvio all’inizio della caduta di Prodi o ne sarà persino l’epilogo. Si ha la sensazione che la nuova P2 evocata da D’Avanzo esista davvero, anche se è facile pensare che sia cosa diversa da quella ipotizzata dal giornalista di Repubblica, distintosi sempre per interpretazioni molto di parte. Brilla in tutto questo l’assenza dalla scena di D’Alema, il “marinaretto” italiano si tiene lontano dal campo di questa "nobile" gara. E’ impegnato a seguire le regate per la Coppa America e purtroppo lega la sua presenza sulla scena delle strambate e delle virate alla insoddisfazione per i colori azzurri. Da quando è lì, ad assistere alle regate, Luna Rossa non vince più. Come non pensare, pertanto, che sarebbe stato meglio se fosse rimasto in Italia? Meglio vederlo navigare nelle torbide acque di questa pur sempre crisi politica, che lui stesso ha ritenuto di denunciare nel Paese, anziché nelle acque delle regate con il suo piglio di sempre, a guisa di grande stratega e provetto navigante. Sarà pure così in acqua, tra le vele, ma lo conosciamo di più come stratega e navigante nelle acque politiche spesso melmose e torbide, come questa storia di malcostume politico, che una volta chiusa lascerà uno strascico indelebile di dubbi, incertezze e di palese ingiustizia.


Vito Schepisi
http://blog.libero.it/vitoschepisi/
http://illiberopensiero.ilcannocchiale.it/ http://www.loccidentale.it/node/2706

02 giugno 2007

La vittoria di Visco



L’epilogo della questione Visco è stato più dirompente di quanto si potesse immaginare. La si potrebbe definire un’opera di ingegneria per la minuziosa cura che Prodi ed il suo Governo hanno usato per dirimere una situazione divenuta esplosiva. Non era sufficiente, ad esempio, far rassegnare le deleghe a Visco. C’era una mozione di Calderoli della Lega che prevedeva la fiducia al comandante della Guardia di Finanza. La maggioranza di Prodi e di Visco avrebbero dovuto votare a favore di una mozione che suonava come sfiducia ed accusa di mendacio a Visco, oppure votare no e motivarne le ragioni. Cosa dovevano dire che il generale Speciale si era opposto ad un sopruso? O che l’azione di Visco era arrogante e illecita? O che il Vice ministro delle Finanze poteva consentirsi di rallentare ed impedire il corso delle indagini su uomini e soggetti finanziari legati da questioni di contiguità economica e politica ai DS? E se il generale Speciale non era meritevole di fiducia perché è stato mantenuto al vertice della Guarda di Finanza per quasi un anno ancora dai fatti?
La questione Unipol è la chiave di volta di un conflitto di interessi, la prova di una cinghia di trasmissione tra i Ds e la lega delle Cooperative, la chiara dimostrazione dell’intrecciarsi di precisi interessi con alcuni provvedimenti di questo governo, spacciati anche per liberalizzazioni.
Anche la mozione di Cossiga era interessante. La sfiducia a Speciale per aver ostacolato l’indirizzo politico del governo Prodi. Ma anche questa iniziativa non ha più senso, superata dalla rimozione forzata del Generale. Dopo che il tentativo di fargli rassegnare le dimissioni era caduto per la dignitosa ostinazione del Comandante Speciale, l’unica strada che rimaneva a “Don Rodigro ed i suoi Bravi” era la rimozione : e così è stato.
Hanno rimosso il generale, senza ritegno e con una concezione della gestione pubblica arrogante ed autoritaria. Rimosso perché ha opposto resistenza, perché non ha subito passivamente, perché non ha ubbidito alla violenza politica di un uomo che gli italiani hanno cominciato a conoscere con preoccupazione e timore. Un uomo che non si è mai preoccupato di svuotare le tasche degli italiani e della povera gente per servire la politica degli inasprimenti fiscali di un uomo piccolo e buffo, di scarso spessore, con esagerata protervia, ipocrita e vendicativo.
Nella lettera a Prodi con la quale Visco si autosospende dall’esercizio della delega alla Guardia di finanza, e c’è da ritenere che trattandosi di sola sospensione sarà solo un episodio momentaneo, il medesimo detta a Prodi ed al suo Governo la rotta da seguire e sostiene: “Resta il fatto comunque che dall’intera vicenda emerge che la situazione al vertice della Guardia di Finanza è diventata insostenibile”. Chiede quindi senza mezzi termini a Prodi la rimozione di Speciale. E Prodi lo serve come un esecutore di ordini. Dalla lettura dei contenuti diffusi della lettera di Visco si ha l’impressione di un mix di arroganza e di ostinazione. L’ancòra Vice Ministro delle Finanze, pur senza deleghe ora alla Gdf, continua a negare persino l’evidenza dei fatti ed è sordo ad ogni principio di coerenza e di dignitosa autocritica.
Un grave episodio di malcostume politico, un palese attentato all’autorevolezza delle Istituzioni ed ai sentimenti di giustizia, un ulteriore esempio di quella crisi tutta a sinistra della politica, divenuta strumento di privilegi e di autoritarismo di gestione.
Il grido all’emergenza democratica che si leva dall’opposizione non è che l’eco dello sdegno del Paese. Questa maggioranza da tempo sostiene un esecutivo che sembra più simile ad un regime che alla ragionata gestione della cosa pubblica in una democrazia parlamentare. L’espressione della volontà popolare, con questo Governo e questa maggioranza, non si esprime come previsto dalla Costituzione e cioè con un corretto confronto all’interno di Camera e Senato. Il Parlamento è divenuto un luogo formale in cui si ratificano decisioni prese altrove e senza il confronto con il Paese e con le altre forze politiche.
A nulla è valsa la batosta elettorale ricevuta dai partiti che sostengono il Governo, a nulla vale la consapevolezza di un paese che disdegna questa politica. L’azione arrogante continua e si arrocca in decisioni ed atteggiamenti preoccupanti che certificano una reazione scomposta, quasi da animali feriti, di una maggioranza discutibile ed ora ancor più discussa tra la gente e tra gli elettori, una maggioranza che viste le cose ed i metodi rende ancor più credibile il sospetto dei brogli elettorali nelle ultime elezioni politiche.

31 maggio 2007

Crisi politica o crisi della sinistra?

