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17 aprile 2013
Il disastro del Monte de Paschi di Siena
E' sembrato sin dal primo momento che si volesse occultare la vera portata del disastro del MPS. Si è parlato di derivati e di obbligazioni truffa ai danni dei risparmiatori. Importi ingenti sia chiaro, ma tutto sommato ridicoli dinanzi alla questione complessiva. Sembrava che con le operazioni di qualche furbetto che desse modo di falsare i conti si potesse esaurire l'immagine negativa e le responsabilità molto più di alto profilo di quella che può definirsi come la truffa del secolo.
E’ bene precisare che non si usano parole come "disastro", "truffa del secolo" ed aggiungerei "grande imbroglio" per dar enfasi mediatica all’azione di qualche mariuolo. L'enfasi è quella che va bene a buona parte della stampa e della tv italiana che, ad esempio, è stata per mesi su Fiorito, ma che è molto contenuta e prudente su questioni ben più pesanti: questioni che richiedono professionalità, organizzazione e coperture di alto livello.
Non roba da mariuoli, ma da criminali incalliti. Una truffa di 17 miliardi di Euro non ha uguali.
Diciasettemiliardi di Euro è una cifra enorme. Solo un’enorme copertura politica, e non solo politica, poteva consentire questo grande imbroglio.
Andiamo con ordine.
Nel settembre del 2007 il Banco Santander, spagnolo, compra L’Antonveneta al costo di 6,6 miliardi di Euro. L’acquisto si rivela subito un pessimo affare. Non produce utili, perde fette di mercato, perde valore patrimoniale.
Santander scorpora da Antonveneta la sua partecipazione interbancaria del valore stimato di 1,6 miliardi di Euro e decide di sbarazzarsi di quella che sembra una pericolosa palla al piede. Se 6,6 miliardi è il costo d’acquisto, sottratti 1,6 miliardi di partecipazioni scorporate, Antonveneta per Santander ha un costo effettivo di acquisto di 5 miliardi di Euro.
MPS si offre di acquistare Antonveneta per 9,5 miliardi. Dopo solo pochi mesi dall’acquisto, Santander vende un bidone al doppio di quanto pagato. Antonveneta, però, ha accumulato 7,5 miliardi di euro di debiti. Vale a dire che MPS compra Antonveneta per 17 miliardi di Euro. La stima del suo valore, invece, ammontava a soli 3 miliardi di Euro. MPS compra una banca, diciamo problematica, a quasi 6 volte il suo valore.
Solo un deficiente non si accorgerebbe che è la truffa del secolo.
Solo un deficiente non porrebbe in parallelo il valore del MPS (stimato al tempo in 9 miliardi di Euro) con il costo di ciò che MPS acquistava (17 miliardi di Euro). E per compare cosa? Una bancarella se rapportata a quella che era il terzo gruppo italiano.
Solo un deficiente o uno che sapeva ciò che faceva e che aveva motivo per farlo.
La Procura di Siena ci fa sapere, ora, che la spesa per l’acquisto di Antonveneta “al netto delle liquidità effettiva è pari ad Euro16.767.652.631,96”.
Bella scoperta! Sapevamo già far di conto.
Ma non è finita qui perché gli amministratori del Monte de Paschi di Siena non avevano i soldi per comprare a quel costo la Banca Antonveneta. Per coprire la voragine che si era creata, e per mantenersi al comando della Banca, hanno iniziato a dar corso ad operazioni da trapezio circense a danno dei risparmiatori.
Alcuni amministratori, dato che erano in ballo, con la complicità di banche di affari e di funzionari interni, ne hanno approfittato per metterci qualcosa di proprio e per arricchirsi alle spalle di chi dava fiducia alla banca comprando i suoi prodotti finanziari.
A questa banca, per dar modo di risolvere i grossi problemi di liquidità, il Governo Monti all’inizio dell’anno ha concesso un prestito di 3,9 miliardi di euro, ricavati dalle tasse dei contribuenti italiani o, ancor meglio, sottratti alle famiglie che hanno pagato la stessa cifra per l’IMU sulla prima casa.
Così van le cose in Italia. Mps l'aveva fatto già con Banca 121.
A proposito quando va tutto in prescrizione?
