27 luglio 2007

Fassino ed una scuola di pensiero che non gli appartiene



E’ davvero singolare che l’on. Fassino, segretario dei DS ma già autorevole esponente del vecchio PCI, per rendere credibile il suo sfogo contro i giornali, ed in particolare contro il Corriere della Sera, si rifaccia ad uno dei padri italiani del pensiero liberale, a Luigi Einaudi, liberista in economia ed in antitesi dottrinale con i principi marxisti del Fassino che era, o solidaristi del Fassino che è.
Non solo è singolare l’adozione di un precedente remoto su di una posizione di confronto con la libera stampa ma è vieppiù singolare l’interpretazione capovolta che il leader dei Democratici di Sinistra ne vorrebbe dare. Giammai il galantuomo Einaudi avrebbe ostacolato la diffusione di notizie che avessero evidenziato questioni morali o cronaca di fatti coinvolgenti uomini ed azioni politiche, benché fossero state in contrapposizione alle sue convinzioni. Luigi Einaudi nella lettera del 1916, indirizzata al direttore del Corriere della Sera, Luigi Albertini, poneva una questione di limpidezza assoluta. Giornalista di grande spessore e liberale tutto d’un pezzo, il futuro, ed indiscutibile per correttezza e dirittura morale, Presidente della Repubblica Italiana sollevava la riflessione sulla scelta di un giornalista che, per deontologia professionale, alla pubblicazione di soluzioni invocate per compiacere gli “adulatori delle masse e del popolo”, potesse preferire il tacere o piuttosto “difendere la tesi della verità e del buon senso”.
Non siamo, però, nel caso dell’on. Fassino e delle sue presunte responsabilità sul caso Unipol-Bnl. Non può il leader post-comunista invocare il silenzio quando, per difendere il ”buon senso”, avrebbe dovuto tacere ed astenersi al telefono, ma anche a quattr’occhi, dall’interessarsi a questioni di finanza e di controllo di banche e potere economico. Tanto meno può chiedere ala stampa di tacere per tutelare “la verità”: tacendo avviene esattamente il contrario.
Il segretario dei DS sembra ignorare che ci sono regole, palesemente violate, stabilite per garantire i risparmiatori e gli investimenti finanziari e non si sofferma a prendere in minima considerazione ciò che vorrebbe maggiormente celare. Ciò che invece interessa alla discussione politica ed al popolo è proprio l’aspetto etico di un partito che invece di occuparsi delle questioni inerenti la gestione del Paese, e le scelte per il bene e la sicurezza dei cittadini, privilegia l’intrigo ed il risiko finanziario. Preoccupa ciò che è diventata una vera lotta, a volte feroce e senza esclusione di colpi, per la conquista delle leve del potere economico ed istituzionale mascherata da lotta politica.
Per anni l’On. Fassino col suo partito, rivolgendosi a Berlusconi ed a Forza Italia, ha parlato di partito-azienda. Ora non gli scappa neanche per caso d’avere vergogna del conflitto di interessi che viene alla luce tra una parte importante della rete commerciale e produttiva del Paese ed il suo partito. Altro che lo slogan di “partito-azienda” diretto a Forza Italia, nel suo partito ci sono intrecci economico-finanziari che proseguono da anni, senza soluzione di continuità, in varie forme ed un tempo anche coinvolgenti la sicurezza dello Stato, per la presenza di agenti sottoposti al dominio di altre entità nazionali, e proseguono malgrado il percorso delle trasformazioni del nome e della revisione della sostanza politica di quella formazione della sinistra italiana. E’ proprio il tentativo di disinformazione, retaggio di una scuola che non si smentisce mai, che preoccupa e indigna.
La questione emersa è di una gravità assoluta, e senza precedenti, perché conferma il sospetto che non si sia mai fermata la macchina leninista dell’occupazione dei poteri attraverso la penetrazione sempre più massiccia nei centri di controllo e di gestione.
Sbaglia Berlusconi e Forza Italia a ritenere una necessità garantista quella di opporsi all’uso come fonte di prova delle intercettazioni telefoniche di parlamentari, anche se è apprezzabile il suo garantismo contro gli strumenti che limitano la libertà di espressione di ciascuno e contro gli effetti devastanti di una informazione a volte invasiva della privacy del cittadino.
L’ipotesi di illegalità non si estingue per legge o per delibera parlamentare. Se c’è il reato va perseguito. E’ possibile adottare provvedimenti che limitino l’invadenza di polizia e magistratura nella vita privata dei cittadini o che sanzionino gli abusi e gli eccessi. Oramai, però, le intercettazioni ci sono ed una intercettazione è simile alla flagranza perché contestualizza il momento del delitto e la partecipazione dei presunti colpevoli.
Da queste intercettazioni, che si ribadisce ci sono e di cui si conoscono i contenuti, ciascuno può rendersi conto che non ha alcun senso quanto sostiene Fassino “stupisce che un magistrato usi espressioni che dette da qualsiasi altro cittadino sarebbero passibili di querela”. Chiunque leggendo i testi delle intercettazioni si renderebbe conto che appare un interesse dei politici in questione che va oltre il semplice tifo, come ha sostenuto il Gip Forleo nella sua ordinanza. Anche l’appello del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sembra fuori luogo in quanto il Gip, tra le sue prerogative, ha anche quella di motivare le finalità probatorie delle sue richieste e, nel caso in questione, di motivare al Parlamento il peso che attribuisce agli elementi probatori di cui chiede l’autorizzazione all’utilizzo.
L’On. Piero Fassino, invece di ricorrere ad Einaudi ed ad una scuola di pensiero che non gli appartiene, avrebbe fatto miglior cosa a sostenere un cauto e più dignitoso silenzio.
Vito Schepisi

23 luglio 2007

Prodi come Luigi XIV: "Apres moi le deluge"


La legislatura corrente non ha più niente da dire. I numeri della consultazione elettorale dell’aprile del 2006, a prescindere da manipolazioni e brogli, non rispecchiano più il sentimento degli elettori. Sono stati sconfessati dai dati delle ultime amministrative e soprattutto dalla constatazione del ridotto gradimento che questa maggioranza riscuote tra gli italiani. Dalle fabbriche ai giovani, dai piccoli imprenditori agli artigiani, dai lavoratori dipendenti a quelli autonomi, prende forma un comune motivo di doglianza e di pentimento per l’errata scelta elettorale.
Dappertutto si pone l’accento sulla mortificazione per le aspettative e le promesse non mantenute da Prodi e dal centrosinistra. Valga per tutte quella del mio conoscente co.co.pro (collaboratore a progetto) che ha votato Prodi, dopo esser stato grato a Berlusconi per l’opportunità di lavoro trovato. Sognava che con il centrosinistra si consolidasse la sua posizione, aumentassero i suoi diritti, conquistasse le sue garanzie future. Ora rischia d’essere messo alla porta perché, con l’aumento di tasse e contributi e con le minacce della riduzione della flessibilità, l’impresa riduce il suo rischio ed elimina le fonti di spesa assorbibili. “Non mi fregano più” – afferma ora contrariato – “il mio prossimo voto sarà solo per Berlusconi”. Voleva comprarsi una piccola casa, voleva sposarsi e mettere famiglia, ora si augura che questo “tormento” (l’ha definito così – ndr) finisca presto e ritorni un governo che guardi alla crescita ed allo sviluppo.
Nei colloqui con la gente il coro è comune. Tutti a sostenere che in questo Paese manca la continuità, c’è incertezza per il futuro: “non si possono fare programmi a breve termine, figuriamoci a medio-lungo” – sostengono in tanti – “se si pensa che della discontinuità ne fanno un programma di governo!” - “Noi italiani, lavoratori autonomi, piccoli imprenditori, noi che investiamo cosa si pensa che siamo pronti al suicidio?” – ed ancora – “negli altri paesi un valore è la continuità. Altro che la discontinuità di questi idioti che abbiamo da noi: sentono un termine e lo ripetono all’infinito…perché non hanno nient’altro da dire”.
C’è chi chiede di poter conoscere l’ammontare degli investimenti esteri in Italia, e si domanda se sia possibile che il nostro Paese, al contrario degli altri, sia così chiuso ed autarchico nelle questioni finanziarie. Tutti puntano il dito contro la criminalità e c’è chi osserva che, con tanti problemi di ordine pubblico e con un debito incredibile, invece di porsi in sicurezza e favorire gli investimenti si apra verso l’immigrazione clandestina e si chiuda sull’arrivo di capitali.
In tanti si chiedono se e quanto durerà ancora questo Governo, tra una foresta di espressioni colorite sull’uomo e sulla maggioranza: gli italiani, purtroppo, dimenticano facilmente e l’uomo e la maggioranza si conoscevano da tempo, ed erano già stati cacciati a furor di popolo nel 2001.
Molti parlamentari sanno di non poter più essere rieletti, sanno d’aver tradito gli elettori e, traditi essi stessi dalle tante false promesse, saranno i primi ad essere sacrificati. Tirano a campare pur consapevoli d’esser ormai invisi agli italiani. Le nuove elezioni soppiantano ambizioni e aspettative, sono viste come il fumo negli occhi: non rimane niente di una legislatura che non abbia percorso metà del suo tragitto. Non c’è diritto alla pensione.
Gli interessi particolari dei parlamentari, come si sa, prevalgano sempre sull’interesse dell’intero Paese. Si dà per acquisita la regola non scritta che la legislatura non debba terminare prima del compimento della sua metà più un giorno. In questa opzione non c’è scelta di campo e c’è il massimo della trasversalità: è un ulteriore problema da porsi ed è un limite alla democrazia. L’interesse particolare sembra farsi gioco della difforme volontà popolare che vorrebbe che questo governo e questo presidente del consiglio siano accantonati per non continuare a far del male al Paese.
E’ davvero mortificante che Prodi continui a sostenere con tenacia il suo monito con lo stesso assolutismo regio di Luigi XIV di Francia: “L’etat c’est moi. Apres moi le deluge” ( Lo stato sono io. Dopo di me il diluvio).
“Dopo di me non c’è nulla. Ci sono le elezioni”- sostiene il nostro Presidente del Consiglio: l’ineffabile Re Sole italiano. E’ una minaccia, un vero ricatto politico, uno sgradevole calcolo meschino. Ben vengano le elezioni invece! Soprattutto se si è convinti, come Prodi sembra lo sia, che il ricorso alle urne significhi la fine di questo centrosinistra e la possibilità di riprendere il cammino per lo sviluppo.
Vito Schepisi

18 luglio 2007

Lo Scalone ed i lavoratori "usurati"