Dopo che D’Alema sul Corriere della Sera ha parlato di crisi della politica è stato un via vai di dichiarazioni, persino ad alto livello istituzionale. Gli interventi, in qualche misura, hanno dato veridicità e peso alle furbizie del nostro Ministro degli Esteri. Questi, infatti, con interessato tempismo ha solo anticipato il responso delle urne e tentato di dare un’interpretazione preventiva alle difficoltà ed allo sfaldamento della credibilità di questo Governo. Come si usa dir tra la gente: ha messo le mani avanti.
D’Alema ha evocato la prima repubblica e la crisi dei partiti del 1992, paventando persino un’altra stagione di prevalenza della centralità giudiziaria su quella politica. Aspettiamoci, pertanto, episodi di nuova corruzione, o di continuità della vecchia, ma questa volta con la partecipazione di coloro che negli anni novanta si erano chiamati, o erano stati tenuti fuori da compiacenze sospette. Allora si erano definiti “diversi”. La tempestività di D’Alema dinanzi ai due episodi “politici” più importanti di questi giorni, elezioni (coi risultati già ampiamente previsti dai sondaggi) e caso Visco, non può non destare sospetti.
Il Vice Ministro delle Finanze, ex Pci ed ora DS, dello stesso partito di D’Alema, è sotto schiaffo per gravissime ingerenze nel contrastare il corso della verifica investigativa e della giustizia. Altro che le accuse a Cesare Previti d’aver corrotto un magistrato! Se quanto è emerso sarà confermato, il crimine è di quelli che lasciano il segno, aggravato dal fatto che a commetterlo sia stato un Viceministro che ha giurato fedeltà allo Stato. Si è trattato di un gravissimo abuso della delega ministeriale ricevuta nel tentativo di rallentare e persino modificare il corso della giustizia. Un episodio gravissimo che si è cercato di nascondere o di eludere, e che vede persino il Presidente del Consiglio impegnato a sminuirne la portata.
Non si può, però, evocare la crisi della politica quando a ben vedere si tratta della crisi dei partiti e della inesistente progettualità della sinistra. La cosiddetta diaspora socialista non si è mai esaurita e strada facendo trova altri motivi di conflittualità e di inquietudine. La sinistra italiana, per mancanza di un percorso di maturazione democratica e pluralista, per mancanza di chiarezza e di autocritica, per mancanza di un effettivo revisionismo ideologico, è un crocevia di contraddizioni e di intenzioni represse.
L’Unità, ad esempio, trova opportuno sollevare dubbi sulle recenti imprese autoritarie di Chavez, per offrire un ulteriore saggio di odio politico e di intolleranza contro il leader dell’opposizione; e mentre sembra criticare il dittatore venezuelano, non riesce a sottrarsi dal dar l’impressione di un auspicio di soluzioni simili anche in Italia contro le televisioni di Berlusconi.
Nella sinistra, anche in quella che si dice distante dai neo comunisti e dai gruppi alternativi e radicali, c’è una larga e profonda fascia di illiberalità. Un sentimento diffuso radicato nelle coscienze di lunghi anni di militanza all’ombra del comunismo reale, tra disinformazione ed intolleranza.
La responsabilità della mancata maturazione della sinistra italiana, come è avvenuto nel secolo scorso per buona parte di quella europea, è di larghi settori della stampa italiana spessa asservita e partigiana, e di altrettanto ampi settori del mondo della cultura. La produzione editoriale si è spesso appiattita su luoghi comuni e sulla vetusta concezione antagonista, ovvero semplicistica, del rapporto destra-sinistra, quasi fossero espressioni dirompenti di scontri sociali e di civiltà a confronto. La politica vissuta in modo manicheo dove i buoni sono tutti da una parte ed i cattivi dall’altra. In democrazia, invece, gli schieramenti politici in competizione dovrebbero concorrere al principio dell’alternanza e del confronto sulle scelte in un quadro istituzionale costante.
E’ in crisi la sinistra italiana perché al naturale evolversi dei principi del pensiero, con espedienti suggestivi, va a contrapporre la forzata realizzazione di un contenitore che vorrebbe assimilare estrazioni culturali diverse, e persino il diverso sentire non solo del rapporto sociale tra i soggetti diversi del Paese ma anche etico e culturale.
Il Partito Democratico, voluto da Prodi, non è altro che una gabbia in cui far maturare un nuovo soggetto ideologico che, privo di un movimento ideale di base, si sviluppa solo sul percorso dell’occupazione e della gestione del potere, sviluppando persino un’indecente braccio di ferro tra le oligarchie correntizie dei vecchi partiti. I segnali di questa nuova diatriba della sinistra italiana sono già oggi evidenti e, sebbene nel riserbo e nei sottili conflitti di posizione, sviluppano i loro “gas nervini” che paralizzano i centri nervosi della materia pensante.
La lezione elettorale, dunque, non è servita, se è vero che non sotterrano la loro arroganza e non comprendono quanto di più elementare è emerso con le recenti elezioni. Non si può governare contro qualcosa o qualcuno, ad esempio, e soprattutto non si può governare a dispetto del 50% degli elettori italiani. Se il Paese viene mortificato è il Paese che in gran misura si pone contro il governo … e poi gridano alla crisi della politica.
Vito Schepisi

29 maggio 2007

Perchè Prodi deve lasciare

E’ stata una campagna elettorale animata. Si è dibattuta l’opportunità di testare il consenso degli elettori su di una maggioranza di governo che ha prodotto nel Paese profonde spaccature. Una maggioranza ottenuta per un pugno di voti alla Camera e senza i numeri al Senato, dove il minor consenso elettorale ha reso determinante l’apporto di un gruppo di senatori eletti nei collegi esteri, con dubbie procedure elettorali e con motivati sospetti di brogli.
Il responso delle urne ha decretato per Prodi ed il suo Governo la mancanza del gradimento del Paese. Il confronto elettorale, seppur con indirizzo amministrativo, questa volta ha avuto una valenza politica senza precedenti. Si andava a verificare quanto legittimo fosse stato il piglio con cui la sinistra, imprudentemente ma anche impudentemente, aveva sottratto all’opposizione ogni spazio istituzionale e reso difficile, nell’equilibrio delle garanzie che il nostro Paese, pur tra alterne vicende e forzature, ha pur sempre manifestato, anche il necessario rispetto politico e la democrazia del confronto.
La competizione elettorale si è spesso radicalizzata su temi come il conflitto di interessi, la politica estera, la riforma televisiva, la pressione fiscale. E l’Italia che conta, non quella dei poteri forti e dei media, non quella della Confindustria e di Montezemolo, non quella delle banche e della finanza, non quella delle cooperative e dei poteri arroganti, ma l’Italia degli elettori ha delegittimato Prodi e il suo indirizzo programmatico, ha bocciato i suoi uomini e l’indirizzo politico dei numerosi partiti della sua maggioranza.
L’elettorato non ha apprezzato le scelte e spesso le minacce della sinistra, ha respinto la deriva del Paese verso scelte autoritarie ed illiberali, ha stigmatizzato la confusione che regna da sempre nel dna della sinistra. Gli italiani hanno soprattutto deprecato la politica delle promesse, delle bugie e delle ipocrisie di Prodi. I risultati elettorali hanno così decretato la bocciatura della vera politica degli interessi privati, del vero conflitto di interessi, in cui arroganti ministri e viceministri dispongono con protervia ed arroganza e disorientano le certezze degli italiani sui valori storici della nostra civiltà . Il Paese reale, con la significativa e consistente protesta di base, che in democrazia si esprime col voto, ha ammonito il Paese legale, ha messo in mora tutto l’esercito di Prodi, tra rappresentanti diretti ed indiretti, avvisandoli che non godono più del consenso popolare.
Le ragioni che inducono a ritenere che Prodi ed il suo governo debbano trarre le indifferibili conseguenze sono molteplici. Se ne riassumono alcune tra le più importanti:
- questa maggioranza alle scorse politiche non ha avuto il conforto di una precisa ed inequivocabile scelta dell’elettorato. Il consenso politico, infatti, si è esattamente diviso tra i due poli;
- ha arrogantemente interpretato il sostanziale pareggio come una strepitosa vittoria, tale da potersi consentire di emarginare il centrodestra ed occupare in forma massiccia, anche attraverso record di nomine a ministri, vice ministri e sottosegretari, governo ed istituzioni, sottoponendo il Paese persino alle ricattatorie forzature della sinistra più radicale;
- ha presentato ed approvato una legge finanziaria che ha privilegiato soltanto alcuni gruppi industriali, mentre ha sottratto risorse allo sviluppo e lasciata invariata se non addirittura aggravata l’incidenza della spesa pubblica;
- ha nascosto agli italiani la reale situazione dell’economia per sostenere le falsità di una campagna elettorale svolta tra allarmismi, false promesse, ed enormi bugie;
- non ha un suo progetto politico ed i provvedimenti adottati sono sottoposti agli umori della sinistra alternativa che si barcamena tra scelte impopolari per i suoi militanti ed altre capaci di galvanizzare la base;
- ha mortificato, per timore di cadere principalmente al Senato, la centralità del Parlamento, eliminando il confronto nelle sedi istituzionali ed alimentando, così, la partitocrazia;
- ha subito, infine, due bagni di folla che hanno contestato “a valanga” le sue scelte politiche.
Dinanzi a tutto questo è persino improponibile il paragone con le amministrative perse dalla Cdl durante il governo Berlusconi in quanto le perdite non sono state di questo spessore e la maggioranza ottenuta alle elezioni politiche dalla Cdl era ben più solida. Questa volta, invece, l’esiguità del vantaggio politico e la rinuncia di Prodi e della maggioranza, dal primo momento, a forme di governo di pacificazione e di ampie convergenze nell’interesse del Paese ha reso questo test elettorale politicamente significativo e pregnante di umori popolari inequivocabilmente contrastanti con le scelte adottate da Prodi e dalla sinistra al governo.

