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24 febbraio 2008

Un laicismo capovolto

Sta avvenendo una strana cosa in Italia. Dopo tante vere battaglie laiche, battaglie liberali contro le confessioni sia teologiche che politiche, dopo esser stati spesso soli a confutare quel concentrato di idee radicate che nel tempo hanno formato l’illusione che ci siano formule magiche per offrire serenità ai bisogni della gente, appare oggi il laicismo di coloro che non abbiamo mai trovato sui valori dell’illuminismo liberale e della tolleranza.
Oggi c’è chi, ad esempio, sostiene d’essere laico, ma non tollera che si parli di alcuni argomenti di rilevanza etica. C’è chi si inserisce in una fascia culturale del pensiero libero, ma pone steccati alla sua effettiva libertà. Steccati che impongono la scelta tra coloro che hanno diritti ed altri solo doveri, tra chi ha titolo e chi invece non ne ha, per definizione o per insostenibile pregiudizio o preclusione.
La laicità, in definitiva, che cos’è se non la libertà di pensare in modo autonomo e fuori dagli steccati dell’ideologia e della certezza dei presupposti che di volta in volta, ed a seconda dei casi, sono ritenuti essenziali per essere “in” e non “out”?
Laico è chi mi consente di esprimermi anche se non condivide ciò che dico.
Da sostenitore della laicità, da vecchia data, quando gli altri erano solo o cattolici o marxisti, sono stato qualche mese fa a Parigi, nel Pantheon, a rendere omaggio a Voltaire, sostando in riflessione dinanzi alla sua tomba. Sono, infatti, tra coloro che ritengono che ci sia un diritto della natura che debba incoraggiare gli uomini ad esprimersi anche quando si hanno idee diverse.
Meditando ho pensato che, in Francia, Voltaire abbia trovato posto tra i grandi della patria. In Italia, invece, non sarebbe stato così. In Italia non c’è la coscienza della laicità: è il paese dei guelfi e ghibellini, dei Don Camillo e Peppone. L’Italia è il Paese delle delegittimazioni, è il paese dove si esalta il coefficiente del disprezzo di qualcuno e si mortifica il richiamo alla ragione ed alla moderazione. E’ il Paese dove c’è chi esalta un Di Pietro e mortifica la dignità nel concedere uno spazio al riformismo socialista nella sinistra democratica.
Uno strano Paese l’Italia! Uno Stato dove anche la magistratura si schiera, anche quando giustamente pone all’attenzione la domanda di legalità che emerge in larghi strati della popolazione.
In Italia abbiamo assistito alla magistratura che discriminava tra uomini e gruppi in una realtà in cui la lotta politica, resa serrata da un lungo periodo di guerra fredda tra due modi differenti di concepire il ruolo dei popoli nel mondo, diventava una lotta tra gruppi arroccati su logiche di potere, distaccata dai problemi della gente, pigra e distratta dai benefici delle gestioni clientelari, elusiva nella salvaguardia dei principi di moralità e trasparenza.
La tutela della legalità che si trasforma così nel discrimine tra le forze politiche accomunate da metodi comuni, in cui la diversità è solo tra due diverse forme organizzative del sistema di malversazione, è come un cancro maligno che intacca la credibilità del sistema democratico.
Una magistratura che da arbitro tra i contendenti, e da severo censore del gioco scorretto, diventa il dodicesimo uomo che calcia il pallone nella porta della squadra avversaria, fomentando persino l’invasione di campo quando il responso elettorale stabilisce la vittoria della squadra contro cui si è schierata, si trasforma drammaticamente da garanzia di legalità a timore di gravi e pericolose involuzioni per l’intero Paese.
Ma è laica una magistratura siffatta?
Perché laico è un insieme di comportamenti che ti pongono ad essere distaccato dalle prese di posizioni definitive. La laicità è il contrario della certezza, è l’aspetto di un pensiero che insinua il dubbio ritenendo le verità aspetti del pensiero lontane dalla possibilità di essere percepite dall’uomo.
Lo Stato, invece, in un sistema democratico deve essere laico. Senza laicismo, e quando si ritiene d'essere già in possesso di inemendabili certezze, diventa confessionale e fondamentalista. Diventa un pericolo per la libertà. Diventa appunto l’antitesi della democrazia liberale.
Sta avvenendo così una strana metamorfosi in Italia. Si spaccia per laica una parte, quella intollerante, e invece per parte omologata ai principi assoluti, quindi privi di spirito laico, la parte che discute e si pone dubbi. Sta avvenendo esattamente il contrario di ciò che dovrebbe essere. Passa per laico chi invoca privilegi per alcuni e per oscurantista chi, invece, ritiene che debbano esserci regole uguali per tutti.
Ora si vuol far passare per laico chi deve per forza condividere scelte, ad esempio, sulla famiglia, sebbene al di fuori della Costituzione, della cultura popolare e della tradizione, anche naturale, che distingue la natura delle unioni per definire l’esistenza di una famiglia. Si accusa, invece, di non esserlo (laico) altri che pongono dubbi e che non sono presi dalle granitiche certezze. Non sarebbero, così, laici coloro che vorrebbero meditare sia sul merito e sia sull’opportunità di modificare l’insieme delle regole e dei principi che sono alla base delle scelte e che implicano, tra l’altro, rilevanti effetti sui diritti civili.
Ora è laico chi non si pone questioni di coscienza su temi di alto profilo morale, come le nascite, mentre sempre oscurantista è chi invece vuole discutere e vorrebbe convincersi della bontà delle scelte. Diviene persino reazionario e maschilista chi, invece è interessato a trovare soluzioni di umanità e di responsabilità sociale dinanzi al dramma che in molte situazioni è presente.
E’ laico impedire al Papa Benedetto XVI, ovvero al colto teologo Prof. Joseph Ratzinger, di diffondere una “lectio magistralis” alla Sapienza di Roma mentre non lo è percepire il divieto come un vulnus alla universalità della cultura?
Si avverte la sensazione che il negazionismo, da una parte, ed il retaggio della cultura marxista che impone l’indicazione di un “nemico” contro cui battersi, stiano creando una sorta di laicismo capovolto in Italia.
Vito Schepisi