Se le scelte del Governo, all’atto della presentazione della finanziaria nell’autunno dello scorso anno, potevano contenere i presupposti di una linea politica ed i comportamenti conseguenti ad una strategia e quindi una logica, l’atteggiamento sulle pensioni della maggioranza e dei massimalisti neo comunisti questa logica non l’ha. Le politiche sociali hanno bisogno di risorse economiche e le scelte solidali non hanno carattere di investimento e non producono ricchezza e non si autofinanziano.
Non è una questione di riformismo o di lotta delle classi più bisognose per la crescita delle politiche del bisogno. I costi del superfluo o del privilegio riducono le risorse per tutto il resto e non è possibile aumentare ancora e a dismisura la pressione fiscale. Se l’abolizione dello scalone previdenziale produce risparmi a regime per 9 miliardi l’anno, senza creare poi questi grossi disagi ai lavoratori, tre anni di lavoro in più fanno anche aumentare il peso dell’indennità di pensione, non si capisce il braccio di ferro dei sindacati e della sinistra alternativa. Non lo si capisce se non nella considerazione del nesso con una questione smaccatamente ideologica.
La domanda da porsi è se sia possibile che in Italia debba prevalere, o abbia ancora spazio e credibilità, una politica che si attorciglia intorno a questioni ideologiche. Il carattere conservatore e anacronistico delle istanze dei neocomunisti è tale da fermarsi alla valutazione di fenomeni vecchi e stantii. Posizioni ideologiche veteromarxiste che passavano nella disinformazione dei partiti comunisti degli anni dal sessanta all’ottanta del secolo scorso.
I lavoratori dipendenti “usurati” ed i pensionati, secondo gli studi degli artigiani di Mestre per il 2003, ma oggi le cose non sono cambiate di molto, sviluppavano il 65% del lavoro nero, per ben 200 miliardi di Euro di redditi non dichiarati, su 311 miliardi complessivi. Se poi si conviene che cento miliardi corrispondevano al fatturato evaso delle attività illegali e criminali, solo 11 miliardi di euro era nel 2003 la somma dei redditi non dichiarati dai possessori di partita IVA. I dati dell’ISTAT dello stesso periodo ci dicono che ammontavano a ben 2.600.000 i lavoratori dipendenti che svolgevano il secondo ed anche il terzo lavoro in nero.
E’ tra i lavoratori “usurati”, difesi dai sindacati e dalla sinistra massimalista, che si sviluppano quindi i redditi a nero e le maggiori evasioni fiscali. Nessuna politica di lotta all’evasione, che prescinda dall’abbattimento di questo fenomeno, potrà quindi offrire le risorse necessarie per finanziare il baratro di spesa che i costi della previdenza rappresentano. Le manovre, pertanto, che dovranno pur esserci, per coprire i maggiori costi della previdenza, cresciuti per accontentare Giordano ed Epifani, si tradurranno soltanto nell’aumento della pressione fiscale soprattutto verso coloro che le tasse le pagano già: imprese, lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti. Il “Ragno” di Visco ha già predisposto gli strumenti per spremere il popolo bue oltre ogni misura e se si continua così fino all’inevitabile asfissia della nostra economia.
Nel frattempo buona parte dei 2.600.000 lavoratori dipendenti con un secondo ed un terzo lavoro, percepiranno la pensione a 57 anni e potranno continuare a svolgere con più tempo a disposizione, e quindi con l’aumento del giro d’affari, il lavoro sommerso, togliendo spazio anche all’occupazione dei giovani ed ipotecando le risorse previdenziali delle nuove generazioni.
Durante la campagna elettorale per le elezioni politiche dello scorso anno, la sinistra aveva gridato al disastro dei conti pubblici, alle falle nella contabilità dello Stato, al disavanzo ed all’allargamento del deficit oltre i limiti dei parametri di Maastricht, e la finanziaria presentata nell’autunno dello scorso anno rifletteva questi principi con lo scopo di scaricare sul precedente governo le lamentele degli italiani e nello stesso tempo far cassa.
Saranno ora le necessità economiche, per far fronte all’aumento della spesa, e le manovre per contenere il deficit che non potranno che rendere necessario un ulteriore inasprimento fiscale. Le imprese e lo sviluppo, l’occupazione e gli investimenti cederanno il passo alla cecità ed alla demagogia di Diliberto, Pecoraro e Giordano ed al sindacalpopulismo di Angeletti, Epifani e Bonanni.

16 luglio 2007

Latorre apre a Forza Italia


In una intervista a “il Giornale”, il vicecapogruppo dell’Unione al Senato introduce riflessioni interessanti sul futuro politico. Al contrario di coloro che vanno alla ricerca di fronde da acquisire col metodo Mastella, dopo il fallimento dell’operazione Follini, il Senatore Latorre apre alla Cdl affermando che dal confronto col suo leader Berlusconi non si possa prescindere: “Io non sono tra quelli che privilegiano solo alcuni nella Cdl” - afferma Latorre, e “non si può prescindere da Forza Italia”.
Deve essere stato un brutto colpo per Casini!
Al di là delle solite ermetiche espressioni dei politici, ciò che emerge dall’intervista è che si vorrebbe mettere con le spalle al muro la sinistra radicale. Sembra che l’olezzo di stantio che proviene dall’ortodossia neocomunista stia diventando un fardello troppo grosso per la credibilità dell’azione politica del centrosinistra. In un contesto socio-economico di flessibilità e di innovazione, il condizionamento conservatore di frange reazionarie di società premoderne, ancora legate ai vecchi concetti di classe operaia e di padronato, impedisce la realizzazione sia delle riforme, sia degli interventi finalizzati alla crescita ed al rinnovamento.
L’apertura di Latorre è principalmente sulle riforme del sistema, le stesse che nello scorcio finale della precedente legislatura erano state votate a maggioranza dal Parlamento dal solo centrodestra. Si ricorda che Prodi, allora ancora Presidente della Commissione europea, aveva posto il veto alla sinistra intera di partecipare, assieme al centrodestra, alla stesura delle modifiche costituzionali. Prodi e la sinistra contavano sul principio della contestazione di ogni cosa e sull’opposizione, oltre ogni limite, ad ogni iniziativa del governo Berlusconi, per poter costruire il successo elettorale accreditando la tesi che quel Governo danneggiava ed era un pericolo per il Paese.
Col principio che le Regole dovevano valere per tutti, la sinistra che pure nella legislatura ancora precedente, aveva varato un legge sul federalismo lacunosa e dannosa, sulla scia del successo alle elezioni politiche ha condotto una battaglia serrata per la bocciatura al referendum delle modifiche costituzionali, con l’esito di annullare tutto quanto e di costringere il Paese ad iniziare tutto da capo.
“Senza dubbio c’erano in quella riforma cose interessanti e intuizioni giuste. Solo che fu fatta a colpi di maggioranza” – sostiene oggi Latorre – ma ricordiamo ancora le espressioni di Scalfaro e gli appelli accorati di Prodi e Fassino perché gli italiani rigettassero quella riforma che “divideva l’Italia” ed attribuiva “poteri esorbitanti” al Capo del Governo, evocando pericoli di derive autoritarie naturalmente del solito Berlusconi.
Nel corpo dell’intervista il senatore Latorre ne ha un po’ per tutti, bacchetta i sindacati che “negli ultimi anni hanno un po’ perso di vista l’interesse generale, e il loro ruolo si è offuscato” e riferendosi alla sinistra neocomunista afferma che “le alleanze sono figlie della legge elettorale”. Una riflessione sorge spontanea: avrebbe detto le stesse cose il senatore Latorre se la sinistra alle ultime elezioni non avesse perso consensi?
Qualunque sia la risposta al quesito posto, emerge che a sinistra dimessa l’arroganza di Prodi, stia maturando il cambio di rotta sulla chiusura totale all’opposizione emerso subito dopo il voto.
Fermo il principio che questo Governo dovrebbe cadere perché è fuori dalla fiducia dei cittadini italiani, ed è figlio di una competizione elettorale falsata di cui i brogli sono solo l’ultima lettura della truffa ai danni del Paese, il percorso migliore sarebbe dar corso a nuove elezioni. Da cittadini, però, pensare al varo della riforma costituzionale, ed ad una nuova legge elettorale che ponga limiti ai veti dei piccoli partiti, la tentazione c’è tutta.
Latorre è però l’uomo di D’Alema che forse sonda il terreno: cosa sta studiando D’Alema per ostacolare l’ascesa di Veltroni, uomo della provvidenza della sinistra con doti speciali?
Vito Schepisi