Vito Schepisi
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28 maggio 2007

Aspettando i risultati


Questa mattina ci siamo levati con un senso di angoscia. Alcuni di noi sono andati a riposare la sera scorsa con una speranza riposta. Ha preso infatti un po’ tutti in serata quell’idea positiva del buon senso e quindi della convinzione che anche coloro che hanno in antipatia Berlusconi, un po' per la sua ricchezza, per i suoi modi da alcuni considerati un po’ frivoli, più che per la sua politica concorrano a respingere il malgoverno di Prodi. Alcuni che ritengono che questi sia un ostacolo all' ammodernamento del Paese e che si oppongono alla restaurazione e la secolarizzazione delle stagnanti ingiustizie del Paese che gli sottraggano il loro voto. La speranza che tanti, tantissimi, presi da un impeto di profonda delusione e di voglia di riscatto, abbiano o stiano ponendo nell’urna voti di sfiducia per Prodi ed i suoi uomini ci ha coinvolti per un piacevole momento in un entusiasmo che si auspica non prematuro e non mal riposto.
La ragione, però, questa mattina prende il sopravvento. Ci si rende conto che nelle amministrative le macchine burocratiche, spesso ben lubrificate, come quelle dei partiti della sinistra, ben strutturati sul territorio, prevalgono sul sentimento della gente. L’organizzazione del consenso, in particolare nelle amministrazioni locali, è quasi capillare ed il segreto dell’urna non sempre riesce a ridare coraggio al Don Abbondio che spesso alberga in gran parte degli italiani. Il coraggio, come si sa, se non lo si ha non lo si trova.
Questa mattina si presenta, pertanto, quel senso di angoscia che riviene dalla consapevolezza e dal timore di non ricevere la liberazione auspicata. La preoccupazione che la valanga travolgente non ci sarà: è questo il ragionato timore che s’affaccia nei nostri pensieri.
Prodi ed il centrosinistra hanno mobilitato i loro uomini, premuto sulle periferie, contattato gli elettori più incerti, minacciato, sollecitato, fatto quadrato intorno ai loro uomini anche a costo di negare ogni evidenza, come nel caso Visco, pur di non compromettere i difficili equilibri di una coalizione di governo rabberciata, ma riunificata come sempre solo per contrastare il pericolo avvertito da tutti. Tutti insieme per respingere con ogni mezzo o limitare i danni della sfiducia popolare avvertita nell’aria e che toglie loro ogni prudenza, ogni percezione della realtà e persino ogni correttezza istituzionale. Il premier in persona a sfidare la legge e le regole della “par condicio”, grazie alla gestione asservita della televisione pubblica, e di Rai uno in particolare, la rete da sempre più moderata, che in pieno silenzio elettorale regala al capo del centrosinistra uno spazio politico da questi utilizzato per un vergognoso spot elettorale. Fuori da ogni principio deontologico, l’informazione che si concede ai poteri forti, che diviene strumento e cassa di risonanza anche delle miserie più bieche. In Tv, sulla rete di stato, senza contraddittorio e senza concessione di replica, il caudillo Prodi che promette e si impegna con gli lettori. Un indecente utilizzo del servizio pubblico per sostenere l’ipocrisia di un presidente del Consiglio che si ricorda delle categorie deboli del Paese solo in campagna elettorale e che solo ora, alla bisogna, mostra comprensione per il peso degli oneri che vessano cittadini ed elettori.
Solo qualche giorno fa è toccato a Montezemolo cercare di captare il malcontento, nella ricerca di uno spazio politico da ritagliare forse per se o forse per sottrarre ad altri, si è articolato il suo tentativo di sparigliare le carte, di confondere l’elettorato facendosi paladino di molti concetti già contenuti nella proposta politica del centrodestra, argomenti che a ben vedere la signora Brambilla con i suoi “Circoli della libertà” va diffondendo da mesi.
Ancora poche ore per sapere. Ancora la speranza che l’intuito degli italiani, l’intelligenza del nostro popolo, dia la spallata giusta per mandare a casa un governo che si avvale di una maggioranza ricevuta per solo 25.000 voti in più alla Camera dei deputati, e persino con sospetti di brogli.
Sarà difficile!
La fiducia si alterna al timore e poi l’immagine di Prodi, con la sua coriacea supponenza, il suo indissolubile attaccamento al potere, la sua faccia tosta, la pervicace indifferenza, l’ innata predisposizione alla menzogna e poi la sua flaccida ipocrisia, con l’arroganza dei mediocri e la sua livida rabbia. L’immagine di Prodi che sparge di colla la sua poltrona deciso a non mollare, costi quel che costi, deciso a non dar l’addio definitivo alla sua lunga ed immeritata carriera politica.
L'immagine di Prodi che vorremmo vedere ingiallire sulle pagine dei giornali di un'epoca chiusa.
Vito Schepisi

