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31 ottobre 2008

La sinistra italiana resta quella delle suggestioni

Anche la scuola come le altre questioni sollevate con tanto clamore svanirà dalla cronaca come una bolla di sapone. Questo governo ha appena 5 mesi di vita e si è già trovato dinanzi a più di un venditore di cilindri colorati con dentro acqua e sapone per bolle che si diffondono nell’aria, si alzano, cercando di prendere il largo, e poi scoppiano per la loro materiale inconsistenza.
Le bolle di sapone durano lo spazio di un momento, anche se in quel momento fanno la gioia dei bambini. Le balle della sinistra durano altrettanto, e non si può dire che nel loro spazio di vita facciano la gioia di qualcuno.
Prevale la spinta alle suggestioni, più che la sostanza conta la rappresentazione delle cose. Non a caso il PD si è fornito di un leader diplomato in fiction.
L’Italia per il divertimento della sinistra ha pagato prezzi altissimi, persino in vite umane, oltre a danni materiali. I risultati, però, lasciano tutti molto perplessi. Lo Stato, infatti, non solo ha servizi da terzo mondo, ma precipita anno per anno nelle classifiche in tutti i settori, scuola compresa.
Si è visto che per la sinistra non servono i confronti, non sono mai abbastanza i fondi stanziati, non è utile l’analisi economica delle compatibilità, non sono sufficienti gli spazi di controllo e la gestione della società attraverso i sindacati ed i patronati, e non sono mai congrui i fondi impiegati per la solidarietà e gli interventi per l’assistenza. Non bastano i trattamenti sociali e previdenziali al di sopra della media europea, e non basta neanche un numero di dipendenti in ogni settore pubblico in misura superiore agli altri paesi, c’è sempre qualcosa di più da imporre. Manca, però, e purtroppo, la percezione dell’efficienza commisurata a ciò che è ritenuto appena sufficiente.
Si ha l’impressione che il motivo sia rimasto quello di poter strumentalizzare l’irritazione dell’utenza. Si crea il disservizio per poter contestare al Governo di non essere capace di fornire risposte adeguate. Sarà per questo che la sinistra italiana, al contrario di quella europea, e dell’immagine che si ha della sinistra riformatrice, sembra essere più una forza conservatrice, persino con punte marcate di atteggiamenti reazionari.
L’inefficienza ed il bisogno creano una domanda non soddisfatta, soprattutto per le fasce più deboli che non possono permettersi di ricorrere a strutture private più costose. Questo vale per la sanità, i trasporti, la scuola e persino per la sicurezza e la previdenza. Non a caso a sinistra, tra i leader, si fa largo uso delle strutture private per i bisogni personali e per quelli delle proprie famiglie.
La sinistra italiana si è sviluppata in Italia nella serrata concorrenza, con le altre espressioni popolari, sulla ricerca del consenso attraverso i sistemi corruttivi - clientelari.
Dagli anni sessanta in poi c’è stato un braccio di ferro poco politico e molto populista. Mentre la destra e le espressioni liberali venivano marginalizzate, si rafforzavano le espressioni corporative in cui si insediavano caste organizzate a piramide. La gestione del potere comprimeva persino le libertà formali che non trovavano spazi di diffusione. Chi si chiamava fuori era indicato come appartenente alla destra fascista, anche se invece era democratico e liberale.
Il sistema politico-clientelare, soprattutto nel mezzogiorno, si è retto sull’organizzazione politica dei bisogni della gente. Il voto di scambio consisteva nell’offrire i diritti come se fossero concessioni elargite. I partiti di massa avevano le loro cinghie di trasmissioni nei sindacati, nei patronati, nelle associazioni di categoria. Questi organismi si trasformavano in centri di reclutamento e di orientamento politico, non fondato però sul consenso e sulle convinzioni sociali degli elettori, ma sulla capacità di sfornare lettere di raccomandazioni, di distribuire posti di lavoro, di nominare Cavalieri della Repubblica, di istruire pratiche per la pensione, di esercitare la difesa sindacale sui posti di lavoro, di sollecitare il trasferimento vicino casa dei giovani di leva.
Per molti versi il Paese è ancora strutturato su queste logiche. Le giovani energie dovrebbero impegnarsi a respingere una realtà di caste e di privilegi, invece che battersi contro il nuovo e l’efficienza. A che servono ad esempio 5.000 facoltà universitarie con tanto di personale, mentre mancano i fondi per la ricerca, se non all’esercizio del potere delle caste?
Per la scuola e l’università c’è un lungo elenco di abusi e di sprechi, come lo è uno spreco anche il modulo delle tre maestre per le scuole primarie.
Vito Schepisi su l'Occidentale