14 luglio 2007

Partito Democratico e crisi della politica



Con il varo del Partito Democratico sta nascendo un nuovo partito che, secondo i suoi ideatori, avrebbe lo scopo di semplificare il messaggio della sinistra moderata, intraprendere un percorso di pacificazione e di dialogo, colmare il vuoto tra i cittadini e la politica. Sono iniziative lodevoli che, comunque potevano essere adottate già in precedenza dagli uomini e dai partiti che vanno a fondersi in questo nuovo contenitore di iniziativa politica. Il sospetto che il PD sia nato per risolvere altre questioni ed in funzione di tattiche personali e/o di legittimazione o di egemonia più che di strategie resta a tutto tondo. Se si facesse, però, solo dietrologia e ci si riducesse a respingere ogni nuova proposta si resterebbe a guardare una realtà che passa, mentre si continua a recriminare, porre condizioni e richiedere prove.
Quello che ancora non ci convince è la pretesa che la nascita del nuovo partito debba e possa risolvere quella che oramai a sinistra fanno passare come la crisi della politica. Tale preoccupazione è intervenuta a ridosso delle ultime elezioni amministrative, quando la sinistra ha perso consensi in gran quantità. Al nord addirittura in modo massiccio. Appare strano, però, che quando la sinistra perde, e alimenta tra la gente e gli elettori delusioni e preoccupazioni, sia la politica ad essere in crisi, mentre al contrario quando perdeva il centrodestra era la proposta politica di Berlusconi e dei suoi alleati che non andava.
La verità è che, pur non potendosi respingere la tesi generale di una crisi della politica, siano le difficoltà nel portare a termine con coerenza e rapidità i contenuti dei programmi e le soluzioni che la gente si aspetta a creare il distacco dei cittadini. E’ accaduto con il centrodestra, sta accadendo con il centrosinistra. Sono anche le contraddizioni e le spinte verso soluzioni estreme da una parte e dall’altra a mettere in difficoltà i percorsi delle maggioranze.
Quando il centrodestra, ad esempio, ha portato avanti la riforma dello Stato e dei suoi ordinamenti la gente ha avvertito, anche per l’azione strumentale dell’opposizione questa riforma come lo strumento di un accentuato potere del Primo Ministro e come la divisione federale dell’Italia. Di converso l’ultima finanziaria del centrosinistra è stata percepita come una scure severa su coloro che già pagano le tasse. La popolarità di questo Governo è scesa ad un italiano su quattro nel momento in cui si è capito che la mannaia fiscale era anche esagerata ed inutile e che in definitiva serviva a finanziare nuova spesa improduttiva.
Sono solo due esempi di come siano state interpretate dai cittadini le iniziative dei governi. Eppure il governo a prescindere dalla giustezza dei provvedimenti deve se necessario essere anche impopolare e la politica deve servire a rendere partecipe i cittadini alle scelte quantunque dolorose e severe. Non può essere politica l’azione, ad esempio, rivolta a creare discontinuità “tout court” con l’azione del precedente governo e neanche quella di concedere alle estreme concessioni nel campo sociale, ovvero etico, che soddisfino richieste di nicchia e che preoccupino e mortifichino la sensibilità di larghe fasce di cittadini.
Si prenda l’indulto ad esempio che ha visto consensi trasversali. Poteva avere valide ragioni per essere varato. Invece che essere discusso in modo strumentale, pensando agli effetti su Previti, doveva essere analizzato dal lato della più o meno pericolosità sociale dei fruitori. Doveva, forse, anche essere unito alla amnistia per sfoltire i tribunali dalle migliaia di falconi di processi minori e per reati senza pericolosità sociale, lasciando impregiudicati i percorsi civili per la salvaguardia dei risarcimenti e dei diritti economici. Così varato sta ancora producendo effetti senza senso in processi che vengono celebrati e con gli imputati a cui per effetto dell’indulto viene annullata la eventuale relativa pena, con comprensibili aggravi economici e di tempo. Questo indulto è stato invece percepito come un inciucio di interessi reciproci tra i due schieramenti ed è finito per essere inteso come indifferenza della politica ai problemi della sicurezza e delle città
Il Partito Democratico non risolve da solo la questione della crisi della politica e neanche quella della incapacità di una risposta coerente alla società che si trasforma. Senza che si risolvano le scelte di fondo in cui appare evidente, ad esempio, che Dini e Rutelli hanno un’idea diversa sull’età pensionabile da Damiano e Fassino e che la divisione tra i due poli in cui si sviluppa il bipolarismo in Italia ha una origine più complessa da una semplice collocazione di schieramento, il Partito Democratico, come oggi i partiti che lo formeranno, si contorcerà nelle sue contraddizioni.
Finché non sarà saldato il conto con il retaggio ideologico di una sinistra alternativa, nostalgicamente legata ancora alla lotta di classe, il PD non potrà assumere la dimensione di componente moderata della sinistra italiana in alternanza di governo con la componente moderata della destra italiana, in cui destra e sinistra stiano a significare da una parte spinte di scelte di libertà e di mercato, con le garanzie proporzionate allo sviluppo e, dall’altra, spinte di scelte di solidarietà e con lo sviluppo proporzionato alle garanzie.
In definitiva il bipolarismo in Italia è nato dall’assimilazione in un contesto di alleanze dei principali contendenti della vecchia politica, uniti tutti insieme per contrapporsi sia al nuovo, e cioè alla trasformazione in proposta politica di una coscienza di società aperta in cui il mercato prevale sui patti sociali e sulle ideologie, sia a coloro che erano stati ghettizzati perché al di fuori dei salotti buoni della politica, della cultura e della finanza. Nel nuovo sono confluite idee liberali, socialiste e cattoliche in una visione di democrazia liberale che non può prescindere dalla questioni sociali e dalle tradizioni etiche del Paese.
Il Partito Democratico, pertanto, se non si rifà al laburismo ed al socialismo europeo, non può che essere luogo della conservazione di istanze e contenuti, benché dignitosi e lodevoli per coerenza ideologica, di una proposta politica vecchia. Come obsoleta ed al di fuori della storia oggi può apparire una politica che si oppone alla globalizzazione dei mercati ed ai modelli di sviluppo che prescindano dai fondamentalismi ideologici e mirino al mercato in quanto fonte di ricchezza e benessere e quindi componente essenziale per i servizi sociali che oggi misurano il grado di progresso dei popoli.
Vito Schepisi

10 luglio 2007

La Rivoluzione Liberale del XXI secolo

In politica quasi tutto dovrebbe aggirarsi attorno alle questioni sociali, alle scelte economiche, agli strumenti per lo sviluppo produttivo ed occupazionale, alla gestione delle risorse. Il governo dovrebbe occuparsi degli investimenti nei servizi e nelle opere di pubblica utilità. Dovrebbe occuparsi di sicurezza, istruzione, sanità, difesa. Dovrebbe favorire la promozione di iniziative culturali che aiutino la diffusione delle nostre tradizioni e della nostra cultura nel mondo perchè ne possano ricevere le contropartite sia nel ruolo nel contesto internazionale che nelle scelte turistiche di cittadini provenienti dalle diverse regioni del mondo.
Alcuni servizi dovrebbero costituire il consolidamento di traguardi di civiltà e di strumenti voluti e realizzati per l’intera comunità e che per tale motivo siano soluzioni emerse da una larga condivisione. Tale che sia effettiva garanzia per tutti.
Le tasse in modo progressivo e relazionate al reddito sono generalmente pagate da percettori di reddito e beneficiari di patrimoni (almeno in teoria) e senza che si possa discriminare sulle idee dei contribuenti. Anche i diritti di ciascuno, pertanto, dovrebbero essere rispettati e senza eccezioni.
Un diritto fondamentale è quello della giustizia. L’esercizio deve corrispondere alla reale uguaglianza per tutti ed il diritto dell’utente, attivo o passivo, consiste nella richiesta di uno svolgimento senza discriminazioni di pensiero politico, di condizione sociale, di razza o di religione. Nessun privilegio per ricchi o per più capaci e nessuna penalizzazione per diseredati e meno capaci. Neanche il ruolo nella società può essere preso a motivo per considerare prevalente la funzione di uno rispetto a quella dell’altro. Un funzionario pubblico, come tutti ed in maniera uguale agli altri, deve godere degli stessi diritti ed avere gli stessi obblighi attribuiti a ciascuno.
Oggi, invece, non sembra che in Italia le cose siano in questi termini. Ci sono categorie che sono più uguali degli altri e servizi esercitati in modo assoluto, in modo soggettivo, ed anche pericolosamente invadenti delle prerogative degli altri. Ci sono categorie che godono di maggiori diritti ed altre di maggiori doveri e spesso con impegno inversamente proporzionale.
Si pensi ad esempio ai magistrati e per controverso alle forze all’ordine. I primi sembra che stabiliscano da soli i limiti dei loro obblighi mentre ai secondi vengono negati persino i diritti. Ai primi nell’ultima finanziaria è stata stralciata la norma che limitava gli aumenti dei loro salari, ai secondi si riservano risorse da fame. I primi non pagano mai, anche quando la loro azione è rivolta contro cittadini risultati innocenti, i secondi pagano sempre, anche senza responsabilità, ed in molte circostanze pagano anche prezzi al di là di ogni limite umano.
Ora sembra che il CSM si sia soffermato nella valutazione di azioni di controllo e di monitoraggio sui comportamenti e le azioni di alcuni magistrati. Non si sa ancora se in modo illecito per accesso a informazioni riservate o private.
I contenuti di questa azione, per quel che è dato sapere, si riferiscono ad un agente che avrebbe inserito nel proprio computer una serie di informazioni o schedature di alcuni magistrati impegnati più sul fronte politico che su quello dell’amministrazione della giustizia. La raccolta di informazioni, inoltre, sarebbe limitata ad episodi riportati dalla stampa o reperibili facilmente da siti accessibili su internet.
Se si fosse trattato della raccolta di informazioni relative alle attività di ingegneri o notai, ovvero medici, il caso non avrebbe destato alcuna attenzione, se non carpite con metodi illegali. Il solo fatto, però, che ha interessato i magistrati è fonte di clamore e di preoccupazioni, tale da far gridare alla richiesta di commissioni parlamentari ed addirittura, vedi Fassino (che faccia tosta!), all’individuazione di responsabilità oggettive da parte del Presidente del Consiglio del periodo.
C’è da porsi una domanda che emerge spontanea quando succedono episodi del genere: avevano od hanno i magistrati qualcosa da nascondere?
Se il politico ha da essere trasparente e la sua condotta debba apparire “come in una casa di vetro”, il magistrato lo ha da essere ancora di più. Il politico riceve un mandato dagli elettori ed è espressione della democrazia e delle istituzioni democratiche di un Paese. Il magistrato è un funzionario dello Stato che ha un compito molto delicato e possiede uno strumento di estrema pericolosità sociale che è quella della condizione di libertà dei cittadini. Il magistrato non deve avere niente da nascondere e non dovrebbe avere niente da temere dal controllo della sua attività.
E’ vero che si vorrebbe che la sua attività non sia monitorata da un Pio Pompa qualsiasi ma direttamente dai cittadini attraverso strumenti di controllo e vincoli che, come si dice, li obblighi non solo ad essere ma anche ad apparire al di sopra delle parti.
Si discute la riforma della magistratura ed i magistrati rifiutano ogni cambiamento, minacciano addirittura scioperi contro una riforma che non tocca neanche da lontano l’esercizio autoreferente di una attività che negli ultimi anni ha seminato molte perplessità. Una riforma che neanche prova ad adeguare l’esercizio dell’attività giudiziaria ai modelli in uso nelle civiltà democratiche dell’occidente e mantiene una assurda contiguità tra due delle tre parti del processo penale.
Si vorrebbe un’Italia democratica avviata a risolvere le questioni di tutti i giorni ed i bisogni di una società che cresce anche nelle esigenze e nella consapevolezza dei propri diritti. Siamo, invece, ancora a rincorrere gli equilibri della nostra civiltà dove ci sono funzioni e burocrazie che strozzano le libertà di ciascuno.
E’ proprio dalla giustizia che dovrebbe partire la rivoluzione liberale del ventunesimo secolo.
Vito Schepisi