24 maggio 2007

La crisi della sinistra

Ci sono situazioni nella politica che non si possono raccontare con semplicità e dati di fatto, perché si avvicinano più alle sensazioni avvertite che alla concretezza di episodi in atto o alla disamina di provvedimenti addottati. Raccontare le sensazioni è quasi come raccontare le pulsazioni che accompagnano uno stato emotivo: è difficile. Le sensazioni, inoltre, sono anche di intensità variabile da un soggetto all’altro. E’ questa la ragione per cui spesso si ritiene azzardata l’impresa. Ma non per questo, però, si deve rinunciare a tradurre in pensiero politico il soffio d’aria avvertito. Veniamo quindi al racconto delle sensazioni, alla traduzione scritta di un aria che cambia e che è fiutata dagli osservatori più attenti.
La politica italiana, è detto ora da più parti, sta attraversando una crisi di identità che nei risvolti delle proposizioni e dei contenuti, nonché nella tensione morale, rasenta e forse sopravanza la crisi della cosiddetta prima repubblica. Come si sa alla crisi dei primi anni ‘90 ha fatto seguito la caduta delle formazioni politiche tradizionali ed in particolare di quei partiti che avevano scritto la storia della repubblica italiana, sorta dalle ceneri della dittatura fascista. Tutti meno uno, l’ex PCI trasformatosi in PDS. Gli ex comunisti uscirono quasi indenni, non mutarono personale politico e, dal punto di vista di molti osservatori, neanche metodi e contenuti. Uscirono persino dalla bufera con l’ambizione di esser legittimati a governare il Paese. Non superavano, complessivamente con gli alleati della sinistra estrema, il 25% ma pretendevano, con Occhetto e la sua “macchina da guerra”, di ottenere la maggioranza assoluta del Paese, grazie al maggioritario ed alla frammentazione dei gruppi politici residuali.
Si ha l’impressione che ora sia giunto il loro tempo. Il tempo per i post comunisti di pagare il tributo che la storia assegna alle contraddizioni ed alle mistificazioni. Usciti da tangentopoli senza i riflettori puntati, anche perché alle luci erano addetti gruppi di attivisti collaterali, ora non riescono più a mantenere intatto quel quadro di omertà ideologica che aveva annacquato responsabilità e omogeneità comportamentali con le altre formazioni politiche. Viene meno anche quella sensazione diffusa che alcuni avevano artatamente alimentato di ostentata diversità morale. Si avverte la percezione che i nodi siano venuto al pettine, e che la diversità sia solo in relazione ai comportamenti ed alle attitudini dei già comunisti nel far prevalere la ragione di partito agli interessi dei singoli, secondo i principi classici del marxismo-leninismo.
L’intervento di qualche giorno fa di D’Alema sul Corriere della Sera offre il segnale della consapevolezza che questo quadro politico è destinato a precipitare. D’Alema afferma che la politica sia in crisi. In realtà è entrata in crisi la sinistra o le sinistre italiane. La proposta del centro sinistra è vistosamente fallita. Sono entrati in crisi per l’incapacità di presentare una proposta politica credibile, ammesso che possa formularsi una proposta politica che fa convergere su di un programma comune Bertinotti e Dini o Di Pietro e Franca Rame=Dario Fo, per non parlare dei soliti Mastella e Diliberto. I reiterati ed ipocriti appelli della sinistra alla tensione morale, rivolgendosi ad altri, hanno solo voluto nascondere l’incapacità di governare, se non contro qualcosa o qualcuno. Le bugie e le ipocrisie non reggono più al confronto con il sentimento della società civile e lo sdegno della rabbia popolare. L’aria che spira avverte che stanno emergendo episodi di rilevanza morale su atti e comportamenti di uomini che ancor oggi perpetuano ambizioni e protervia.
L’episodio di Visco e la volontà di allontanare ufficiali responsabili della Guardia di Finanza in Lombardia, impegnati a rilevare episodi penalmente rilevanti collegati a vicende già note che coinvolgono Unipol e uomini politici di sinistra, è di una gravità assoluta che non può non avere una posta altissima. Qualcuno ipotizza risvolti incredibili collegati ai 50 milioni di euro costituiti all’estero dai responsabili Unipol. Anche il silenzio del Presidente della Repubblica su di un episodio tanto grave lascia una sensazione di disagio. Chi non ha pensato a ciò che ha affermato il Presidente Cossiga: “ Se il governo ritiene che il Generale Speciale abbia mentito, formulando gravi e false accuse al suo superiore politico diretto, deve, in Consiglio dei Ministri, non limitarsi a destituirlo ma radiarlo dalle Forze Armate per mendacio e fellonia”?
Qualche giorno fa anche le dimissioni rese irrevocabili del giudice costituzionale Vaccarella dinanzi al dilagare delle pressioni politiche dei rappresentati, anche di governo, della sinistra sulla Consulta perché questa adotti risoluzioni conformi alla volontà della sinistra politica del Paese, ha alimentato quella sensazione di ineluttabilità di un nuovo ciclone che si sta per abbattere sulla scena politica.
Dell’aria che tira si stanno rendendo conto persino i poteri del Paese. Il Corriere della Sera quasi prende le distanze dal Governo. Luca Cordero di Montezemolo si butta persino nell’agone e denuncia gli sprechi della politica ed i suoi alti costi. C’è chi sospetta che voglia proporsi come candidato di un governo di conciliazione, magari sulla spinta popolare della rivoluzione del sistema dei partiti. Si corre il rischio, però, di legare ogni cosa con lo stesso fascio, distraendo l’attenzione dalla vera crisi del Paese che è la crisi di questa improponibile sinistra.
Questa sinistra è quella che, per correre dietro ai fumosi progetti di Prodi ed alla retorica scalfariana, ha reso vana l’unica rivoluzione politica tentata negli ultimi anni in Italia. Quella riforma costituzionale che avrebbe semplificato e ridotto i costi della politica, responsabilizzato il personale politico, resi stabili i governi, ridotto i poteri dei partiti.
Questo governo dopo le elezioni amministrative raggiungerà il minimo del gradimento popolare e cadrà per implosione e forse anche per qualche bufera giudiziaria. Decreterà per Prodi e forse per qualche altro con lui, come è giusto che sia, la fine della carriera politica. Non rimarrà poi altra alternativa alle elezioni anticipate, se non un governo a termine di ampie convergenze che attui una riforma elettorale, si spera rigorosamente bipolare e con sbarramenti significativi.
Vito Schepisi

22 maggio 2007

Un Governo di uomini arroganti


No! Non è possibile! Non può essere vero… sarebbe assurdo in Italia negli anni duemila, nel terzo millennio! Ma io sono tentato a crederci ! Si….a crederci! Io credo che quanto afferma il comandante della Guardia di Finanza, generale Speciale: “Visco minacciò gravi conseguenze se non avessi rimosso gli ufficiali che indagavano sulla scalata alla Bnl da parte di Unipol” possa anche corrispondere al vero. Ci credo perchè l’onnipotenza di taluni arriva al punto da considerare uomini e ruoli al pari di spostabili pedine su una scacchiera di freddo ed insensibile marmo.
Visco è quel signore che due legislature passate, da Ministro delle Finanze riceveva i fax dei contribuenti che gli chiedevano di aumentare le tasse. Da un “contaballe” del genere… eh si che mi aspetterei che possano provenire comportamenti fuori della correttezza istituzionale, persino irrazionali come quello appunto di sentir affermare che i contribuenti italiani gioivano nello strozzarsi da soli, senza il suo aiuto.
Il generale che si opponeva all’ordine di trasferire i suoi uomini senza motivo, dice di esser stato espressamente minacciato: chiedeva al politico DS, come è giusto che sia, che almeno gli fosse fornita una motivazione alla richiesta perentoria di trasferimento. Non poteva infatti esser pensabile che il motivo ufficiale potesse essere quello di aver indagato sui retroscena della scalata Unipol alla Bnl. Il Viceministro Vincenzo Visco chiedeva di azzerare il vertice della Guardia di Finanza di tutta la Lombardia. Non si accontentava certo di poco. Dinanzi alla resistenza opposta – si legge nella deposizione del Generale Speciale - Il Vice Ministro gli intimava che i trasferimenti “dovevano essere eseguiti immediatamente”e che non fosse necessario informare i magistrati di Milano, benché impegnati con la loro collaborazione nelle indagini sui retroscena dell’acquisto della Bnl.
La questione Unipol-Bnl per coloro che l’hanno dimenticato è quella che faceva dire all’On. Fassino, al telefono con il presidente dell’Unipol Consorte: “possiamo dire di essere proprietari di una banca?” Non che l’affermazione di Fassino, posta come domanda retorica, penso con enfasi, possa costituire di per se reato...ma si parla tanto di conflitto di interessi e la cinghia di trasmissione tra cooperative ed i DS, in Emilia Romagna più che altrove, costituisce un costante conflitto, così evidente da non poter essere ignorato. Se vogliamo dirla tutta è un conflitto talmente percettibile, da intrecciarsi con numerosi provvedimenti di questo Governo, alcuni addirittura spacciati per liberalizzazioni.
Riassumiamo le cose. A luglio dello scorso anno, l’On.Visco divenuto da poco Vice Ministro dell’Economia, si impegnava al trasferimento dei vertici della Guardia di Finanza che stavano indagando sui giochi di prestigio della finanza rossa per acquisire il controllo della Bnl e sulle funamboliche acrobazie dei famosi “furbetti del quartierino”. Il tentativo andava in buca perché l’intenzione, trapelata sui giornali, sollevava un tale clamore da far bloccare l’operazione. La questione già allora aveva motivato la richiesta di dimissioni di Visco, in quanto ritenuta di assoluta gravità.
Non si sapeva, però, dei modi e dei toni che emergeranno successivamente.
Ora che si è avuto modo di leggere le testimonianze rese dal generale Speciale, i contorni assumono una gravità assoluta che va anche oltre lo sdegno per il fatto in se. Colpisce l’arroganza ed il metodo. La minaccia verso un alto ufficiale di un corpo dello Stato, per la soluzione di un fatto privato, di parte, di partito e persino losco, lascia esterrefatti ed indignati.
Non riesco nemmeno ad immaginare cosa sarebbe accaduto nel Paese se un componente del Governo Berlusconi avesse fatto una cosa simile. Probabilmente si sarebbe levato un coro unanime e si sarebbe definita la questione come un tentativo di colpo di stato. I giornali con i titoli cubitali: “Berlusconi allontana i funzionari dello Stato che indagano su di lui”; “Golpe di Berlusconi: rimuove a Milano i vertici della GdF che indagano sui suoi affari oscuri”. Penso anche che titoli di questo tipo sarebbero stati legittimi.
Ci piacerebbe, pertanto, leggere sui giornali l’allarme sociale che emerge dai gravi comportamenti attribuiti all’On. Visco. Se dovessero essere confermate modalità e toni, ci sarebbe da preoccuparsi seriamente sui risvolti autoritari di questo governo. Se si potesse auspicare una soluzione dignitosa, la richiesta di dimissioni del Vice Ministro e l’apertura di una indagine sul suo operato, tutto il suo operato da quando è stato nominato nel Governo, sarebbe un giusto tributo alla democrazia ed alla trasparenza. La legittimità degli atti di una Funzione dello Stato, in un Paese libero si difende prima di tutto dissipando ogni macchia di abuso e prevaricazione, a maggior ragione se il sospetto investe un esponente del Governo e la questione riguarda comportamenti di uomini della sua parte politica.