15 gennaio 2008

Libera Chiesa in Libero Stato"


Saranno anche cervelli, ma è certo che i 60 professori della Sapienza di Roma, che hanno innescato l’ingiustificata e ridicola reazione all’invito del rettorato di far svolgere una conversazione del Papa agli studenti di quella Università, pongono preoccupanti limiti ai principi della tolleranza e del rispetto democratico.
In nessuna Università nel mondo, e tanto meno a Roma, può essere posto un limite alla libera espressione delle idee di tutti. Nessuno in democrazia deve poter impedire la pratica o l’esposizione di un pensiero religioso, per quanto possa essere considerato, in un giudizio di parte, parziale o fuorviante, ovvero ideologicamente irrazionale. Penseremmo oppressivo e totalitario uno stato ove ciò accadesse.
Solo pensare che si possa impedire a chi, bene o male, rappresenti un indirizzo ben consolidato del pensiero etico e delle radici popolari di una fede, per giunta largamente maggioritaria nel Paese, dovrebbe scuotere le coscienze libere.
Papa Benedetto XVI è il teologo che per conoscenza e profondità può considerarsi tra gli esponenti di più grosso spessore culturale della religiosità cattolica. Papa Ratzinger è oggi il simbolo più rappresentativo di quella fede religiosa su cui si è andata svolgendo la storia d’Italia dei due millenni passati. La Chiesa, la religiosità, sono espressioni secolari che non hanno tempo e si esprimono attraverso il Pontefice del periodo. Impedire al Papa di parlare equivale a reprimere l’espressione della Chiesa: è un fatto gravissimo paragonabile alla condanna islamica alla circolazione del libero pensiero religioso.
L’Italia è il Paese, forse unico al mondo, che deve necessariamente collegare alla Chiesa Cattolica, ed alla sua evoluzione nelle coscienze degli uomini, lo sviluppo di tutte le sue vicende politiche e geografiche, almeno fino all’unità d’Italia. La nostra è la storia religiosa e civile di un popolo intero che si è incrociata nell’architettura e nell’arte, nelle tradizioni e nella cultura popolare italiana con la genialità ed il gusto dell’ingegnosa espressione civile dell’Italia, diramatasi poi a permeare di cultura e civiltà tutto il mondo occidentale.
E’ questa espressione che 60 scienziati italiani, in nome della “laicità della scienza e della cultura”, e “per rispetto all’Ateneo romano”, vogliono far tacere. Ma quale laicità e quale rispetto possono essere richiamati quando si impedisce la libera espressione di un uomo che per volontà della Chiesa rappresenta miliardi di uomini al mondo?
La Chiesa cattolica, per credenti e non credenti, è poi la fonte dei principi del Cristianesimo. E’ la dottrina dei valori positivi, validi per tutti laici e religiosi, che hanno trasformato il mondo e plasmato le coscienze degli uomini ai principi della bontà, dell’amore e della fratellanza.
C’è da preoccuparsi sul serio! Quando non possono essere ritenuti semplici ignoranti coloro che si distinguono in azioni di intolleranza e di pervicace e testarda convinzione d’esser comunque nel giusto, anche quando si usano parole e metodi repressivi, vuol dire che si sta instaurando un pericoloso clima di violenza e di odio.
I 60 professori della Sapienza, sebbene esigua minoranza nell’Ateneo romano, rappresentano la punta dell’iceberg di un clima già avvertito nell’aria e che vorrebbe impedire alla Chiesa di svolgere la sua funzione di sempre in difesa della famiglia, della vita e della morigeratezza dei costumi. In che cosa dovrebbe consistere, infatti, l’azione delle autorità religiose se non nella difesa della moralità e dei principi etici? In cosa, se non nella predica e nella diffusione dei principi della Chiesa? Come si osa pensare di impedire la libertà della Chiesa nel nostro libero Stato? Come, così, non ricordare Cavour per ribadire che negli stati liberali la chiesa deve essere libera?
La questione dell’aborto, recentemente tornato alla ribalta dopo la risoluzione dell’Onu sulla moratoria per la pena di morte, e grazie alla sfida-provocazione di Giuliano Ferrara, e la questione del riconoscimento delle unioni omosessuali, che vede la Chiesa schierata decisamente contro l’ equiparazione alle famiglie tradizionali, hanno contribuito significativamente a creare i presupposti del clima di intolleranza.
E’ un classico della sinistra italiana trascinare nell’odio e nella tracotante avversione tutto ciò che si discosta in modo sensibile dagli schemi ideologici in cui tendono a radicarsi.
Si può anche essere atei, o anticlericali, ma la stupidità e l’arroganza non può essere consentita agli educatori. E voler impedire che il Papa parli nel tempio della cultura e del pluralismo etico e culturale, quale è o dovrebbe essere un Ateneo, è nello stesso tempo impresa stupida ed arrogante.
Dinanzi a casi simili si ha l’idea del clima torbido, tipico dei regimi, in cui categorie di persone (militari, intellettuali, politici o burocrati) si assumono per autoreferenza il compito di scegliere per gli altri. Dinanzi a casi simili si capisce per cosa un uomo libero debba esser chiamato a lottare.
Vito Schepisi