05 luglio 2007

il Partito Democratico tra illusioni e finzioni

Da quando si è prospettata la candidatura di Veltroni alla guida del Partito Democratico tutti i quotidiani italiani hanno in prima pagina almeno una spalla sul Sindaco di Roma. Se ci fosse una classifica ponderata tra il peso della notizia e l’evidenza datane potremmo stabilire che quest’ultima sia inversamente proporzionale allo spessore politico dell’episodio.
I partiti politici hanno un naturale percorso dialettico di idee, programmi e uomini. Periodicamente celebrano i loro congressi dove sulla relazione del leader uscente, che sintetizza l’attività svolta e le strategie future, si sviluppa un articolato dibattito. Gli interventi e le mozioni offrono un ventaglio piuttosto ampio di ispirazioni, candidature, programmi, linee e posizioni assunte, e di percorsi politici proposti. La sintesi di un congresso è poi rappresentata dalle convergenze in maggioranze di più posizioni afferenti le tesi esposte, tutte rappresentative delle correnti di pensiero interne al soggetto politico. La notizia assume così spessore da prima pagina per tutta la durata del Congresso.
Nel caso di Veltroni invece è da oltre quindici giorni che i maggiori quotidiani italiani ci offrono piatti di minestre riscaldate di una pietanza senza sostanza. Non esiste una strategia chiara, non un progetto politico che vada oltre i disegni dei singoli, non una base di convergenze ideali. Solo una serie di luoghi comuni, esposti con enfasi a Torino, che hanno riscosso consensi e dissensi fuori e dentro la sinistra e tra le rappresentanze sociali. Più un’operazione di marketing anziché l’anima di un’ispirazione rivolta alla semplificazione della lotta ideale in cui etica, società e civiltà assumono dimensioni di scelte politiche. Gli interventi successivi di Veltroni sono solo un festival dell’ovvio. Si pongono in sintonia con le più pressanti richieste degli italiani: riduzione della pressione fiscale, lotta all’evasione e sicurezza. Nessuno spiega, però, quanto sia poco credibile un candidato del centrosinistra che per compiacere gli elettori sia costretto a ricorrere ad argomenti già ampiamente avanzati dal centrodestra.
Per il Partito Democratico non si è svolto un Congresso costituente e neanche si ha in proposito di svolgerlo, almeno per ora. Sono stati cooptati 45 “saggi”, calcolati con il bilancino del peggior manuale Cencelli, e si è cooptato un leader su cui far convergere l’attenzione della sinistra in gravi difficoltà per le cattive prestazioni del Governo di Prodi. Si è persino voluto affiancare a Veltroni il compagno di percorso, espressione dell’altra componente del Partito Democratico, il capogruppo della Margherita alla Camera Franceschini. Ora si pensa di contrapporre, sempre con operazioni di vertice, un’altra coppia (forse Bersani-Letta) perché appaia una sfida vera e si possa dar l’impressione alla base della sinistra di fare quella scelta che gli apparati hanno già fatto.
L’oligarchia del PD ha constatato che non era possibile cambiare il percorso del Governo per la paralizzante pressione della sinistra alternativa ed ha pensato di cambiare l’uomo di riferimento: il candidato alla guida. La sinistra è come una macchina che non cammina, per una serie di avarie al motore, a cui per farla sembrare più presentabile si ritocca la carrozzeria, dandone un aspetto diverso, col risultato che le avarie al motore restano e la macchina continua a non camminare ed il problema resta sempre irrisolto. Se il corso del fiume è in magra e le acque non sono sufficienti ad irrigare i terreni non si ricorre a cambiare il nome del fiume col risultato che le acque restano sempre scarse e le questioni rimangono.
La sinistra, in Italia come in Europa, è in crisi non per gli uomini che la rappresentano, anche se in Italia persino per questi, ma è in crisi per il vuoto di idee che riesce ad esprimere. Non basta solo stringersi quando si odia e ci si schiera contro qualcosa o qualcuno. Il problema non è solo Prodi che comunque riesce soltanto a far danni e dividere. La sinistra ha difficoltà nel ritrovarsi in un contesto dove liberismo economico, mercato, diffusione e pluralismo dell'informazione, pragmatismo aziendale, velocità delle decisioni, si scontrano contro barriere ideologiche, protezionismo, dirigismo, concentrazioni e soppressione delle fonti di informazione, rigidità aziendale, lungaggini e concezioni di forme di Stato pesanti ed obsolete.
C'è poi in Italia una sinistra alternativa, diversa dalla sinistra tradizionale europea, che è forte del 15% se non oltre degli elettori. Se la sinistra intera vince(?), come nel 2006 sull'onda di difficoltà economiche mondiali, allargate a dismisura e condite di sonore bugie, con 11 partiti e con almeno due concezioni diverse della società non ha la concordia per governare. Trova solo l’accordo per spartirsi il bottino moltiplicando i posti ed i costi.
Sono dunque deprovevoli le genuflessioni di gran parte delle testate giornalistiche che si sperticano in elogi senza porre attenzione ad alcuna analisi politica sul nascente partito e sugli uomini "cooptati" per governarlo. L’informazione che si ferma agli atti di fede, e che non si spinge a sollecitare la sostanza dei fatti e delle posizioni politiche, è un’informazione che disattende al suo scopo. Si vorrebbe sapere, ad esempio, in cosa Veltroni sarebbe diverso da Prodi.
Per fare da cassa di risonanza alle scelte dei gruppi politici ed agli uomini che li rappresentano ci sono già i fogli di partito, persino finanziati dai cittadini. Dalla stampa libera ci si aspetta qualcosa di diverso e non l’omologazione del verticismo e delle soluzioni di finta democrazia.
Nasce proprio male il Partito Democratico!
Nessuno ha sollevato problemi quando la stampa italiana nella passata legislatura ha criticato duramente la maggioranza di centrodestra ed il Governo di Silvio Berlusconi, anche quando le critiche erano solo la eco di strumentalizzazioni dell’opposizione di allora, che aveva una sviluppata abitudine a gridare allo scandalo ed ad individuare dietrologie su tutte le iniziative del Governo. Perché la stampa non fa altrettanto ora dinanzi all’inconcludenza di questo governo ed alla nascita di questo Partito Democratico tra illusioni e finzioni?
Senza fatti nuovi, senza una riga su cose concrete, resta solo una messianica attesa di icone salvifiche. La sinistra italiana si prepara al 14 ottobre per l’incoronazione del “messia” Veltroni: quasi un pellegrinaggio a Lourdes.

Vito Schepisi
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25 giugno 2007

Veltroni: ritratto dell'effimero



Sembra che a sinistra si stia predisponendo un’ulteriore sceneggiata e per la rappresentazione scenda in campo il cinefilo più noto della nostra repubblica. In Italia, per una sinistra che non decide, bloccata dalle forze estreme che vorrebbero lo stivale europeo fuori da tutto, dall’economia di mercato e dalla libera impresa, alla Nato e all’Europa, si avrebbe bisogno di uomini di carattere che sappiano assumere anche decisioni impopolari ma importanti. Uomini dal piglio deciso, meno inclini a compromessi, con le idee chiare già formate e non con l’idea di seguire il corso della voce più grossa.
La penisola ha bisogno di riforme, soprattutto nell’ambito di scelte di modelli di sviluppo, non ha invece bisogno di mediatori e pifferai e neanche di venditori di fumo. Nella sinistra ce ne sono già tanti! Non ha bisogno di concerti e giochi di luce, né di artisti di strada; non ha bisogno di beati ridanciani che si divertono mentre il popolo arranca e si indigna.
L’Italia non necessita di uomini che vivono da sempre di ostriche, champagne e politica, a dispetto del pane e cicoria di Rutelli. Ha bisogno di personale politico che nella vita si è rimboccato le maniche e che è abituato a lottare nel suo spazio di impegno nella società civile. I cittadini del “bel paese” vorrebbero liberarsi di coloro che hanno adottato la politica come mestiere facendone strumento di privilegi e successi personali, di agi e potere, per nepotismi e clientele. Non avrebbero, quindi bisogno di uomini come Veltroni, politico a tempo pieno prima del Pci, poi del Pds, ora dei Ds e domani del PD.
Veltroni è un riciclato. E’ stato Vice Presidente del Consiglio, con delega allo sport al cinema ed alla cultura, con Prodi nel suo primo governo nel 1996 e segretario dei DS fino al 2001, l’anno della sconfitta, per poi ritirarsi dopo il fallimento del primo Prodi e dei compagni D’Alema e Amato. Caduti nel 2001 i governi di centrosinistra sommersi dall’indignazione degli italiani per l’incoerenza, le bugie, l’inefficienza e le vessazione fiscale, Veltroni si è rifugiato comodamente all’ombra della lupa, nella città di Romolo e Remo, del ratto delle sabine, e dell’impero più vasto e famoso della storia: l’Impero Romano. Ha vinto le elezioni a sindaco per una manciata di voti sull’azzurro Tajani, e lui era Veltroni, già uomo di punta del Governo, uomo potente e segretario del partito più corposo della maggioranza di centrosinistra. Aveva detto di se che si ritirava dalla politica per dedicarsi alla denuncia delle condizioni dell’Africa nera. Era solo un ripiegamento, però. Una furbizia perché, come si sa, gli italiani dimenticano presto.
Da Roma sotto i riflettori della notorietà ha ricostruito la sua immagine, anche ignorando i problemi della città, tessendo una rete di compiacenze e facendosi investire dal dono dell’ubiquità. Come una volta per i sindaci democristiani delle città del sud, era dappertutto a tagliare nastri e svolgere stucchevoli compitini di buonismo verbale. Qualche viaggetto in Africa per parlare di miseria e dolore con il pietismo di colui che documenta le orrende realtà della terra, e perché si parli di lui come persona sensibile alle grida del mondo che soffre.
Nel 1988 entrò a far parte del comitato centrale del partito comunista italiano, nell’adolescenza era iscritto alla federazione giovanile comunista e nel 1976 consigliere comunale comunista a Roma, eppure dice di se di non essere mai stato comunista. Un ingrato compito quello degli ex comunisti obbligati persino a negare l’evidenza delle cose!
Non è stato ancora investito della funzione di leader del PD, non ha infatti sciolto la riserva, e già parte in trasferta a implementare la sua immagine di uomo sensibile verso chi soffre e si impegna a trasformare il dolore in virtù: è già sulla tomba di Don Milani con Franceschini, il capogruppo dell’ulivo alla Camera, dopo aver avvisato i giornalisti, per inviare il suo messaggio di impegno nel sociale.
E’ partita la macchina della (dis)informazione della sinistra. Sul nuovo soggetto politico si giocano le carte dei post marxisti che dismesso il Capitale di Marx, abbandonati gli steccati ideologici, fuori dai principi classisti su cui si è chiuso il ventesimo secolo, si apprestano ad affermare la laicità della funzione politica. Coniano allo scopo nuove definizioni del laicismo e ne inventano uno spazio tutto nuovo dove le origini e le culture si mischiano. Ed a Veltroni attribuiscono la capacità di rimescolare le diversità, di assecondare le idee con l’ambizione di trasformare in nuovi impulsi le certezze che erano di tanti, soprattutto per mascherare le sue di un passato non troppo lontano. Resta invece la consapevolezza che senza le scelte la politica non cammina. Senza scelte nulla si muove e si resta al palo di ogni appuntamento con la storia dei popoli. La filosofia spesso passa come un vento che ispira sensazioni, si ferma alle idee ed al pensiero, risponde alla sete di sapere e di definire i confini dell’etica. Ciò che rimane però è il percorso di un popolo: è la sua storia fatta di uomini e imprese.
E se Veltroni si scostasse dal metafisico per dirci ciò che non conosciamo di lui, a parte l’effimero?
Vito Schepisi