Vito Schepisi

19 maggio 2007

RAI: servizio privato



Si fa un gran dire che la televisione pubblica debba essere tenuta fuori dal controllo dei partiti. La realtà è che per ogni maggioranza diversa il nodo Rai si riapre e si cerca di rimescolare le carte per assicurare alla propria parte politica spazio e controllo all’interno del sistema radiotelevisivo. Anche in questa legislatura, dopo un anno di modifiche negli assetti per assicurare alla maggioranza di centrosinistra il controllo dell’informazione, si arriva a sferrare il colpo finale per cancellare l’intera opposizione dalla presenza sul servizio pubblico.
L’attuale consiglio di amministrazione è a maggioranza di centrodestra con presidenza del Ds Petruccioli. Questa composizione era stata adottata con il centrodestra. Doveva essere una gestione d’equilibrio con la presidenza di garanzia ad un rappresentante dell’opposizione parlamentare e la maggioranza del consiglio di amministrazione 4 su 7 alla maggioranza di allora. Ora che è cambiata la maggioranza una proposta saggia sembrerebbe quella di ribaltare gli equilibri con una presidenza del centrodestra ed una prevalenza di consiglieri del centrosinistra. Non è così però quando al governo è la sinistra di Prodi e Fassino. Prevale, infatti, la vocazione ad occupare ogni cosa ed a spegnere ogni dissenso, riducendo anche gli spazi della diffusione dell’informazione. Il fastidio di Prodi al dissenso ed alle regole della democrazia è ormai noto.
Si può mettere nel conto che il tecnico prestato alla politica di Prodi, Tommaso Padoa Schioppa, abituato allo stile dispositivo della Banca d’Italia, per sua forma ed esperienza di lavoro possa ritenere che in un Paese di democrazia liberale, costituito in forma plurale con le garanzie proprie di una Carta Costituzionale in cui vengono richiamati e sono espressamente previsti gli equilibri dei poteri, si debba asservire al potere ogni espressione del pluralismo e della espressioni della democrazia.
L’Italia, però, a differenza della Banca d’Italia che non ha mutato, dalla caduta del fascismo, l’esercizio spesso autoritario della gestione, è un paese libero. In uno Stato libero e democratico le istituzioni e gli strumenti della diffusione del confronto necessitano del controllo continuo e della partecipazione di tutto il Paese. Le istituzioni, e la cosa pubblica, Rai compresa, sono patrimonio della democrazia e non dei partiti o delle fazioni.
I controlli e la partecipazione di tutti ci garantiscono dalle tentazioni di derive autoritarie. Le diverse espressioni culturali e ideali in un Paese democratico devono poter essere espresse con dignità e responsabilità ed esercitare il loro ruolo educativo. Deve essere garantita la diffusione della pluralità delle istanze e del pensiero dei cittadini, sia che queste istanze appartengano alla maggioranza politica sia all’opposizione. Tutto questo non soltanto perché l’opposizione nell’ultima tornata elettorale ha rappresentato il 50% dei consensi popolari ma perché lo richiede la correttezza e la coerenza democratica.
Padoa Schioppa poteva anche non saperlo, può far finta di ignorare la democrazia, ma chi gli ha suggerito di emettere l’editto che mira a delegittimare il Consigliere Rai Petroni ed a causarne le dimissioni non ignora certamente la portata del gesto. Chi ha suggerito è certo un navigato politico, forse un boiardo di Stato, con lunga esperienza al servizio della gestione del potere. E’ certo uno che teme che con il metodo della democrazia e del confronto non va da nessuna parte perché non ha la stoffa dello statista e gli manca il coraggio di una visione d’insieme di una azione di governo.
La Rai, a prescindere dai vertici di gestione, è sempre stata un feudo della sinistra. Ogni programma di informazione ha sempre esaltato i contenuti di un Paese che guarda a sinistra. Ha reso negative e reazionarie parole come ordine, patria, impegno, merito e profitto. Ha criminalizzato la proprietà e l’impresa ed aperto finestre sui bisogni e diritti negati, senza mai ammonire sulla larga gamma di doveri che fanno di una nazione una civiltà evoluta. Ciò che è mancato e manca nel nostro Paese è la consapevolezza che non sempre la ragione sia sempre da una parte e che per costruire ricchezza e felicità, ammesso che sia possibile sconfiggere interamente povertà e dolore, è necessario l’impegno ed il sacrificio di tutti. Impegno e sacrificio che si traducono sostanzialmente nell’esercitare il proprio dovere di cittadini onesti e corretti. Anche la compagnia aerea nazionale, ad esempio, nelle difficoltà che si sanno deve buona parte della sua crisi alle cattive abitudini dei suoi dipendenti, alla incapacità di offrire la stessa qualità delle altre compagnie, alla mancanza di economie e forse alla concessione di troppi privilegi.
La Rai ha un numero esagerato di dipendenti, ha una scarsa attenzione alle economie, si giova del pagamento di un canone forzato, anche attraverso un’imposizione ai limiti dei principi di libertà di scelta, e registra anche cattive abitudini dei suoi dipendenti. E’ un esempio scoraggiante di mercato e di libertà ed è responsabile della diffusione della cultura dei diritti senza doveri. Già dai tempi di Bernabei aveva la vocazione ad educare gli italiani e non è detto che non l’abbia ancora. In passato ha contribuito a cristallizzare il quadro politico del Paese con le sue regole e le sue compensazioni. Oggi vorrebbe essere usata per omogeneizzare l’informazione nell’esaltazione dei poteri dominanti. Una Rai fatta di partiti, industria, banche, autority, sindacati, cooperative e Governo. Un mix di autoritarismo e di disinformazione, preludio di un paese illiberale, quasi un nuovo fascismo.
Vito Schepisi