Vito Schepisi
10 ottobre 2008
La follia finanziaria
Sulla volatilità della borsa non sono mai stati sollevati dubbi. Il mercato della azioni è sempre stato considerato un gioco d’azzardo. Passa per una linea d’investimento ma è soprattutto una forma di rischio per i capitali. In borsa non ci sono mai tutti vincitori o tutti perdenti. Se c’è chi guadagna c’è sempre chi perde, ovvero chi trasferisce la sua possibilità di guadagno o di perdita a seconda dell’andamento successivo delle azioni negoziate. Ma un tempo, se non diretto verso società decotte per altre ragioni quali le difficoltà industriali, la contrazione della domanda o la cattiva conduzione aziendale, l’investimento in borsa nel medio e lungo periodo era considerato il più remunerativo.Fino alla prima metà degli anni ’90 si sviluppava nell’andamento dei titoli azionari un trend ciclico: era luogo comune il consiglio di comprare in presenza di mercati depressi e vendere quando i mercati registravano record di rialzo. Questo principio da manuale del piccolo azionista, sapientemente impiegato, serviva a creare equilibrio tra domanda ed offerta e rendere stabili le quotazioni. Acquistare, infatti, in presenza dei mercati in discesa blocca le perdite, e vendere quando il valore delle azioni sale, invece, impedisce che i rialzi siano al di sopra dell’effettiva qualità e valore delle società quotate.
Ma è un metodo che vale ancora? Rispondere positivamente sarebbe azzardato perché la borsa da qualche anno, invece di rispecchiare la solidità patrimoniale delle aziende, si muove di più sulla capacità di far girare i titoli azionari. La valutazione del rischio si forma in modo preponderante sulla capacità del titolo d’essere richiesto sul mercato. E’ capitato che società con enormi fatturati, con buone strutture industriali, con costosi macchinari e con migliaia di operai fossero meno capitalizzate di altre prive di strutture, con fatturati modesti e con poche centinaia di dipendenti, e solo perché coinvolte in un giro di manovre finanziarie che facevano lievitare il valore delle azioni.
Verso la fine degli anni novanta le società quotate in borsa sorgevano come i funghi nelle stagioni umide, e c’era la ressa nelle banche per acquistarne le azioni. Si registrava quasi sempre una richiesta più larga dell’offerta e puntualmente l’emissione andava al riparto. Nel primo giorno di quotazione in borsa e nei giorni successivi si sviluppava un’irrazionale corsa all’acquisto che faceva salire il valore delle azioni in modo esponenziale. Tutto avveniva in modo così irresponsabile da consentire di far arricchire pochi ed impoverirne tanti. Sul mercato, infatti, arrivavano vere e proprie scatole vuote che venivano riempite di luccicante denaro a spese di sprovveduti risparmiatori. La beffa è che costoro, sognando di interpretare nel complesso mondo della finanza la parte degli astuti speculatori, perdevano invece i risparmi accumulati in anni di lavoro.
Sul tavolo verde della fortuna, la roulette l’azionavano i furbi “capitani d’impresa” e gli “eroi” della finanza. Le società di gestione dei fondi comuni di investimento si inserivano nei mercati spostando enormi quantità di denaro da una società all’altra, facendone così lievitare il prezzo per poi spostarne piccoli pezzi alla volta sul mercato e speculando sul plus valore che si andava creando, ovvero erano le stesse società che immettevano sul mercato grosse quantità di titoli azionari facendo scendere le quotazioni per ricomprare gli stessi titoli a prezzi più bassi. Ogni strumento finanziario, a danno dei semplici risparmiatori, è stato ampiamente utilizzato con l’esito di rendere la borsa non più una proficua fonte di finanziamento per l’impresa, ma un serbatoio di speculazioni che per alcuni industriali-finanzieri si andava a sostituire ai profitti aziendali.
Verso la fine degli anni 90, i capitalisti italiani erano diventati quasi tutti finanzieri ed invece di investire nelle imprese di famiglia, ereditate da nonni e genitori, per rinnovarle e rilanciarle, investivano in attività finanziarie. La finanza, come dice a ragione il ministro Tremonti, non produce ricchezza ma si limita solo a trasferirla. I subprime, i derivati, le obbligazioni subordinate, le scommesse sul rialzo o sul ribasso dei titoli azionari, sono stati gli ulteriori strumenti della follia finanziaria degli anni a cavallo tra il secondo ed il terzo millennio su cui sono scivolati milioni di ingenui risparmiatori.
Dopo la crisi industriale del 1929 c’era così da aspettarsela la crisi finanziaria del 2008
Vito Schepisi su l'Occidentale
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