22 giugno 2007

Alea acta est: la sinistra si affida a Veltroni


Alea acta est. La sinistra deve uscire dal “cul de sac” in cui è finita, anche grazie alla inconsistenza della controfigura adottata per presentarsi alle ultime politiche. Prodi si è montato troppo la testa e si è sentito davvero leader della sinistra. Si è sentito investito di una statura che non gli è mai appartenuta per esser stato solo uno strumento, per quanto arrogante e supponente, di strategie e poteri che sono al di sopra di lui. Aveva ed ha solo la dimensione di un boiardo di stato: una figura minore, spregiudicata e sfrontata, in cui la baldanza è stata al passo della sua involuta ed enfatica prosa. La sinistra ora ha fretta di liberarsi di Prodi. Questi, smascherato dagli italiani, è ora la sua carta perdente. Alcuni dei luogotenenti e padri fondatori della nascente nuova creatura politica, il Partito Democratico, pensato anche per affrancare dalla tara che grava su molti di loro per esser stati in Italia tra i fautori del comunismo, stanno pensando di creare le condizioni per un trapasso indolore. Sanno che il tempo non gioca a loro favore ed ogni giorno che passa significa un ulteriore calo di popolarità e di credibilità politica nel Paese.
L’elemento determinante e responsabile del collasso della sinistra non è ciò che D’Alema ha chiamato “crisi della politica”, ma è la delusione delle aspettative che Prodi e la sinistra intera avevano creato prima delle elezioni. Un programma enfatizzato ma prolisso e vago, la certezza gridata di implementi nel sociale e nei servizi, la demagogica illusione creata di far coniugare lavoro e sicurezza con impresa e mercato, come se fosse una semplice formula magica, ed infine l’immagine di un paese al collasso finanziario, coi conti saltati, debito in crescita, fuori dai parametri, al collasso. Un cumulo di bugie e di inganni. Come la favola di Fedro dove si evocava ripetutamente la paura del lupo. Ora la gente ha preso le dovute misure ed al lupo evocato per celare l’eterogeneità di una maggioranza divisa e litigiosa non ci crede più.
L’Italia non crede più a questo Governo che insediatosi per “rendere felici gli italiani” innesca invece un’azione che s’abbatte come una scure sugli italiani: incrementa la spesa pubblica; appesantisce la pressione fiscale; ridimensiona il taglio del cuneo - tra tasse e previdenza - promesso ad imprese e lavoratori; abbatte la spesa sociale verso le categorie più deboli; mette mano alle buonuscite dei lavoratori (TFR); apre le frontiere all’immigrazione selvaggia; moltiplica ed occupa le poltrone; offende e calpesta i servitori dello Stato; alimenta sfiducia e preoccupazioni nelle famiglie; rende invivibili le strade delle nostre città; modifica i valori della nostra civiltà; raffredda la rete di alleanze internazionali che garantiscono la nostra sicurezza internazionale; si intreccia coi percorsi della finanza per determinarne le scelte; tratta i cittadini come sudditi e servi; mostra fastidio per le dimostrazioni di disapprovazione spontanea che si alzano dai consessi democratici e dalle piazze.
Prodi non è che la punta dell’iceberg, il collasso è di tutta la sinistra ma è lui che l’ha compattata tra il diavolo e l’acqua santa. E’ lui che pur di ottenere una maggioranza elettorale ha mischiato le carte truccate facendo apparire un poker nelle mani di ciascuno. Ora è lui che deve mettersi da parte, è lui che deve lasciare sul tavolo il bottino di un ruolo politico ottenuto barando al gioco.
La sinistra è nuda dinanzi alla consapevolezza del suo fallimento ed è pronta ad assoldare chiunque sia funzionale allo scopo di liberarsi del principale responsabile del collasso. Si è servita del Partito Democratico e della riunione dei 45 per deliberare, al contrario della volontà di Prodi, la nomina ad ottobre attraverso le primarie di un leader forte, investito dal consenso del popolo della sinistra. Anche questa volta, però, si gioca una partita truccata e nessuno gioca davvero le sue carte. La scorsa volta si volle che apparisse un plebiscito per Prodi e lo proposero come unico candidato delle due forze più consistenti della sinistra DS e Margherita con l’aggiunta di qualche satellite.
L’altra volta fu per Prodi, ora si cambia e si lancia nuovamente il dado della fortuna. Il dado, però, anche questa volta ha i sei lati truccati. Da ogni parte spunta la faccia dalle gote cadenti di Veltroni, l’amerikano dei post comunisti, il cinefilo o come dice Bossi il sindaco di cinecittà. Rintanatosi a Roma a fare il primo cittadino della città più nota del mondo, defilato dalla lotta politica attiva per scelta, impegnato invece a costruire la dimensione della sua immagine per riemergere a tempo debito per puntare più in alto. Veltroni Walter, l’ex iscritto al pci che ha detto di se di non essere mai stato comunista.
Si prepara a spuntare da dietro il sipario: è il cigno bianco che danza sulle punte. Ritorna sulle scene di un teatro che oggi ha un pubblico poco incline ai balletti, per quanto raffinati e seducenti. C’è una platea di problemi e di scelte dove non servono danzatori ma interpreti dal carattere deciso e dal coraggio proprio delle scelte forti, senza le scarpette di danza ma con le suole resistenti per affrontare percorsi difficili, tra pietre e cumuli di spazzatura. “I care” è una storia passata, un film già visto, una trama senza una fine comprensibile. Non si pretende un lieto fine ma una nuova speranza, una spinta di orgoglio, un ruolo che sia all’altezza del coraggio e dell’ingegno dei nostri uomini. Veltroni, invece, appare un prodotto riciclato, un altro personaggio uscito dal cilindro dei prestigiatori politici della sinistra. Un concorrente che si prepara a scendere in campo sapendo di avere la partita già in tasca, un unto investito da un falso consenso, una scelta obbligata.
Una nota positiva emerge, però, da questa nuova stagione della politica italiana, a meno di ripensamenti e miracoli dell’ultimo momento ci stiamo liberando di Prodi: il peggiore. Alea acta est: questa volta non sarà lui a far andare di traverso il panettone delle feste di natale. Il Governo di Prodi Romano non ha più senso, anzi col nuovo corso sarebbe davvero un controsenso.
Vito Schepisi

20 giugno 2007

Pane e Partito Democratico



Non passa giorno in cui la stampa nazionale e le televisioni Rai e Mediaset non propinino agli italiani pillole di Partito Democratico. Dopo la sconfitta elettorale alle amministrative sembra diventata la stanza di compensazione delle carenze della sinistra italiana. Rutelli ha finito di mangiare quel “pane e cicorie” di un tempo quando si impegnava a mettere su il giocattolo che Prodi voleva utilizzare a suo fine. Ora si nutre di pane e partito democratico: la pietanza ricostituente di una sinistra in difetto di linea.
“U bell guaglione” come l’ha battezzato il suo “cortese” alleato Romano Prodi, ha sparigliato le carte del Professore di Scandiano. E’ da allora che medita il momento della rivalsa. L’ultimo round se l’è aggiudicato lui su di un Presidente del Consiglio indebolito dalla sconfitta elettorale e dal precipizio della sua popolarità nel Paese.
Prodi voleva per la reggenza del Partito Democratico una figura più sbiadita, nominata su sua indicazione dal comitato dei 45, una figura priva di un largo consenso popolare. Un uomo a lui gradito, scelto dai vertici, soprattutto un uomo che contasse poco o niente e magari polarizzasse sulla sua persona lo scontento diffuso nel Paese, compresa la scarsa presa che si avverte sul nuovo soggetto politico. Non pensava, invece ad un candidato eletto dal popolo della sinistra con l’investitura delle primarie e con la forza e le garanzie di legittimità rivenienti dal consenso della base.
E’ passata invece la linea di Rutelli per l’elezione diretta attraverso il sistema delle primarie. E’ il Francesco Rutelli che mette da parte il pane e le cicorie della sua cucina per arricchire le pietanze della sua dispensa. La strategia, e non è un mistero per nessuno, è la sua candidatura alle primarie di ottobre alla guida del Partito Democratico, in contrapposizione a quella di presumibili candidati diessini. Il leader della Margherita non solo si propone di vincere la partita interna al suo partito, dove gli ex popolari condizionano la sua leadership, ma vuol rendere concreta la sua ambizione di rappresentare tutta l’aria moderata dell’attuale Ulivo. Dal prevedibile confronto del leader della Margherita con il/i candidati diessini emergerebbe una guida forte del futuro soggetto politico sui due assi portanti del Partito Democratico: il popolare ed il socialista. Dallo stesso confronto, infine, dovrebbe uscire la candidatura dell’intera sinistra per la guida del nuovo governo. E’ questo lo spazio in cui si gioca la partita ed i giocatori sono oramai alla stretta finale. C’è chi scommette che nella strategia di Rutelli ci sia anche uno spazio per il partito di Casini e l’apertura al centro dello schieramento avversario.
Prodi a questo punto sembra proprio finito. La sua candidatura sarebbe improponibile o destinata ad una cocente sconfitta. La sua è una figura oramai perdente, senza presa e senza carisma. Eppure qualche settimana fa aveva detto : "D'ora in poi cambia la musica. O si fa come dico io, o prendere o lasciare". Aveva detto che lasciava nel 2011 dopo la corrente legislatura ed anche che il leader del Partito Democratico ed il Capo del Governo erano figure che riteneva dovessero coincidere per dare forza e credibilità all’uno ed all’altro dei due incarichi. Prodi si sentiva leader naturale del Partito Democratico e si era candidato alla sua guida, senza ulteriori conferme della base, mantenendo la presidenza del Consiglio dei ministri. Un vero re e senza ulteriori pretendenti al trono: una gran presunzione. Sarà per questo che quando Berlusconi ha lanciato la battuta sul “regicidio” si è sentito investito.
Le cose sono andate diversamente da quanto previsto. I 45 “saggi” del nascente partito democratico hanno stabilito di scindere le due figure quella di leader e quella di premier. Quel che è buffo e che Prodi, travolgendo il peso ed il significato delle sue dichiarazioni precedenti, ha parlato di un grande successo politico, enfatizzando persino le conclusioni del comitato dei 45 costituenti. E’ stato reso pubblico persino il decalogo organizzativo e costitutivo: siamo al preludio della vera proposta politica di fusione della sinistra moderata e di quella post comunista.
Questo round quindi è di Francesco Rutelli, ma già c’è chi si chiede se la partita finirà per essere aggiudicata ai punti o per k.o. tecnico. Le voci di crisi ed il calo dei consensi hanno ridotto al lumicino le possibilità di vittoria della sinistra e persino la durata della legislatura. I candidati dei Ds, in un primo tempo in fermento, certi del prevalere di uno di loro, sembrano ora defilarsi dalla competizione. Nessuno vuole farsi trovare col cerino acceso in mano e quindi scottarsi. Ora le possibilità di vittoria tra gli elettori sono scarse o nulle e tutti vorrebbero che a questo punto fossero gli altri a prendersi la croce. Anche D’Alema e Fassino propongono ora Veltroni. Il sindaco di Roma, però, sente odor di bruciato e nicchia: ha ancora una metà legislatura da farsi come sindaco della capitale d’Italia, e con i riflettori della notorietà e del prestigio che l’incarico comporta.