07 maggio 2007

Alla fine ne rimase uno solo…



…è questa la lezione delle elezioni presidenziali francesi. Uno solo perché ne possa rispondere con responsabilità al popolo che l’ha votato. Nessuna confusione di prospettive e di modelli da realizzare. Sarkozy e la sua Francia legata ai principi, meno fumosa e illusa, coi piedi ben radicati per terra. Una Francia che rilancia una visione d’Europa diversa dal grigio incolore di Prodi, collocata sul mediterraneo come centro di una civiltà convinta, che dialoga con le democrazie del mondo con una visione atlantica che privilegia il rapporto con gli Usa e comunica la sua vicinanza a coloro che si battono per la liberazione dalla schiavitù e dall’oppressione. Una Francia che punta sull’uomo senza alimentare confusioni, anche per chiarire a uomini di mezzo, e absit iniuria verbis sui riferimenti e sui giochi di parole sui mezzi uomini nostri, che la discontinuità è l’impronta di un intuito, di un programma promesso, di uno stile di guida e di un patto di lealtà con gli elettori. Dalla lezione francese si può imparare ciò che maliziosamente è sempre stato negato in Italia e cioè che una politica di destra, per quanto anacronistiche siano le semplificazioni della politica, può essere progressista e rivoluzionaria. Questi valori, infatti, sono nell’interesse dei fruitori della democrazia: servono a rendere più tranquilla e sicura la vita di tutti. Si è infatti colpevolmente dimenticato negli anni che sentirsi garantiti e protetti significa poter contare sul Paese che riconosce la tua nazionalità. E’ la Patria che per essere tale garantisce libertà, uguaglianza e fratellanza dei suoi cittadini: la “Libertè, Egalitè e Fraternitè” della rivoluzione francese.
In Francia è rimasto uno solo che chiederà agli elettori delle politiche del prossimo giugno di rafforzare la sua Presidenza con una stabile maggioranza parlamentare. Chiederà ai centristi, sedotti dalle sirene di un disegno uscito sconfitto dalle concluse consultazioni presidenziali, di operare una scelta. Questi dovranno optare tra l’essere protagonisti di una salda e certa governabilità, per attuare il programma promesso di riforme e di rilancio della Francia, nell’economia come nei rapporti sociali, coi diritti legati ai doveri, e protagonisti della scelta della sua collocazione in politica estera, oppure i sostenitori di una opposizione conservatrice, arroccata attorno alla “Bastiglia” dei miti e delle illusioni. I centristi vorranno così essere i sostenitori di una Francia confusa tra immigrazione e integrazione? Vorranno dar battaglia contro la crescita ed il rafforzarsi dell’identità nazionale? Vorranno sostenere le ragioni della sinistra nel rievocare le stagioni di un ’68 oramai già troppo lontano che ha disperso i doveri, senza accrescere i diritti primari? La maggioranza dei deputati dell’Udf, il partito di Bayrou, ha già detto di no!
In Francia è rimasto uno solo, e non è la leggiadra candidata della sinistra, benchè favorita dalla dolcezza del suo portamento, dai modi di donna sicura e dinamica, dalla sua sagace capacità d’essere suadente. Ha perso ma non per la difficoltà di saper parlare al cuore dei francesi. Ségolène Royal con le sue doti di umanità e spontaneità, che pure hanno toccato il cuore alla gente, ha cercato di cogliere da ogni lato della sua area politica, spesso è andata oltre, ha incantato persino la destra, ha ammaliato il centro e quella parte della Francia che non ha creduto in Sarkozy o che ha temuto la sua rivoluzione. Ha ricevuto consensi da quella Francia conservatrice e tradizionalmente di destra o centrodestra che voleva e sceglieva la continuità individuandola nel programma spesso fumoso della sinistra. Nessuno più di lei avrebbe fatto di più!
Segolene ha giocato le sue ultime carte persino sulla preoccupazione, evocandola, di una Francia sconvolta dalla protesta delle periferie, richiamando in extremis la preoccupazione per la continuità della democrazia contro un presunto pericolo reazionario. Ha fatto di tutto per l’impresa impossibile di rivoltare il cammino del suo popolo verso l’innovazione sociale, la politica delle cose da fare, del lavoro da svolgere, dei diritti da rispettare e dei doveri da pretendere, contro l’illusione dell’integrazione e di una immigrazione senza regole e controlli. Ha fatto di tutto per far prevalere la sinistra per fermare una Francia che gira pagina e si rivolge allo sviluppo.
E’ rimasto un solo uomo ma con una grande prospettiva ed un popolo dietro di se. E’ iniziata la stagione di una nuova cultura europea che si muove contro le intolleranze e le illusioni, che abbatte gli steccati dei luoghi comuni, che introduce una nuova idea di progresso in contrapposizione all’ idea delle gabbie ideologiche della sinistra.
Vito Schepisi

01 maggio 2007

Democrazia in pericolo

La pretesa della sinistra di potersi consentire di dire o di fare ogni cosa, anche senza il rispetto delle regole e delle istituzioni, questa volta ha trovato un’indignata protesta da parte di un componente della Consulta.
Le motivazioni delle dimissioni rassegnate dal giudice Vaccarella, magistrato della Suprema Corte, fanno riferimento alle dichiarazioni di ministri e sottosegretari sulle future determinazioni che dovrà adottare la Corte Costituzionale in merito alla presunta incostituzionalità della richiesta di referendum popolare sulla legge elettorale.
Il giudice dimissionario si è attenuto agli aspetti formali delle pressioni che la Consulta è costretta da tempo a subire da parte di una fazione politica.
Quella, come si diceva in apertura, che sembra voglia anche imporre alla Suprema Corte la propria condotta e la legittimità di un giudizio politico rispetto a quello di merito.
Nessuno però potrà dirci, per rispetto dei ruoli e per la correttezza istituzionale verso l’Organo, se le pressioni che arrivano siano limitate a orientare attraverso un giudizio politico o assumano una vera e propria pressione.
Sappiamo quanto alcuni partiti ritengano militanti i loro uomini, anche quando assumono incarichi istituzionali.
Sappiamo, anche, quanto i mestieranti della politica siano rozzi e violenti e quanto siano capaci di far riferimenti all’appartenenza politica ed ai richiami alla solidarietà ed alla riconoscenza verso i militanti degli stessi partiti che sono alla base della loro nomina.
Quello di Giudice Costituzionale è un esclusivo incarico quindicennale!
In Italia da anni ed in modo particolare dal 1994, con la prima legislatura della cosiddetta seconda repubblica, ogni azione della Corte Costituzionale è stata preceduta da campagne di stampa, da dichiarazioni politiche, ed anche da rindondandi e stucchevoli moniti di discussi Presidenti della Repubblica.
Le pressioni, i moniti, gli interessati suggerimenti hanno umiliato il rispetto e l’imparzialità della Corte.
Sono stati spesso offesi e calpestati i principi della libertà e della democrazia.
Non si è tenuto alcun conto del rispetto dei ruoli nel tirare la giacca a giudici e Consulta e nell’ammonirli a irrorare sentenze con forte valenza politica, o interpretare leggi e provvedimenti secondo utilità e convenienze della propria parte parlamentare.
Finalmente un giudice coraggioso che non ci sta, non come altri squallidamente famosi!
Finalmente qualcuno che fuori dai denti dia implicitamente dell’irresponsabile e dello zoticone a coloro che si cimentano in questa impresa meschina.
Ogni provvedimento, in democrazia, è sottoposto al giudizio del popolo e le libere opinioni sono i condimenti di ogni sano principio di libertà e civiltà.
Anche i giudizi della Corte Costituzionale, quanto quelli della magistratura ordinaria, devono essere sottoposti alla libera interpretazione della pubblica opinione, ma dopo che le sentenze siano state espresse.
Discutere e capire fa parte di un bagaglio di crescita delle coscienze di ciascuno ed il diritto al dissenso deve essere riconosciuto nella sua integralità e senza eccezioni.
Si possono discutere i meriti dell’intervento, se ciò che si voglia sottoporre a giudizio abbia gli estremi, ad esempio, nella magistratura ordinaria, di un reato o se i modi e gli indizi rilevati siano conformi e completi o siano compatibili con la civiltà giuridica, ovvero costituiscano persecuzione ed esclusività di un’azione giudiziaria mirata a fini diversi.
Si può ancora richiedere l’intervento della Corte Costituzionale per valutare la legittimità di un provvedimento legislativo, ma fare pressione per irrorare un giudizio o un altro diverso non è corretto.
Suggerire ancora un’interpretazione, o inviare un indecente messaggio come fa il Ministro Pecoraro Scanio ad esempio:
“Guardate bene, dico ai giudici, non fate passare un sistema anti-democratico”
è invece un modo incivile di esercitare pressioni.
Se a premere sulla Corte Costituzionale sono ministri e sottosegretari della Repubblica, e Pecoraro Scanio non è stato il solo, è l’arroganza della politica che prende il sopravvento.
Gli uomini delle istituzioni, a differenza degli interventi di cittadini comuni, dovrebbero avvertire il dovere di rispettare gli spazi delle loro funzioni, senza invadere quelli di altri organismi deputati al presidio delle istituzioni.
In caso contrario è la democrazia che viene meno, sono le garanzie civili che vengono mortificate, è la libertà che soffre carenze, sono le istituzioni democratiche che corrono pericoli.
Vito Schepisi