23 febbraio 2008

La doppia morale di Di Pietro




Il sospetto è l’anticamera della colpa, sosteneva Leoluca Orlando Cascio, attuale militante dell’Italia dei Valori di Di Pietro.
C’è qualcuno che il sospetto l’ha avuto. Un sospetto che ha coinvolto in responsabilità penali l’On. Antonio Di Pietro, finora deciso sostenitore di un sistema giudiziario con accentuata prevalenza inquisitoria.
E’ indagato, l’ex PM di “Mani Pulite”, per appropriazione indebita, falso in atto pubblico e, soprattutto, per truffa aggravata ai danni dello Stato finalizzata al conseguimento dell’erogazione di fondi pubblici. Sono reati ipotizzati per l’uso, a fine privato, di fondi pubblici e privati erogati come finanziamento pubblico ai partiti. Sono reati gravi per l’immagine di un uomo politico che ha sostenuto il moccolo dell’antipolitica di Beppe Grillo.
Di Pietro, già Pubblico Ministero a Milano, è colui che ha contraddistinto la sua attività di magistrato con l’accentuazione dell’aspetto inquisitorio e poliziesco del processo penale. E’ rimasta nota la violenza verbale dei suoi interrogatori e l’attitudine al tintinnio delle manette.
La sua è stata, e l’abitudine gli è rimasta tutta, l’esaltazione della teoria che porta a ritenere con convinzione che più indizi, anche senza prove acquisite, equivalgano a granitiche certezze.
Tra le sue caratteristiche più note è rimasto il metodo adottato nell’utilizzare la delazione come salvacondotto utile per risparmiarsi, da sospettato, l’ospitalità dello Stato nelle celle penitenziarie. Questa minaccia veniva utilizzata per coinvolgere la responsabilità di altre persone, così da creare una penosa catena di Sant’Antonio (nomen omen) dell’attività inquirente.
In virtù di questi espedienti sono stati sottoposti al rigore giudiziario, anche con la sospensione forzata della libertà personale, un elevato numero di cittadini, molti dei quali poi assolti perché risultati innocenti.
Il suo metodo accusatorio era quasi sempre basato su convinzioni, talmente radicate e senza ombra o beneficio del dubbio, tali da ritenere indubitativamente colpevole l’imputato: anche quando per mancanza di prove, per insussistenza di moventi, per estraneità ai fatti, o successivamente, dopo anni di azione giudiziaria, per decorrenza dei termini, questi veniva assolto dalla magistratura giudicante.
La decorrenza dei termini, spesso, sopravviene quando i processi si impantanano tra cavilli, interpretazioni, contraddittori, incertezze, insussistenza del castello accusatorio, irregolarità formali, sospetti di parzialità e diritti negati. Se c’è un reato e c’è un colpevole, con prove a carico, è difficile che sopravvenga la decorrenza dei termini. Se, invece, c’è un colpevole “per definizione” e si va alla ricerca di un reato da ascrivergli, alla fine, se non ci sono validi elementi probanti, l’imputato o viene assolto o decorrono i termini.
Sorge così la curiosità di sapere se il vecchio giustizialista siciliano, solidale compagno di partito, già sindaco di Palermo, anche lui famoso per impeto forcaiolo, abbia o meno mutato il suo pensiero a riguardo della “colpa” e se permangano le sue semplificazioni giudiziarie.
Altro interesse ci sarebbe nel valutare, eventualmente se sarà il caso, anche le motivazioni del possibile cambio di opinione di Orlando. E’ sempre interessante, infatti, perfezionare i percorsi della conoscenza, soprattutto se si tratta dell’arte di arrampicarsi sugli specchi. I contributi conoscitivi di questa arte, In Italia, ha infatti ancora tanti misteri da chiarire, soprattutto nella nemesi storica del pensiero politico e nello spirito delle attività di trasformazione sia della storia personale di molti che dei fatti accaduti.
Orbene, nonostante tutto, c’è invece chi sostiene ancora che la giustizia debba essere vista secondo un indirizzo essenzialmente garantista. C’è, infatti, chi non sospende la propria convinzione nel pensare che la riservatezza e la presunzione di innocenza degli individui debbano essere sempre ed in ogni circostanza assicurate.
L’esigenza della presunzione di innocenza e della riservatezza vale sempre e per tutti. Porre gli individui, possibili innocenti o per quanto colpevoli, dinanzi al pubblico ludibrio e sollecitare l’istinto popolare alla sommarietà del giudizio non è, infatti, un grande esempio di civiltà.
Di questa cattiva abitudine, purtroppo, c’è stato ampio modo di avvertirne i sintomi. Basti, ad esempio, pensare ad alcune trasmissioni televisive ed ai processi sommari che si sviluppano, spesso senza contraddittorio. C’è in Italia un uso incivile, e Di Pietro non si è sottratto a questo esercizio, di sottoporre alla gogna mediatica i “nemici” politici, utilizzando tranci di atti giudiziari in cui si esaltano le ipotesi accusatorie dei pubblici ministeri e si ignorano le controdeduzioni difensive. Si arriva persino a nascondere che l’impianto giudiziario di colpevolezza non abbia retto nei giudizi finali dei tribunali.
La politica del “diffama perché qualcosa resterà”, con il coinvolgimento di strati di istituzioni, rappresenta un limite allo sviluppo civile ed un sintomo di incipiente regime.
Per fortuna in Italia ci sono ancora coloro che sostengono che i valori veri siano ben differenti da quelli vantati da Di Pietro, e dalla sua Italia dei Valori, e che la civiltà giuridica imponga di ritenere anche lui innocente fino a prova contraria. C’è persino un Italia civile e democratica che vorrebbe vederlo uscire trionfante da questa ulteriore esperienza giudiziaria, ricordando che non è inedita, evitando così all’Italia questa ulteriore mortificazione per una politica fatta di opportunismi, di ipocrisie e soprattutto di caste e di abusi.
Vito Schepisi