19 giugno 2007

Nessun bavaglio alla libertà di stampa



“Non lo posso vedere ma questa volta ha ragione”: è un modo di dire che in questa circostanza ha una sua valenza. Ci si riferisce a Di Pietro ed alla sua dichiarazione: “non staremo un minuto né al Governo né con quella maggioranza che ritiene di fermare il lavoro dei magistrati e imbavagliare quello dei giornalisti”. Come forma è discutibile ma è la sostanza che conta. Peccato che Di Pietro sia il personaggio che in un anno è arrivato persino a sospendersi da ministro, prassi fino ad ora del tutto sconosciuta, e che tuttora non si capisce in che modo si sia concretizzata. Di Pietro, si sa, non ha solo difficoltà col congiuntivo ma spesso anche col buon senso e con la coerenza. Pone dubbi ed incertezze su questioni che puntualmente vota sia in Consiglio dei Ministri che in Parlamento. Si spera, però, che questa volta faccia sul serio e tolga la fiducia ad un Governo che per rilanciare il Partito Democratico e l’affidabilità dei suoi uomini si accinge a votare per il bavaglio all’informazione e nascondere così le malversazioni della politica.
Al contrario di come la pensa Di Pietro, però, l’accento non sarebbe da mettere sulle premure della magistratura per una riforma dell’ordinamento giudiziario che lasci tutto come prima, se non peggio: ciò che più importa, invece, è soprattutto la libertà di stampa. I primi sono una corporazione potente, non hanno necessità di eccessivo sostegno alle loro prerogative. Hanno una organizzazione piuttosto autonoma ed un organo, il CSM, controllato dai loro rappresentanti. Agiscono, come si è visto, anche in modo irresponsabile in considerazione dei poteri che esercitano. Dovrebbero svolgere il loro mestiere nella riservatezza e assicurando le garanzie democratiche sia nei confronti delle persone indagate, sia verso le parti offese che quasi sempre coincidono con l’interesse pubblico. A volte, però, accade il contrario, specie quando l’attenzione passa dal servizio da rendere alla Giustizia, all’esercizio di un ruolo politico tale da far supporre che i magistrati né sembrino e né siano davvero indipendenti.
L’attenzione maggiore, invece, va alla stampa che dovrebbe essere in grado di informare con onestà sui fatti della politica e della cronaca e non sugli “scoop” fatti di chiacchiere o supposizioni infamanti. Non può concepirsi la condanna di chi riferisce fatti che corrispondano alla realtà delle cose. Sarebbe davvero un insulto al buon senso.
Se gli indagati, e coloro che si accordano su beghe e scalate, non hanno interesse ai riflettori della stampa libera si astengano dall’agire in modo da doversene successivamente vergognare. Non è un’opinione qualsiasi ma è sostanza del viver civile.
Sia ben chiaro, però, che informare non significa pubblicare il contenuto delle conversazioni riservate ed attinenti la sfera privata, non centra con i pettegolezzi di coniugi e figli al telefono di casa o sui cellulari, e neanche con le moine fatte alle amanti o le confessioni delle mogli deluse. Intercettare conversazioni private è illegale per tutti i cittadini e dovrebbe esserlo anche per magistrati e per i servizi dello Stato.
L’uso del sistema delle intercettazioni dovrebbe essere utilizzato con molta più parsimonia e dinanzi a questioni di una certa importanza, previo un sistema di autorizzazioni e con il controllo delle Procure sui modi, ma soprattutto sugli usi, con un protocollo che andrebbe formalizzato attraverso una normativa adeguata e non solo col controllo delle spese da parte della Corte dei Conti. L’uso delle intercettazioni diffuso a pioggia, spesso frivolo, serve solo a far emergere l’inutilità del mezzo e renderlo così inefficace ai fini dei sistemi di formazione degli indizi e delle prove.
Se si trattasse di impedire che si faccia uso e mercato di intercettazioni illegali sarebbe giusto e non esisterebbe il problema. Tutto ciò che è illegale, come tutto ciò che è privato, non dovrebbe essere assolutamente diffuso e chi trasgredisse dovrebbe pagarne le conseguenze sia economiche che penali.
Tutto ciò che invece attiene l’attività finanziaria, dove pochi gestiscono in modo privato i beni di tanti, avrebbe bisogno di maggior trasparenza. Se vi siano motivi per ritenere attraverso indizi importanti, come ad esempio disponibilità di somme di ingente valore costituite all’estero, come è accaduto per gli amministratori di Unipol, la cui provenienza poteva esser ritenuta sospetta, sarebbe anche lecito che si sappia chi ne ha disposto e per quali fini e chi siano coloro che interferiscono nella gestione.
E’ giusto che il popolo elettore sappia cosa fanno partiti e candidati che si propongono di rappresentare il loro voto in Parlamento o in altri consessi elettivi. Se servono le intercettazioni telefoniche su esponenti del mondo della finanza e dell’impresa per conoscere come agisce il mondo politico quando, anziché proporre soluzioni nell’interesse di tutti, si attiva per garantire gli interessi di parte, siano benvenute queste fonti di informazione. Le scalate, i giochi finanziari all’ombra dei poteri e dell’influenza delle banche sappiamo che in Italia servono a drenare i risparmi della povera gente per investirli in avventure e megalomanie di alcuni. Servono a ricostituire capitali dispersi e sofferenze finanziarie occultate.
Nel passato col denaro pubblico, tutto a carico del debito complessivo del Paese, che viene assolto col consueto prelievo fiscale di chi produce reddito, si sono rilevate aziende in crisi che sono state successivamente cedute, spesso agli amici, a prezzi da realizzo, dopo averne ripianato le grosse perdite. Un po’ come era previsto per Telecom con il Piano Rovati, redatto su carta intestata della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Quel Piano che il Presidente del Consiglio Prodi in Parlamento ha sostenuto di non aver mai conosciuto e tanto meno ispirato.
Non è pensabile che col pretesto di evitare i veleni e lo stillicidio di informazioni spesso costruite ad arte, si vogliano nascondere all’opinione pubblica le deviazioni dei percorsi della politica che da essere uno stimolo del confronto democratico diviene strumento di privilegi di uomini votati al potere.
Vito Schepisi

18 giugno 2007

Un'aria irrespirabile!

Appare singolare che quando è il Paese ad avvertire un gran disagio per questo Governo e mantiene una posizione critica e di sfiducia per il Presidente del Consiglio, considerandolo inadeguato alla guida del Paese, il premier Prodi accusi l’opposizione di rendere irrespirabile l’aria. I sintomi di malessere degli italiani sono evidenti ed i segnali di dissenso dall’azione di Governo si sono palesati anche con il test elettorale amministrativo che ha interessato 12 milioni di elettori. Sembra proprio strano che Prodi e la sua maggioranza non se ne rendano conto o facciano finta di ignorarlo. E’ vero che è diventata una costante apprendere che Prodi accusi sempre gli altri di tutte le responsabilità possibili, alcune anche inventate e costruite ad arte, come abbiamo visto nell’ultimo confronto elettorale per le politiche.
L’attuale leader del centrosinistra non fai mai autocritica ed ignora puntualmente le proprie responsabilità, e non solo quelle politiche. Basti ricordare che come amministratore di enti di Stato ha svenduto i beni di famiglia dell’Italia, anche ai suoi imprenditori amici, trattando il Paese a guisa di un povero diseredato al banco dei pegni del Monte di Pietà. Ha un brutto carattere, è astioso e poco incline alle battute degli altri. Impacciato ed involuto atteggia il suo volto al sorriso solo quando si lascia andare alle sue battute che non divertono proprio nessuno. Ha i riflessi lenti, dice d’aver bisogno di tempo per dispiegare il suo pensiero ed è per questo che teme persino il confronto con gli avversari politici.
In democrazia, invece, l’opposizione ha il dovere di pungolare il governo e di puntare i fari accesi sulle sue contraddizioni. Se non lo facesse disperderebbe la sua funzione democratica e mortificherebbe il mandato degli elettori. E’ una cultura, quella della insofferenza ad ogni critica dell’opposizione, che non si può far passare sotto silenzio. E’ il modo classico dei paesi soggiogati dai regimi dispotici quello di attribuire le responsabilità ai dissidenti. E’ accaduto in Urss ai tempi delle purghe di Stalin. E’ accaduto in Cina, dove si accusava la famigerata banda dei quattro.
In Italia invece c’è il “dissidente” Berlusconi, capo dell’opposizione, accusato anche di inquinare l’aria. Ma c’è un’Italia che davvero annusa un’aria irrespirabile, l’Italia che lavora e investe, che suda e fa sacrifici, che avverte le vessazioni di un fisco vorace. L’Italia che avverte le difficoltà nel pensare al futuro e che ritiene che quest’aria sia morbosa ed irrespirabile per la presenza di una maggioranza senza un chiaro percorso politico, senza progetti ed unità d’intenti, una maggioranza che non è mai stata politicamente tale. E forse neanche numericamente!
Non può passare senza indignazione la logica involuta di un autoritarismo, non solo verbale, di un premier di mediocre spessore. Non si può sottacere dinanzi alle reiterate espressioni di sopruso ed intolleranza che riflettono i modi della peggiore ed ormai vetusta e biasimata retorica reazionaria di un’epoca passata. Una cultura della contrapposizione che trae origine dalla eterogeneità di questa maggioranza in cui sembra prevalere il modello di società chiusa, fatta di certezze granitiche e di infallibilità, con idee precostituite sul crinale di soluzioni ideologiche che rimarcano l’opzione marxista.
Sembra prevalere la tradizione di quella cultura leninista tanto cara a Togliatti, il Migliore, in cui non si ammetteva d’aver sbagliato neanche sotto tortura: perché doveva sempre prevalere la ragione del Partito. E’ questa la scia su cui Prodi preferisce lasciarsi trasportare e senza alcun imbarazzo. Non sembra neanche tanto difficile per un uomo con una consolidata abitudine a mentire e con la maldestra maniera di proporsi a vittima della opposizione.
Vittime, però, sono l’Italia ed i suoi cittadini. E’ vittima almeno il 50% degli elettori che è stato ignorato, arrogantemente ed impudicamente da un Presidente del Consiglio e dai suoi alleati che hanno occupato il Paese in modo invadente e vendicativo. Un maggioranza di Governo stretta dalla sinistra alternativa, tra una politica estera multilaterale, e per giunta fortemente strabica, ed una interna che vede le città in balia di bande organizzate di malaffare di importazione. Un Governo in bilico tra privilegi alla grande impresa, a banche e cooperative, e le vessazioni verso contribuenti e piccoli operatori economici; tra l’intolleranza alle libertà formali, e l’esercizio di proteste di piazza contro il Governo da parte degli stessi ministri che lo compongono; tra politiche repressive ed altre esageratamente permissive. Un Presidente del Consiglio impegnato solo a rafforzare la cerchia dei poteri che lo mantiene in piedi, sordo persino agli appelli preoccupati che provengono dall’interno della sua stessa maggioranza.
Prodi lamenta la mancanza del dialogo con l’opposizione, quasi fosse questa a dover sostenere il suo dicastero. Dovrebbe, invece, spiegare al Paese come può pretendere il dialogo se sin dal primo momento ha avuto tra le ragioni del suo Governo quella di modificare il lavoro del precedente: la cosiddetta discontinuità.
Dovrebbe dar ragione della occupazione bulgara delle istituzioni con personaggi politicamente schierati e con la rimozione di funzionari indipendenti e professionalmente capaci: è stato lottizzato in maniera selvaggia ogni cosa, persino ministri e sottosegretari in numero da record. C’è stata anche la rimozione, giustamente respinta dal Tar, di un Consigliere della Rai, inopportunamente ed arrogamene rimosso, con un editto davvero bulgaro del Ministro dell’Economia. Prodi dovrebbe dar conto dell’indecente manovra per salvaguardare il posto di Vice Ministro ad un signore che ha sbagliato epoca e Paese e che farebbe meglio a guardarsi intorno e chiedere in giro cosa sia una democrazia liberale.
Non abbiamo bisogno di federali che impartiscano ordini e calpestino dignità e legalità con maldestra arroganza. Non abbiamo bisogno di avvocati d’accusa che in Parlamento svolgano indegne requisitorie contro onesti servitori dello Stato.
Cosa si possa pensare di un Governo che si riunisce per discutere di una battuta del capo dell’opposizione? E’ davvero scandaloso che un Consiglio dei Ministri perda tempo, invece di lavorare su ben altro, per replicare in modo accigliato alla battuta di “regicidio” pronunciata da Berlusconi alla sua fan che gli chiedeva di tornare al Governo. L’aria è davvero irrespirabile! Prodi tolga il disturbo per bloccare l’asfissia del Paese.
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14 giugno 2007