27 aprile 2007

In Francia non c’è spazio per un partito Democratico


E’ ancora troppo presto per trarre conclusioni politiche dalle consultazioni elettorali francesi. Il primo turno ha solo indicato i competitori del ballottaggio. Nella corsa ciascuno ha rappresentato un profilo della propria area politica e i francesi hanno scelto solo i due che si contenderanno la posta. Sui due candidati il profilo si allarga ad un’area più vasta, un’area che diviene un polo di convergenze politiche. Si passa, in sostanza, alla scelta di campo. I giochi sono ancora da fare e, sebbene ci siano valutazioni che vedono favorito Sarkozy, penso che la Royal rimanga saldamente in corsa.
Non esiste nel sistema francese un criterio che tenga conto di un gruppo che si proponga come ago della bilancia e che sia il luogo della centralità, di una cosa di mezzo tra una scelta politica e l’altra, spesso di un modo per essere da una parte o dall’altra a seconda delle circostanze, degli interessi e delle opportunità. Diciamo che in Francia non si pongono problemi di inventarsi discontinuità. Se si è fuori, si è fuori, e non si è dentro, come in Italia, in virtù dell’uno per cento determinante e quindi giocabile alla Mastella. Non si regge l’esecutivo sul voto di un singolo Follini, passato da una parte all’altra dello steccato, ma sull’indicazione degli elettori attraverso l’elezione di un Presidente con ampi poteri, tra i quali la nomina del primo ministro. Rispetto all’Italia, in Francia, le scelte le fa l’elettore, e sono definitive per la durata del mandato presidenziale.
Anche le preferenze politiche sono trasversali, senza steccati, senza gli eccessi di un odio politico. Il confronto, benché ricco di colpi bassi, è più civile, si dispiega sui programmi e sui progetti politici. In Francia non avrebbe spazio un Piero Fassino che dica, come ha fatto in chiusura del congresso DS, che essere democratici vuol dire essere di sinistra, non sarebbe credibile come non lo dovrebbe essere in Italia, laddove si pensi che solo col passaggio dal Pci al Pds è iniziato il progresso di democratizzazione degli ex comunisti, e che in Italia nel dopoguerra ci siamo dovuti difendere dai veri pericoli per la democrazia e per la libertà che arrivavano dalla sinistra. Viene il sospetto che Fassino sia rimasto ancora legato ai principi di classe in cui la democrazia non è volontà e consenso del popolo, nel pluralismo delle idee e delle opportunità ma, a guisa dei paesi di socialismo reale, solo apparente unanimismo popolare con partito unico, sindacato unico, controllo poliziesco e repressione dei dissidenti. Sorge il sospetto che il Partito democratico in Italia nasca con un vizio di fondo che fa pensare che ben presto emergeranno problemi per l’impatto tra ciò che si dice e la sostanza dei fatti. Eppure si pensava che solo Diliberto e Bertinotti ed i loro partiti rimanessero legati ai principi delle democrazie popolari di tipo castrista.
La componente ideologica che in Italia induce a vedere come il fumo negli occhi il proprio avversario, in Francia è molto meno evidente, a volte solo limitata a frange più radicali da una parte o dall’altra. Non è detto ad esempio che un elettore di Le Pen del fronte nazionale, formazione di destra, sia naturalmente disposto a votare per il candidato del centrodestra moderato, anzi penso proprio che per il prossimo ballottaggio siano questi i voti più incerti: prevarrà l’astensione, e tra i voti espressi la divisione tra i due candidati . Questa opinione emerge chiaramente dai sondaggi. Diversa è la posizione della sinistra: sembra impossibile, infatti, pensare che un elettore dei comunisti o dei verdi o dei trozkisti francesi possa votare per Sarkozy, la sinistra post comunista, un po' dappertutto nel mondo, ha un pensiero unico, come a Fassino. La differenza la faranno gli elettori di centro che si divideranno tra i due con netta prevalenza per il candidato di destra Sarkozy. L’elettorato di Bayrou è in buona parte un elettorato che proviene già dalla destra, dove il centrista ha militato fino al 2002, ed è per questa ragione che il leader dell’Udf non può dichiarare la sua preferenza per la signora Royal. La maggioranza del suo elettorato non lo seguirebbe.
Il leader centrista forte del 18,50% dei voti è la novità, è l’astro che brilla sulla scena politica francese. Un’indicazione di voto per la candidata di sinistra trasformerebbe la sua parziale vittoria in sconfitta, e proprio alla vigilia delle elezioni politiche per il Parlamento francese. La stampa italiana sembra ignorare però che, nonostante il buon risultato di Bayrou, ad uscire rafforzato sia il bipolarismo francese e che a restare sconfitto sia, il tentativo di modificare gli equilibri politici con la formazione, ad esempio, già ventilata in campagna elettorale di un partito democratico francese che veda alleati il centro e la sinistra socialista. Sono la sinistra e la destra al netto delle estreme le aree del maggior interesse politico. Il centro alla resa dei conti non ha spazio, nonostante il tentativo del suo candidato di strappare a Segolene Royal il compito di competere per la Presidenza, giocando sul frazionamento e la frammentazione della sinistra e sui voti degli scontenti di una parte e dell’altra.
Un significativo desiderio di non voler restare legato all’immagine di una possibile sconfitta ha persino consigliato al nostro Prodi, invitato dalla candidata socialista, di restare in Italia e disertare la manifestazione di sostegno alla Royal in cui doveva emergere il disegno di un possibile partito democratico in chiave francese.

Vito Schepisi

24 aprile 2007

Sentirsi ... un alieno



Da qualche tempo ogni mattina mi sveglio e mi chiedo a cosa ormai non abbiamo ancor fatto l’abitudine.
Un training autogeno per prepararmi alle notizie fresche di giornata.
Sono tante le cose che 10 anni fa o giù di lì avrebbero fatto inorridire il Paese.
Sono tante le persone che sempre 10 anni fa sarebbero state destinatarie di una sonora risata o, se andiamo più indietro negli anni a tempi ancor più remoti, quando De Filippo e Totò facevano letteralmente sbellicare dal riso la gente, gratificati dall’arte suprema della napoletanità: il pernacchio.
Qualche mattina fa, forse sabato scorso o forse domenica, ho sorriso sentendo della nuova proposta del signor Guadagno Wladmiro, in arte Luxuria, sedicente transgender, equivoco essere tra un uomo ed una donna, incerto per quanto si sappia persino nella sua vera interiorità.
La proposta consisteva nel portare a carico del servizio sanitario pubblico le spese di operazioni di modellamento del fisico, di modifica estetica o per dirla a suo modo:
“Si tratta di un adeguamento di genere.
Adeguo la mia esteriorità alla mia interiorità.
Nel progetto di legge che sarà presentato a breve reputo che il servizio sanitario nazionale dovrebbe sostenere quegli interventi cosiddetti di adeguamento di genere.
Perchè, secondo la Costituzione, nel concetto di salute deve rientrare non solo il fattore fisico ma anche la salute psichica.
Chi come noi non si sente rappresentato dal proprio corpo, deve poter usufruire di quegli interventi che servono ad ottenere la salute psichica”.

Dapprima ho pensato che fosse un espediente per fare notizia, per far parlare di se, forse non avendo niente altro da dire o proporre.
Il signore in questione, deputato nel parlamento italiano grazie ai comunisti di rifondazione, era già assurto agli onori della cronaca “gossip” qualche mese fa per un rimbrotto del deputato di Forza Italia Elisabetta Gardini.
La parlamentare del partito di Berlusconi si era mostrata risentita e turbata per l’uso del bagno di Montecitorio, destinato alle donne, da parte del deputato bertinottiano, che fa i suoi bisogni fisiologici alla stregua di un maschio.
Il paese aveva sorriso e si era schierato da una parte e dall’altra, ma senza acredine, con umore scherzoso, tra una gag ed un’alzata di spalle.
Nella nostra Italia, tra i tanti problemi di intolleranza e di legittimazione, tra denunce di brogli reali, e bufale indecenti di personaggi in malafede che hanno tentato di introdurre la pulce del negazionismo persino sulla maggiore raccolta di voti al senato della Cdl, nelle pieghe di una finanziaria punitiva e mortificante, ecco spuntare un caso di dibattito, un caso che non era politico ma solo di stile e di sensibilità.
Scusate l’irriverente crudezza: l’Italia si confrontava su dove dovesse orinare il signor Guadagno, più noto col suo nome d’arte Luxuria.
Sembrava una vera commedia italiana!
La proposta del neo comunista “transgender” mi è sembrata così irritante e offensiva per la gente che soffre e che non riceve adeguata assistenza, da considerarla degna di quelle che negli archivi del parlamento giacciono e sono sepolte da quintali di polvere per essere del tutto fuori di senso.
Queste proposte da scandalo vanno lasciate cadere senza seguito di interesse serio di governi, maggioranze e partiti che ne rendano concreto l’iter parlamentare.
Mi sono sbagliato, però!
Ho la maledetta abitudine di andarmene per logica, anche dove questa è l’ultima tra le ragioni ad esser considerata: ho pensato che tutti ponessero la propria maggiore attenzione alle necessità dei malati, e degli anziani.
Ho pensato alle esigenze reali dei bisognosi, dei portatori di handicap, alle attese di mesi per le analisi, alla malasanità, alle pensioni minime.
Ho fatto prevalere la logica e neanche mi sono posto il problema se sia giusto che io debba pagare le tette rifatte di questa o quest’altra, o debba contribuire a finanziare il taglio del pisello di chi ha problemi nel riconoscersi nella propria esteriorità.
Questa mattina, però, leggendo la dichiarazione della Turco, ahinoi ministro della sanità del governo più insipido e indecoroso della nostra Repubblica:
«Non ci trovo niente di scandaloso nel riconoscere ai transessuali maggiori attenzioni da parte del servizio pubblico.
L’intimità della persona va rispettata e, quindi, credo che il nostro sistema sanitario debba fare uno sforzo.
E’ una questione di etica»

questa mattina, però, mi sono dovuto ricredere e mi sono sentito davvero un alieno.
Vito Schepisi

20 aprile 2007

I Congressi della svolta


Appena chiusi i congressi di Sdi e Udc, si aprono quelli di DS e Margherita.
Sembra un copione scritto da uno sceneggiatore interessato.
Come se una regia ben equilibrata, sotto elezioni amministrative, con forte valenza politica per la sfiducia dei cittadini verso la coalizione di governo, voglia mostrare l’apertura di scenari di sviluppo politico aperto, in cui si vengono ad intrecciare architetture prospettiche di edifici dall’aspetto rinnovato.
La sostanza, però, ci dice che all’interno non sia cambiato granché: non si possono celare con un semplice trucco estetico le contraddizioni di sempre.
Devo confessare che questa volta non posso nascondere le difficoltà di scriverne.
A volte capita, prima di argomentare su qualcosa, di non sapere da dove iniziare.
Capita anche che le cose da dire siano in definitiva così tante da non poter essere possibile raccontarle tutte, e da non sapere quale profilo ignorare, e di conseguenza quali siano gli aspetti da focalizzare.
Capita anche, quando si inizia a scrivere, di perdere prima qualche minuto per cercare di metter ordine alle idee e di imprimere nella mente, se non il testo, almeno i pensieri da esprimere.
Ebbene in questo caso ho rinunciato anche a fermarmi a pensare.
Se devo scrivere sulle motivazioni ideali o sulle ragioni politiche del nascente Partito Democratico non saprei cosa dire ed in definitiva penso che non ne valga la pena.
Andrò a braccio, pertanto, anche perché, in questo caso, ogni cosa non ha una logica, tutto è uno strumento ed un inganno di cui non vale assolutamente la pena analizzare i contenuti.
I popolari ex democristiani, la parte che va da Marini a De Mita, dagli Scalfaro e Colombo alla Rosy Bindi ed Andreotti; Gli eredi di Moro e Donat Cattin, di Rumor e di Fanfani, di Gaspari e Gava, di De Gasperi e Scelba si uniscono ai post comunisti da Fassino a D’alema, da Veltroni a Violante, da Bersani a Visco; contraggono matrimonio politico con gli eredi di Togliatti e di Longo, di Pajetta, Berlinguer e Natta.
Si attua il compromesso storico che negli anni remoti è stato considerato, anche da alcuni dei protagonisti di oggi, l’anticamera di un accordo di potere, persino letale per la democrazia.
Anche se con percentuali variate, ai tempi di Moro, Andreotti e Berlinguer i compromettenti rappresentavano un 65% abbondante dell’elettorato italiano, ora per fortuna sembra che sfiorino a malapena il 25%.
L’elettorato è maturato ed ha tolto, nel tempo, il consenso alle due espressioni storiche più chiuse e conservatrici della politica italiana, democristiani e comunisti, monopolisti di maggioranza ed opposizione in un gioco delle parti che ha mortificato e frenato lo sviluppo dell’Italia.
Mentre l’Europa cresceva come società aperta, sensibile al mondo del lavoro e dell’impresa, aperta ai bisogni dei suoi cittadini, l’Italia ancor oggi, nei servizi sociali e nell’adeguamento delle strutture, ha da compiere intere rivoluzioni.
Per lungo tempo è rimasto imbalzamato sia il riformismo pragmatico del socialismo post marxista, sia il liberalismo dinamico di una efficiente struttura sociale con affinità produttiva.
E così, tanto per completare l'opera, ci ripropongono ancora oggi una forma rinnovata di compromesso storico, e ne danno una bandiera nominale altisonante “Partito Democratico”.
La realtà come è facile intuire è ben diversa.
Nasce perché Prodi abbia un partito, e perché l’anomalia italiana abbia una logica europea dato che i DS e la Margherita spaziano in Europa in gruppi che si confrontano tra loro e che rappresentano il fulcro su cui prende forza e si diffonde la dialettica democratica ( socialisti, popolari e liberali).
La formazione di questo Partito Democratico rimane pur sempre una forma di assimilazione integrata di almeno tre idee, di tre modi, spesso contrapposti, di considerare lo Stato, l’uomo, il cittadino, i suoi valori, le sue libertà, le sue funzioni, le origini e la stessa civiltà fondante di una identità nazionale, e persino ancora i riferimenti storici e di area politica nonché di scelte di alleanze di indirizzo internazionale e di margini di dialogo e di confronto con le civiltà radicate su altri principi.
"Non è un'esigenza dei Ds o della Margherita o di un ceto politico – sostiene Fassino nella sua relazione al congresso dei DS- ma una necessità del Paese, cioè serve all'Italia".
Quante volte abbiamo sentito Fassino e Rutelli, Prodi e D’Alema dire le stesse cose?
Che io ricordi, ad esempio, anche per l’ultima finanziaria!
La realtà però è stata del tutto diversa.
Vito Schepisi