Follini: la stampella di Prodi



Non si sa se Follini l’abbia pensata di recente, ma quando era nell’Udc, appena un anno fa, si è candidato con questo partito ricevendo i voti, che l’hanno promosso senatore, dagli elettori della Cdl e del centrodestra. Di suo non contava un bel niente. Ora si accorge di essere un fautore della vecchia democrazia cristiana che guarda a sinistra. Eppure anche un anno fa la Cdl era schierata sul centrodestra. Un anno fa esisteva già l’Ulivo ed all’interno una componente politica di estrazione democratico cristiana che si schierava con il centrosinistra. Il buffo è che ha sostenuto di non temere l’accusa di tradimento. Ma stia tranquillo il senatore Follini, nessuno pensa che quelli come lui arrivino a temere d’esser ridicoli! Spericolati, forse, e coriacei nella loro faccia tosta.
Folgorato sulla via di Damasco, il nostro, o coinvolto dal fallimento di un azzardo politico? Da segretario dell’Udc, il peggiore, ed esser più inconsistente di Cesa significa molto, aveva tentato il colpaccio. Approfittando di un incarico istituzionale di alto profilo concesso dalla Cdl a Casini, ha ritenuto che non ci fosse dimeno da chiedere se non la testa di Berlusconi e la restaurazione della nuova democrazia cristiana, allora però in contrapposizione alla sinistra. La via di Damasco deve esser proprio molto articolata e deve essere anche abbastanza assolata. Solo un’insolazione, infatti, poteva provocare un così sgradevole rimescolamento di pensieri e strategie.
Ha sostenuto la discontinuità nella proposta politica della Casa della Libertà, senza però mai spiegare come dovesse svilupparsi. In molti infatti ne hanno tratto la convinzione che fosse l’espressione dell’idea tutta folliniana di sottrarre la leadership a chi aveva credibilità politica e soprattutto elettorale, per sostituirla con quella di un altro leader politico. Non si osa, però, credere che intendesse sostituire la leadership di Berlusconi con la sua candidatura. Sarebbe proprio un vero peccato di presunzione! E senza neanche rendersi conto di essere accreditato di cifre appena decimali!
Follini aveva dichiarato cose del tutto contrarie appena un anno fa e si era risentito sulle voci che lo volevano attento alle sirene della sinistra! “Alla peggio andrò a casa. A sinistra no.” Eppure è persona che rilascia dichiarazioni dopo essersi allenato dinanzi allo specchio. Chissà cosa ci avrà visto allo specchio in questa circostanza! Cosa pensare, infatti, di uno che aveva dichiarato, dopo aver fatto le consuete prove allo specchio: “Sia chiaro che non farò da stampella a un governo che dovesse zoppicare”?. Ora, invece, nel suo profilo si può scrivere che ha fatto da stampella a Prodi nei suoi momenti più difficili e che grazie al suo voto al Senato la sinistra ha la maggioranza numerica.
“Il partito Democratico – sostiene Follini - sarà una DC che guarda a sinistra”. Per ora, però, nell’attesa, si è iscritto al Gruppo al Senato dell’Ulivo, capeggiato dalla DS Anna Finocchiaro.
Non si ha niente contro la vecchia democrazia cristiana. Se si percorre l’itinerario di un’analisi politica seria, si deve riconoscere che la DC ha costituito nel dopoguerra un riferimento importante per l’indirizzo politico del Paese. Oggi, però, si sono modificate le situazioni. L’appello al mondo cattolico non ha più la valenza della vecchia richiesta di condivisione di una scelta di riferimento storico e culturale che vedeva l’Italia, al pari degli altri paesi europei, concorrere all’affermazione di una civiltà che affondava le radici nella tradizione del cristianesimo e del pluralismo. Sono caduti i blocchi ed il pericolo, avvertito nella seconda metà del ventesimo secolo, del precipizio verso l’alternanza totalitaria al fascismo si è indebolito.
E’ maturata nella destra italiana una forte convergenza nel respingere ogni tentazione autoritaria. La democrazia cristiana non rappresenta più, in Italia, la domanda di centralità di una collocazione etico-sociale fatta di solidarietà e di valori. Oggi è superata dalla riscoperta dell’esigenza di porre la nuova centralità sui fattori economico-sociali che determinano lo sviluppo di una società moderna. Si è scoperto che lo sviluppo è anche benessere e potenzialità e che invece la solidarietà, senza che sia il frutto virtuoso della crescita, fatta solo di spesa pubblica e di pressione fiscale, ha uno scopo effimero e temporaneo ed è destinata ad esaurirsi ed ad impoverire tutto il Paese.
Se il Partito Democratico vuol essere il nuovo nome della sinistra di estrazione socialista è un conto. Se deve, invece, essere la sintesi di visioni antitetiche di diversi indirizzi politici è evidente che si presenta e si presenterà per il futuro, in tutta la sua gravità, quel fallimento della mediazione dei partiti che alcuni chiamano crisi politica. Appare, infatti, evidente che si stia dinanzi piuttosto ad una crisi di identità della sinistra. Non si possono sostenere i bisogni delle fasce più deboli, se non si sostiene la crescita produttiva e la ricchezza del Paese.
Follini ora afferma che il Partito Democratico sia la nuova democrazia cristiana. Ammettendo che in Italia se ne senta il bisogno, vorremmo sapere cosa ne pensano D’Alema e Fassino e sentire anche la base del vecchio Pci. Consentiranno costoro che l’ultimo arrivato delinei il percorso, già di proprio tortuoso, del nuovo soggetto politico?
Vito Schepisi

12 giugno 2007

Ma per "PD" si intendeva "Partito Dominante"?



Era auspicabile che i testi delle intercettazioni fossero diffusi. Anche i “diversi” poi tanto diversi non sono! In Italia c’era un tifo da stadio per conoscere i contenuti delle telefonate con le quali i potenti a volte si spartiscono torte e ruoli. Sulla bocca di una parte degli italiani finalmente si è stampato un sorriso sarcastico. Nei luoghi di lavoro e nei giardinetti pubblici, laddove il puro e duro da sempre aveva inveito contro la classe politica, quella avversaria, rea d’essere corrotta e di far prevalere l’interesse privato a quello pubblico, si sono invertiti i ruoli. Il duro e puro questa volta, però, fa spallucce e si sottrae al confronto. Fa come l’Unità che sciopera per non spiegare. Alza le spalle e tace, oppure si giustifica parlando dei cattivi esempi che hanno contaminato solo una parte delle “anime buone”, mentre la sinistra di sempre resta ancora in prima linea a difendere il popolo dalle angherie dei padroni. Lo difendono come lo difendevano dal conflitto di interessi, parlando di altri uomini che si sono arricchiti puntando sul tavolo della politica. Insomma la colpa è sempre degli altri. Era auspicabile anche per un fatto di giustizia sociale. Non doveva, infatti, ritenersi giusto che il duro e puro potesse sempre addurre esempi di malcostume degli avversari e sogghignare perfidamente sugli ….oni ed i suoi alleati. Anche coloro che nei bar e per le strade, nei circoli e nei posti di lavoro da una vita avevano subito e si erano timidamente difesi con la storiella dei comunisti che mangiavano i bambini, hanno ora modo di poter aggiungere anche una realtà contemporanea alle vecchie testimonianze di fame e di miseria che i regimi marxisti hanno diffuso nelle realtà geografiche oppresse dal totalitarismo della loro dottrina. Il popolo ha diritto di nutrirsi anche delle soddisfazioni morali, specie quando è nelle condizioni, come spesso accade, di non potersi ben nutrire di altro. L’uomo senza riflettori puntati ha diritto anche lui al sorriso ed all’esercizio dell’ironia, specie quando è affaticato per gli anni di lavoro, rassegnato per le lunghe attese in fila dinanzi agli sportelli degli uffici pubblici per pagare o reclamare un diritto, nauseato dalla macchina della sanità che lo mortifica a stregua di un numero o di un codice fiscale. E’ bella l’immagine del pensionato che cala la briscola sulla panchina del parco pubblico, dopo aver visto l’avversario senza carte vincenti e grida soddisfatto al suo compagno di calare il carico perché questa mano è la loro.
Era auspicabile anche perché fosse chiaro che i diversi in politica non esistevano, se non per un differente carico di ipocrisia e di malafede. Vien quasi da paragonare la diversa gestione degli interessi privati e dell’ingerenza politica sulle scelte economiche, per via diretta, o influenzandone i percorsi, tra i diversi soggetti che nel tempo ne sono rimasti coinvolti. Da questa osservazione comparativa appare subito chiaro che in questo campo esistono due tipi diversi di gestione dei cattivi costumi. Per comprenderne le dimensioni, si provi a pensare alle attività sia di una piccola impresa artigiana che di una complessa impresa industriale. La prima è strutturata secondo flussi di breve periodo, vive spesso alla giornata e programma i suoi budget a seconda dell’esperienza sui mercati che l’esercizio quotidiano dell’attività riscontra. Se ha un ordine di 10 pezzi si rifornisce delle materie prime necessarie per non sovraccaricare il magazzino, si avvale anche di una manodopera in numero prudente e comunque nei limiti delle potenzialità produttive. La seconda, l’industria, ha invece una struttura più articolata, macchinari molto costosi da ammortizzare, approvvigionamenti di materie prime direttamente sui mercati di origine in quantità importanti per conseguire economie e affidabilità, ha una produzione diversificata e strutture spesso indipendenti, ha spesso un Consiglio di Amministrazione rappresentativo della proprietà a cui rendere giorno per giorno conto. Ebbene è quello che è avvenuto in Italia nel campo dell’ingerenza della politica nel mondo dell’economia e della produzione. I primi sono stati i “mariuoli” che hanno approfittato del loro potere giornalmente, pezzo per pezzo, come l’artigiano sul mercato al dettaglio. Gli altri, invece, hanno organizzato le fonti delle dazioni, attraverso una rete (manifatturiera, imprenditoriale, distributiva) articolata secondo una struttura dinamica e collegata, costruita “in crescendo” mattone su mattone come le “lego”. Tanti mattoncini uno sull’altro e mille rivoli di attività sparse sul territorio ed una cinghia di trasmissione spesso evidente ed inequivocabile, tanto da creare persino assuefazione. Ruoli incrociati, passaggi da amministratori ad imprenditori, a parlamentari e fiumi di denaro contabilizzato “senza scopo di lucro”, campagne elettorali finanziate con il “lucro” che alla fine uno scopo lo ha sempre trovato. Appalti pubblici e licenze, agevolazioni fiscali per falsare il mercato e strozzare coloro che non godevano di pacchetti di privilegi fiscali ed una rete di tecnici e imprese amiche verso cui far confluire appalti ed altro ancora. Anche fallimenti clamorosi e soldi pubblici dilapidati. Altro che conflitto di interessi di Berlusconi! Cosa poi dire di Ricucci che scalava il Corriere della Sera mentre si diffondevano allarmi ed insinuazioni su Berlusconi da parte degli stessi soggetti a cui Ricucci chiedeva la tessera di partito? Ora risultano più chiare anche le liberalizzazioni di Bersani. Banche e cooperative un mix per l’esercizio del potere economico e per condizionare l’economia del Paese, un mix che unito alla rete di informazione, già saldamente sotto controllo, si voleva trasmettere al nascente PD che si apprestava nelle intenzioni dei gestanti a diventare Partito Dominante. Altro che democratico! Se si pensa alla Gentiloni ed alla legge sul conflitto di interessi, in realtà la “taglia Berlusconi dalla politica”, ecco che si ottiene la discontinuità di Follini.
Vito Schepisi

09 giugno 2007

Ci mancava l'orgoglio pedofilo



C’era da aspettarselo! Oramai l’orgoglio per qualcosa non ha più freni e meno ne avrà in futuro. Tutto per un discutibile esempio che è stato dato anche con il contributo della politica e del mondo della cultura. Si ritiene, a ragione, che le manifestazioni di provocazione siano le spinte più dirompenti al dilagare dei tentativi di legittimazione dei fenomeni più disparati: alcuni, come nel caso in questione, di orrido spessore.
Se si vuole provocare il sorgere di una fazione non c’è che da ostentarne l’appartenenza ad un’altra: diventa un richiamo per coloro che desiderano legittimare condizioni e persino vizi e devianze. Non si è invece diversi, come individui, solo se si hanno gusti diversi. Si offre l’immagine della diversità al contrario se si volesse, rendere evidente la condizione diversa e su quest'ultima reclamare l’orgoglio della propria scelta. Di questo passo lo si potrà fare anche per i gusti in cucina e reclamare l’orgoglio per una pietanza o per un piatto tipico, o per un modo di assumere un cibo come può essere, ad esempio, per chi gradisce il pesce crudo.
Non si è diversi nella società, che ha altri valori da far emergere, se si preferisce la compagnia di una persona dello stesso sesso piuttosto che dell’altro. Si è invece diversi nella società se ci si organizza per marcare una separazione tra coloro che hanno gusti e tendenze differenti. La diversità è data dalla mancanza di integrazione, come avviene spesso per gli immigrati. Io non mi sento diverso da coloro che preferiscono la montagna ed il fresco, al mare ed al caldo, pur amando fortemente il mare ed il tepore del sole da non saperci rinunciare per nessuna cosa al mondo. Non sentirei mai, però, il bisogno di andare in piazza, vestito da sub magari, o sventolando una vela, ad ostentare il mio orgoglio per essere nato e vissuto in località marina.
Sembrano considerazioni semplicistiche. Qualcuno dirà che il problema è più complesso e che nella società ci sono sacche di remore e di contraddizioni. Si dirà anche che il perbenismo bigotto spingeva l’omosessualità a nascondersi, alla clandestinità, ai complessi di colpa, spesso alla vergogna. Anche le famiglie respingevano ed ostacolavano le scelte “diverse” dei figli.
Perché ora cosa è cambiato? Se qualcuno aveva fastidio per la presenza di omosessuali e travestiti e quant’altro, continuerà ad avvertire questo senso di fastidio. Nessuno può imporre a nessuno di frequentare chi non gradisce. Le famiglie continueranno a provare vergogna per i figli che escono la sera con le calze a rete, e le manifestazioni volgari di ostentazione e provocazione saranno sempre definite disgustose da chi non gradisce che le scelte individuali, nella sfera sessuale, siano ostentate con sfarzoso cattivo gusto.
Dal “Gay Pride” al passo dell’orgoglio pedofilo il tragitto è stato breve. Se la normalità è l’eterosessualità, e questo lo ha stabilito la natura, tutto ciò che non è normale non ha motivo di rappresentare orgoglio. Ciò non toglie che si debba avere comprensione e ritenere le scelte di ciascuno, purché non siano violente e non coinvolgano minori o meno dotati, come legittime e tollerate.
Per la pedofilia c’è qualcosa di diverso, di più marcato, perché invece coinvolge proprio i minori ed il concetto di violenza.
Il 23 giugno è stata stabilita la giornata per l’orgoglio pedofilo, il "Boy love day", e si è intrapresa la prevedibile strada in discesa per cattivo gusto e per l’ostentazione di "patologie" di ogni tipo. La pratica sessuale di un adulto con un minore, è bene ribadirlo con fermezza, è di una gravità estrema perché è violenza alla stato più infame e vile, violenza ai danni di coloro che non hanno la forza per difendersi, il carattere per imporsi e la maturità per compiere le loro scelte.
Non c’è assolutamente da soffermarsi sui mille modi per carpire la fiducia e la remissività dei minori e, pertanto, anche coloro che cercano attenuanti parlando di partecipazione e di accondiscendenza non possono pensare di giustificare alcunché.
In passato anche uomini della cultura e della politica, in particolare tra i fautori del pensiero debole e diverso, si sono lasciati andare ad aperture pedagogiche in cui si asseriva il diritto dei minori a vivere la loro sessualità. Questo tentativo è stato stroncato sul nascere da un’ondata di disapprovazione e di disgusto. I politici, si sa, cavalcano solo l’onda lunga del consenso, anche a discapito del loro intimo istinto. I voti sono sempre voti ed i vantaggi delle poltrone sempre più appetibili di quelli dell’ostentazione pubblica di un’indole privata. Hanno fatto marcia indietro, ma a chi non dimentica ed è più attento sono rimasti tutti gli interrogativi.
Tra la gente, la pedofilia è spesso collegata all’immagine di devianze collegate all’omosessualità, spesso si intreccia con essa ed è considerata una conseguenza di quella che generalmente è ritenuta un’anormalità sessuale. Sia ben chiaro, e non si vogliono destare equivoci, l’omosessualità è una condizione in cui prevale il desiderio sessuale con un partner omogeneo e non è per niente assimilabile alla pedofilia che invece è un istinto violento nei confronti di minori di un sesso e dell’altro.
E’ però una realtà che non si può sottacere quella che vede tra i pedofili una consistente fascia di omosessuali.
La preannunciata iniziativa nel mondo virtuale, il “Boy Love Day”, sta destando molte perplessità e catene di indignazione e protesta. E’ bene che sia così, perché sia evidente e forte lo sdegno di tanti. Gli orchi, è risaputo, sono dappertutto e penso anche tra coloro che hanno ruoli nella società e deleghe rappresentative degli elettori. Si presentano spesso come persone gentili e delicate, persino con le parvenze di persone dolci e colte, sono invece ipocriti e violenti, sono solo e soltanto feccia dell’umanità. E’ necessario smascherarli per spezzare le catene dell’omertà che si creano intorno: individuarli e renderli inoffensivi, perché è spesso dal condizionamento del loro potere che deriva la debolezza della lotta al fenomeno. Lo strumento democratico più idoneo a difenderci da questa piaga che prepotente emerge dalle barriere delle omertà, anche grazie al pluralismo ed al moltiplicarsi delle fonti di diffusione delle informazione, è la denuncia e la rinuncia alla rassegnazione, ma è anche il grido di disgusto che deve salire dalle coscienze di tutto il genere umano.
Vito Schepisi